L'ordinanza di giustizia contro i grandi fu rimessa in attività colle modificazioni volute dall'equità; e fu ristretto ai più vicini parenti del reo l'obbligo di rispondere per il commesso delitto, che prima estendevasi a tutti i membri d'una nobile famiglia; cinquecento trenta famiglie furono cancellate dal ruolo della nobiltà, per essere poste in quello dei popolani. Gli uni col loro impoverimento, o coll'estinzione di molti rami collaterali avevano cessato d'ispirar timore; altri colla lodevole loro condotta eransi meritata la benevolenza del popolo, onde alcune delle più illustri case di Firenze furono ascritte alla classe de' popolani[421].

Mentre i Fiorentini venivano agitati da queste interne rivoluzioni, cercavano di mantenersi in pace colle vicine potenze, affinchè i nemici del nuovo governo non trovassero appoggio presso i nemici dello stato; perciò il 16 novembre ratificarono il trattato che il duca d'Atene aveva fatto coi Pisani, aggiugnendovi soltanto alcune nuove condizioni[422].

Dopo la conquista di Lucca pareva che la repubblica di Pisa tenesse il primo rango tra gli stati toscani. Pistoja e Volterra, staccandosi dai Fiorentini, eransi poste sotto la sua protezione, e l'alleanza che i Pisani avevano contratta coi Visconti poteva moltiplicare le sue risorse[423]. Ma l'ultima guerra aveva costato ai Pisani un milione e mezzo di fiorini, le antiche contese tra la nobiltà ed il popolo si andavano ravvivando, e Lucchino Visconti, invece d'essere un utile alleato, doveva ben tosto riconoscersi per un terribile nemico.

Mentre Betto dei Sismondi aveva condotte al signore di Milano le truppe ausiliarie della repubblica pisana, Giovanni Visconti d'Oleggio cospirava in Pisa unito ad un altro Sismondi[424] e ad alcuni capi dell'antica nobiltà. Volevano essi richiamare i figli di Castruccio, e cacciare fuori di città il conte della Gherardesca, in allora capitano generale. Ma, scopertasi la trama, uno de' congiurati perdette la testa sul palco, altri cacciati in bando, e furono spianate le loro case, e Giovanni d'Oleggio costretto ad uscire vergognosamente da Pisa. Avutane notizia il signore di Milano, fece imprigionare i Pisani che militavano nella sua armata, e rimandò Oleggio in Toscana con due mila cavalli per vendicarsi; ma quest'armata avanzatasi per la via di Pietra Santa e di Lucca, essendo poi entrata nelle Maremme, dovette combattere un clima più pericoloso che i nemici. Onde dopo avere perduta molta gente senza essersi azzuffata colle truppe pisane, fu richiamata dal Visconti il quale fece la pace con Pisa nel 1345[425].

E per tal modo questa guerra tra le due prime potenze d'Italia non si rese notabile per alcuno importante avvenimento; lo che non sarebbe accaduto se Pisa avesse conservata sotto i suoi ordini la bella cavalleria colla quale aveva protetto l'assedio di Lucca; ma quand'ebbe sottoscritto il suo trattato di pace col duca d'Atene, si era data premura di licenziarla, e quell'armata che già militava sotto i suoi ordini, erasi resa indipendente: nuova potenza senza stati e senza sudditi, e che non essendo composta che di soldati, era appunto per tale motivo più formidabile. Un avventuriere tedesco, che facevasi chiamare il duca Guarnieri, aveva proposto ai soldati che si licenziavano dai Pisani, di rimanere uniti e di fare la guerra per conto loro. Si obbligò di pagare il soldo ai militari che volessero servire sotto di lui, e con ciò ottenne senza difficoltà d'essere riconosciuto per capo da uomini che guerreggiavano per mestiere e non per dovere. Non proponevasi già Guarnieri di fare in Italia qualche conquista di paese, ma solamente di taglieggiare tutti quelli che si proporrebbe di trattare come nemici. Quando sortì di Pisa la sua armata, ch'egli intitolò la grande compagnia, contava due mila cavalli. Si diresse colla medesima verso il territorio di Siena con intenzione d'abbandonarlo al saccheggio, e ne' pochi giorni che durò la marcia ingrossò l'armata con molte reclute[426].

