La città di Firenze contava 25 mila cittadini atti alle armi; ritenuto per altro che l'obbligo della milizia durava dai quindici anni fino ai settanta; e l'intera popolazione ammontava a 150 mila abitanti[412]. Gli uomini atti alle armi nel territorio ammontavano ad 80 mila; mille cinquecento nobili erano subordinati alle ordinanze di giustizia, sessantacinque de' quali soltanto erano ordinati cavalieri. Le scuole di leggere e scrivere venivano frequentate da otto in dieci mila fanciulli; mille duecento studiavano l'aritmetica sotto sei maestri, e cinque in sei cento applicavansi allo studio della grammatica e della logica. Contavansi entro le mura cento dieci chiese, cinquantasette delle quali erano parrocchiali, cinque abbazie, due priorati abitati da ottanta regolari; ventiquattro monasteri di donne, che racchiudevano cinquecento religiose; settecento monachi di differenti ordini, duecento cinquanta in trecento preti cappellani, e trenta spedali con mille letti per i poveri e gli infermi. Oltre gli abitanti trovavansi sempre in Firenze almeno mille cinquecento forastieri.
La prosperità del commercio era proporzionata alla popolazione; eranvi duecento fabbriche di lane che davano ogni anno settanta in ottanta mila pezze di stoffe del valore complessivo di un milione e cinquecento mila fiorini. Calcolavasi che il terzo di questa somma serviva al pagamento di trenta mila operai ch'erano impiegati in questa manifattura. Il commercio delle stoffe straniere si faceva da venti mercanti riuniti sotto il nome di compagnia della Calimala, che smerciava, un anno compensato l'altro, dieci mila pezze del valore di trecento mila fiorini. Ventiquattro case erano destinate al commercio di banco, e la zecca coniava ogni anno trecento cinquanta in quattrocento mila fiorini d'oro, e venti mila lire in bilione di rame[413]. Trent'anni prima le manifature delle lane avevano occupate un centinajo di fabbriche di più, e date perfino cento mila pezze di stoffe; ma quelle stoffe erano molto più grossolane, ed il loro valore minore della metà, perchè ancora non vi s'impiegavano le lane dell'Inghilterra.
Tale era la prosperità della repubblica fiorentina prima che l'ambizione e la discordia de' suoi cittadini, la gelosia, e l'avarizia dasse loro un padrone. Allorchè ne scossero il giogo, e con uno sforzo generoso giunsero a ristabilire la repubblica, trovaronsi spogliati di ogni loro conquista. Gli Aretini, all'avviso che il duca d'Atene trovavasi assediato dal popolo, presero le armi per ricuperare la loro libertà, attaccarono la fortezza fabbricata dai Fiorentini nella loro città, e costrinsero Guelfo Bondelmonti, suo comandante, a darla in loro potere. In pari tempo i Tarlati con i Ghibellini d'Arezzo occuparono Castiglione Aretino[414]. I Pistojesi cacciarono la guarnigione fiorentina, e spianarono il castello che occupava, ricuperarono Serravalle, la chiave del loro territorio, e ripristinarono il governo de' loro padri, quello del popolo e della libertà[415]. Santa Maria a Monte e Montopoli, due castelli in altri tempi tolti ai Lucchesi, si ribellarono, e presero a governarsi come terre indipendenti; altrettanto fecero Colle e san Gemignano; e per ultimo ancora Volterra prese le armi, a ciò consigliata da Ottaviano de' Belforti, ch'era già stato signore di questa città; ma in cambio di racquistare la perduta libertà, mutò la signoria del duca d'Atene con quella del suo domestico tiranno.
I Fiorentini frattanto, dopo ch'ebbero cacciato il duca, pensarono al ristabilimento della loro repubblica, ed alla riforma delle leggi. Il Vescovo, gli ambasciatori di Siena ed i quattordici cittadini eletti durante la sedizione cercavano di conciliare le pretese delle opposte fazioni. Prima di tutto mutarono la divisione della città, e ridussero a quattro i sei quartieri, facendoli presso a poco eguali di popolazione e di ricchezze, i quali dovevano avere un'eguale rappresentanza nella suprema magistratura[416].
