Conosceva Guarnieri il pericolo di rimanere in una provincia così lungo tempo da ridurre gli abitanti agli estremi di prendere in comune le armi contro di lui. Perciò sempre avanzandosi d'uno in altro stato, senza mettere distinzione alcuna tra amici e nemici, era omai pervenuto ai confini del territorio bolognese. Per quanto far potesse di male nel suo passaggio, un nemico era sempre meno odioso ai repubblicani di Bologna, del tiranno che gli opprimeva; il primo guastava le campagne a guisa di passaggero turbine, l'altro corrompeva il principio dell'esistenza, come que' pestilenziali miasmi de' pantani che infettano l'aria. I Gozzadini, i Beccadelli, e tutti i vecchi amici della libertà recaronsi al campo del duca, promettendogli quante ricchezze sapeva desiderare, se cacciava di Bologna Taddeo dei Pepoli, e ridonava alla libertà quest'antica e potente città. Ma il generale tedesco preferiva alle promesse de' fuorusciti le immediate offerte del signore di Bologna, che aveva trovato alla testa di tre mila cinquecento cavalli in vicinanza di Faenza. La battaglia era dubbiosa, e la vittoria non lo avrebbe compensato del sangue che gli sarebbe costata. Accettò dunque sessanta mila lire di Bologna, che Taddeo Pepoli gli fece dare a titolo del soldo di due mesi dovuto alle sue truppe, ed attraversò pacificamente il territorio bolognese, conducendo la grande compagnia nello stato di Modena[430].
In questa breve campagna aveva Guarnieri levate ragguardevoli contribuzioni, e le sue truppe eransi arricchite col saccheggio; onde il capitano ed i soldati desideravano del pari di tornare in Germania per godervi tranquillamente le ammassate ricchezze. Ma non sembrava loro che la Lombardia, che dovevano attraversare, potesse facilmente essere vinta o intimidita come i piccoli stati che avevano fino allora posti a soqquadro. Guastarono, gli è vero, una porzione del territorio di Modena, di Reggio, di Mantova finchè non si trovarono a fronte con ragguardevoli forze i marchesi d'Este ed i Gonzaga, spalleggiati da Mastino della Scala, dai Pepoli e dallo stesso Luchino Visconti. Guarnieri non conosceva ancora tutto il vantaggio che la compagnia avrebbe avuto sulle truppe che gli venivano opposte; egli non aveva ancora perfezionata con una lunga pratica quell'arte del saccheggio che doveva ancora esercitare molti anni, ed acconsentì, per una grossa somma di danaro, che gli venne pagata dai principi lombardi, di ricondurre in Germania la formidabile sua truppa, divisa in così piccoli corpi, che non potessero incutere spavento alle province che egli attraversava[431]. Guarnieri ed i suoi soldati più non ricomparvero in Italia finchè tutto ebbero dissipato ne' vizj e nelle dissolutezze il danaro ammassato colle rapine.
Se le burrascose passioni delle repubbliche, se la debolezza delle piccole signorie esponevano le prime a frequenti rivoluzioni e le altre a crudeli vessazioni, nè meno i grandi stati d'Europa erano in quell'epoca più felici o più tranquilli, perciocchè trovavansi tutti in preda ad accanite guerre, o internamente divisi da violenti rivoluzioni. La Germania era agitata dagl'intrighi della corte pontificia, che si valeva della gelosia e dell'ambizione de' principi per tenere perpetuamente vive le guerre civili. Giovanni di Boemia erasi fatto capo dei nemici dell'imperatore, e la sua attività aveva ridotto l'impero a mal termine ed accresciuti gl'imbarazzi di Luigi di Baviera. La Francia, perduto il suo antico splendore sotto il rovinoso regno di Filippo di Valois, veniva saccheggiata dagl'Inglesi; ma in pari tempo le vittorie d'Edoardo III non riuscivano meno funeste all'Inghilterra, spogliandola d'uomini e di danaro. La Spagna consumava le proprie forze nelle guerre civili suscitate dalle tiranniche imprese dei due Pietri, il crudele di Castiglia, ed il cerimonioso d'Arragona. Per ultimo il regno di Napoli, avendo perduto il vecchio re Roberto, trovavasi nuovamente esposto all'anarchia ed alle convulsioni da cui l'aveva preservato sessant'anni il regno dei principi Angioini.
Roberto era morto in Napoli il 19 gennajo del 1843 in età di ottant'anni dopo un regno di oltre trentatre anni[432]. Suo nipote Cariberto, o sia Carlo Uberto, re d'Ungheria, cui Roberto aveva sottratto il regno di Napoli, era morto sei mesi prima di lui, il 14 luglio del 1342, a Visgrado, dopo avere regnato quarantadue anni[433]. Il primo lasciava erede una figlia di suo figlio, chiamata Giovanna, maritata ad Andrea, secondo figlio di Cariberto. Il primogenito Luigi, re d'Ungheria, era succeduto al padre.