Le repubbliche ed i piccoli principi d'Italia non potevano opporre che una debole resistenza a queste formidabili compagnie che cominciarono in quest'epoca a minacciare l'esistenza di tutti gli stati. La loro formazione era sempre inaspettata; e siccome niun sovrano teneva in tempo di pace al suo soldo un grosso corpo di truppe, niuna forza trovavasi in istato di opporre loro una valida resistenza. E quand'ancora i soldati arruolati in queste compagnie non fossero stati superiori di numero, l'abitudine della guerra dava loro un infinito vantaggio sulle milizie che dovevano combatterli. Se in cambio venivano loro opposti altri soldati mercenarj, erano questi sempre disposti ad abbandonare i loro stendardi per entrare nella compagnia; in ogni evento essi non si battevano che mollemente, non dimenticandosi mai che potrebbero in breve trovare vantaggioso un asilo in seno ai loro fratelli d'arme, entrando a parte dei loro pericoli e dei loro guadagni. La più sfrenata licenza regnava nel campo di questi assassini: gli stessi capi applaudivano ai loro eccessi per guadagnarsi l'amore dei soldati, ed allettare un maggior numero di reclute ad arruolarsi sotto le loro insegne. Essi non si vergognavano di verun delitto o crudeltà; ed il duca Guarnieri accoppiava al titolo di signore della grande compagnia quelli di nemico di Dio, della pietà e della misericordia. Aveva fatti incidere questi odiosi titoli sopra una lastra d'argento che portava per ornamento sul petto[427].

I cittadini sienesi, che non sospettavano nè meno di vedere turbata la profonda pace di cui godevano, furono all'impensata assaliti da questi feroci soldati, che, non contenti del saccheggio delle case e delle loro mandre, cercavano frequentemente di levar loro il danaro, sottoponendoli a crudeli torture. Il governo non sapeva come difendere i suoi sudditi, che fuggivano all'avvicinarsi degli assassini, seco portando gli effetti che avevano potuto sottrarre al saccheggio; e la città riempivasi di contadini, di donne, di vecchi. Frattanto Guarnieri, cui la signoria faceva chiedere la ragione di quest'attacco, le offeriva di uscire all'istante dal territorio di Siena per la tenue somma di dodici mila fiorini. Egli voleva ostentare in faccia ai più deboli stati le umilianti condizioni che accordava alla repubblica di Siena, onde maggiormente atterriti dall'avvicinamento della compagnia si sottoponessero più facilmente ancor essi alle condizioni ch'egli crederebbe loro d'imporre[428]. In fatti i Sienesi gli pagarono la chiesta contribuzione, e Guarnieri, abbandonando il loro territorio, si gettò in quello di Montepulciano, di Città di Castello e di Perugia, le quali tre città, per non esporsi a maggiori danni, furono costrette di pagare la taglia che volle Guarnieri.

Dopo avere sparso il terrore in tutto il patrimonio di san Pietro, Guarnieri piegò bruscamente a sinistra, ed attraversò la Romagna, mettendola a fuoco e sangue. Era in allora questa provincia divisa fra molti piccoli tiranni, nemici gli uni degli altri, sebbene troppo deboli per farsi la guerra: perciò ognuno di loro offriva danaro a Guarnieri, perchè danneggiasse i suoi rivali; poi era ognuno costretto di pagare altro danaro per liberarsi dalle sue molestie. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, impegnò il duca ad attaccare Rimini, ove comandava Malatestino de' Malatesta; e Ferrantino Malatesta approfittò di quest'occasione per ribellarsi contro il suo parente; onde il territorio di Rimini fu per tutto un mese saccheggiato dagli assassini della compagnia, i quali nel susseguente mese guastarono il Cesenatico, benchè Cesena appartenesse a Francesco degli Ordelaffi che gli aveva chiamati in Romagna[429].