Ma era più facile assai il ricondurre all'uguaglianza i diversi quartieri della città, che non i diversi ordini dei cittadini. I nobili erano esclusi dal governo in forza dell'ordinanza di giustizia. I ricchi borghesi avevano formata più tardi una nuova oligarchia, che non eccitava meno la gelosia del popolo, di quello che si facesse altra volta l'oligarchia della nobiltà. A guisa dei nobili avevano essi palazzi fortificati, grandi possedimenti in campagna, vassalli, clienti, ed una numerosa famiglia; essi educavano nelle case loro una gioventù orgogliosa; e per dirlo in una parola, univano tutti que' mezzi di forza e di resistenza che possono rendere pericoloso un ordine di cittadini. L'abuso del passato potere, faceva temere che tentassero di rinnovarlo; e loro si rinfacciavano tutte le perdite fatte dalla repubblica per la mala fede di Mastino della Scala, per la guerra di Lucca, per la tirannide del duca d'Atene. La gelosia ed il desiderio di dominare manifestavasi egualmente nelle inferiori classi del popolo, e già sotto il nome di mezzi borghesi e di artigiani si distinguevano due separati ordini di cittadini, le di cui rivalità difficilmente si sarebbero potute conciliare.
Venticinque deputati di ogni quartiere, otto nobili e diecisette cittadini, furono chiamati dal vescovo e dai commissarj del popolo a formare una balìa per riunire i diversi partiti, e dare una nuova forma alla costituzione. La balìa decise che, avendo tutti i cittadini preso parte alla distruzione della tirannia, dovevano tutti partecipare alla libertà. La balìa non volle riconoscere che due ordini nella nazione, il popolo e la nobiltà; attribuì al primo i due terzi degli onori pubblici, l'altro terzo ai secondi; e sospese il rigore dell'ordinanza di giustizia, affinchè i delitti de' grandi fossero puniti colle forme e le leggi comuni agli altri cittadini.
Ma i grandi non si videro appena usciti dall'oppressione in cui vissero sì lungo tempo, che presero a vendicare le ingiurie fin allora sofferte in silenzio. Molti loro nemici furono uccisi non solo nelle campagne, ma nelle contrade e nelle piazze della città, senza che le leggi comuni avessero forza di reprimere o punire tanta audacia. Una generale indignazione secondò la gelosia de' borghesi; perfino alcuni nobili unironsi al popolo, ed il 22 settembre del 1343, non ancora compiuti due mesi dopo la cacciata del duca d'Atene, cominciò una sedizione sulla pubblica piazza de' priori, ed i quattro nobili che sedevano nella signoria, furono forzati dalle minacce e dalle grida del popolo ad uscire del palazzo ed a rinunciare alla loro magistratura[417].
Ma i nobili non si ritrassero per altro dalle difese. Uno di loro, Andrea Strozzi, cercò d'ammutinare il popolaccio contro i borghesi; ma dissipati i sediziosi da lui adunati, fu costretto di sottrarsi colla fuga ad una condanna di morte[418]. I suoi consorti facevano entrare in città i loro vassalli e contadini, e gli armavano; si diceva pure che avevano domandato ajuto alla nobiltà immediata degli Appennini, ai Pisani ed ai tiranni di Lombardia. Ma il popolo li prevenne; chiamato dai Medici alle armi nel quartiere di san Giovanni, attaccò i palazzi degli Ademari-Cavicciuoli situati in vicinanza della cattedrale, e dopo una lunga accanita zuffa, gli sforzò a capitolare; le loro barricate furono atterrate, disarmati e dispersi i loro clienti; ma rispettate le loro persone e le proprietà. Dopo questa vittoria il popolo assediò successivamente tutti i palazzi fortificati. Non poteva opporsi lunga resistenza alle forze di tutti adunate contro un solo; i Donati ed i Cavalcanti furono i primi a sottomettersi, maggior tempo resistettero i gentiluomini che abitavano oltr'Arno e che avevano afforzate le teste dei ponti; ma occupato finalmente dal popolo il ponte della Carraja, s'arresero subito i Frescobaldi, i Nerli ed i Rossi; le case de' Bardi furono prese d'assalto, saccheggiati e distrutti ventidue palazzi di questa famiglia[419].
Dopo tale vittoria fu creata una nuova balìa per cambiare un'altra volta la costituzione. La signoria continuò ad essere composta di un gonfaloniere di giustizia e di otto priori delle arti e della libertà, scelti due per ogni quartiere. Di questi nove magistrati dovevano prendersene tre a sorte da ciascheduna classe del popolo. Dodici buoni uomini e sedici gonfalonieri delle compagnie furono dati per consiglieri alla signoria[420].