Pochi sovrani godettero così alta riputazione di sapere e di virtù al pari di Roberto, re di Napoli; ma la pubblica opinione, indulgente per i principi, colloca spesse volte tra gli uomini grandi coloro che, se fossero privati, non uscirebbero dalla mediocrità. La costante protezione da Roberto accordata ai letterati, e l'equità di molte sue leggi, gli meritarono in parte a giusto diritto gli elogi del suo secolo: ma devonsi rimproverare alla sua avarizia gli arbitrj dati ai giudici di permettere che si scontasse col danaro la pena dei delitti[434]; alla sua ambizione l'aver fomentato l'odio tra Guelfi e Ghibellini, quando era già cessato il motivo dei loro partiti, e di avere suscitate quasi tutte le guerre che lacerarono, durante il suo regno, l'Italia e la Germania, dalle quali ne derivarono a' suoi stati più mali che prosperità. Il regno della nipote Giovanna fece dimenticare i suoi falli, e diede all'Italia gravi motivi di desiderare una più ferma e felice amministrazione.
La regina Giovanna contava soltanto sedici anni quando successe a suo avo, ed Andrea, suo cugino e suo sposo, era nato pochi mesi prima di lei. Molti principi del sangue, figliuoli de' fratelli di Roberto[435], facevano splendida e voluttuosa la corte di Giovanna, e cercavano a gara il favore de' giovanetti sposi, onde governare lo stato in loro nome. Sebbene i sovrani fossero più inclinati ai piaceri che alla gloria o al potere, davano di già non equivoci indizj di rivalità. Gelosi l'uno dell'altro, ma egualmente incapaci di amministrare il regno, nè il re, nè la regina sapevano soffrire che l'altro volesse regnare in proprio nome[436]. Andrea, figliuolo di Cariberto, nipote di Carlo Martello e pronipote di Carlo II, pretendeva d'essere il legittimo erede del trono. Vero è che suo padre era stato soppiantato da Roberto; ma dopo la morte di questi risguardavasi come rientrato negli originarj suoi diritti[437]; e gli Ungari che aveva seco condotti, ed in particolare un monaco, detto frate Roberto, suo principale consigliere, cercavano di fomentare questa sua pretesa onde avere poi esclusivamente nelle loro mani l'autorità reale. D'altra parte Giovanna ed i principi del sangue suoi cugini sostenevano che legittima era stata la successione di Roberto e convalidata dall'approvazione di Clemente V l'anno 1309; e che un re, riconosciuto legittimo dal suo popolo nel corso di trent'anni, non poteva essere altrimenti considerato come un usurpatore. Roberto, che prima di morire aveva già veduto gl'indizj di questa gelosia, si era fatto sollecito di consolidare i diritti della nipote. Aveva richiesto da tutti i baroni suoi feudatarj, e dagli ufficiali della corona, che prestassero il giuramento di fedeltà a Giovanna; ed aveva nel suo testamento ordinato che si dilazionasse la coronazione d'Andrea fino all'epoca in cui questo principe toccherebbe i ventidue anni[438].
In questa corte, la più colta ad un tempo e la più corrotta d'Europa, il principe ungaro aveva conservata la natìa rozzezza. Orgoglioso ed iracondo dava il nome di ribellione alla più leggiera resistenza, e di oltraggio al sorriso o al silenzio de' cortigiani della regina. Disprezzava i costumi e gli usi de' Napoletani, e non pertanto credevasi continuamente oggetto delle loro derisioni; sdegnavasi di non avere che il titolo di duca di Calabria, di non essere re che per i cortigiani, e di non potere pretendere da tutti ubbidienza[439]. Fu spesso udito minacciare la regina, i principi del sangue, ed i principali baroni del regno, aspettando ogni giorno una bolla pontificia che acconsentisse alla sua coronazione, onde sullo stesso stendardo reale destinato a tale cerimonia aveva fatto dipingere al di sopra de' suoi stemmi due stromenti di supplicio, la mannaja e la scure, quasi per annunciare che dall'istante in cui regnerebbe, farebbe giustizia de' suoi nemici, ai quali volle anticipatamente mostrare questa bandiera[440].
Andrea aveva sospetta la regina di tenere colpevoli pratiche con Luigi di Taranto, suo cugino; e la pubblica opinione accreditava tali sospetti, accusando inoltre la regina d'altri secondari amori. Caterina, madre dei principi di Taranto, che portava il titolo d'imperatrice di Costantinopoli, dava l'esempio della più scandalosa scostumatezza, ed avendo la più alta influenza sul cuore della sua pronipote, favoreggiava le di lei pratiche con Luigi, sperando di potere coll'allontanare Andrea dalla corona farla dare a suo figliuolo. La regina Sancha, vedova di Roberto, abborriva tanta corruzione, ed erasi ritirata in un convento, ove morì un anno dopo il consorte; onde più veruno salutare rispetto contener poteva la piena di questa voluttuosa corte.
Gl'intriganti che avvicinavano la giovane regina, non si appagarono di averle ispirata avversione per Andrea; ma mirando a disfarsi d'un principe, di cui avevano a temere le vendette ed il collerico temperamento, fomentavano la criminosa passione della regina per suo cugino: poi tutt'ad un tratto l'atterrivano riferendole i sospetti e le minacce del marito; talvolta ancora gli parlavano del bene de' suoi popoli, del tiranno cui permetterebbe di regnare sopra di loro, rappresentandogli come un atto virtuoso il delitto che gli proponevano di commettere. In mezzo a tante seduzioni, Giovanna, strascinata, sedotta dalla sua passione, permise ai suoi cortigiani di servirla, acconsentendo alla loro trama senza volerne conoscere le circostanze.