Il conte d'Artusio, bastardo del re Roberto, e Filippina la Catanese, confidente della regina, si fecero capi della congiura[441]. Ottennero che la corte abbandonasse Napoli in settembre del 1345, per villeggiare in un luogo solitario, nel convento di san Pietro di Morone o dei Celestini posto a poca distanza d'Aversa. La notte del 18 di settembre, mentre Andrea stava a letto a canto alla regina, alcune cameriere vennero ad avvisarlo essere giunte da Napoli importanti notizie, e che i consiglieri lo aspettavano per avere i suoi ordini. La regina mostrossene turbata, e cercò di trattenere il marito; ma questo impotente rimorso fece luogo al timore[442]. Andrea uscì, e le cameriere chiusero dietro lui le porte della camera della regina.

I congiurati aspettavano Andrea nel vicino corritojo, ove appena giunto, gli furono sopra; ma persuasi che un anello regalatogli da sua madre fosse un talismano che gl'impedirebbe di morire di ferro o di veleno[443], cercavano di passargli intorno al collo un laccio di seta. Andrea difesesi vigorosamente, e ferì alcuni de' congiurati; ma finalmente fu spinto fuori d'una finestra, ed alcuni de' congiurati, che stavano appostati nel giardino, lo presero per i piedi, e terminarono di strozzarlo[444].

La nudrice d'Andrea, chiamata Isolda, che lo aveva accompagnato a Napoli, e che, teneramente amandolo, gli stava quasi sempre vicina, improvvisamente risvegliata dalle grida e dal tumulto, entrò nella camera della regina, e la vide sola seduta presso al letto nuziale tenendosi la testa tra le mani. Le chiese affannosa ove fosse il suo padrone; e spaventata dalla di lei risposta, si affacciò con una fiaccola ad una finestra, onde i congiurati fuggirono, lasciando il cadavere d'Andrea steso al suolo: l'infelice Isolda chiamando con disperate grida alla vendetta la corte, il convento e la stessa città d'Aversa, non lasciò tempo ai congiurati di mascherare il loro delitto[445].

Giovanna, oppressa dal terrore e dal rimorso, tornò subito a Napoli seco conducendo il cadavere dello sposo, che fu sepolto con poca pompa nella chiesa di san Luigi[446]. Coloro che non avevano avuta parte nella congiura, non dissimulavano l'orrore che loro ispirava così grave delitto; ognuno si precauzionava come se fosse personalmente minacciato, o come se questo delitto avesse tutti infranti i legami della società. Roberto di Taranto, fratello di Luigi, armava i suoi vascelli, e fortificava i suoi palazzi; Carlo di Durazzo eccitava il popolo a vendicare la morte del suo re; questi, avendo sposata la sorella di Giovanna, sperava probabilmente di succederle, quando il popolo la privasse del trono. Finalmente la regina ed il suo amante, Luigi di Taranto, adunavano i loro partigiani, e preparavansi a sostenere la guerra civile di cui vedevansi minacciati.

Tutta l'Europa parve sollevarsi udendo tale attentato. Clemente VI, che il 7 maggio 1342 era succeduto a Benedetto XII morto il 25 aprile, si credette chiamato dalla sua suprema dignità e dall'alto dominio sul regno di Napoli a punire i colpevoli che non potevano essere giudicati dai giudici ordinarj. Incaricò pertanto Bertrando di Baux, grande giustiziere del regno, a formare un processo contro l'uccisore del re Andrea, e di perseguitare il delitto senza aver riguardo a veruna persona, e senza rispetto alcuno per le secolari dignità[447]. La regina che non ardiva proteggere i congiurati, per non confessarsi complice, vide soggiacere alla tortura Raimondo di Catania, suo grande maniscalco; dopo di che il grande giustiziere, facendosi portare innanzi uno stendardo, sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, venne seguito dal popolaccio di Napoli a prendere perfino nel palazzo della regina i suoi amici, i suoi servitori più affezionati, ed in particolare la Catanese, confidente de' suoi più intimi segreti. Vero è che la regina tentò alcun tempo di difenderla, ma, temendo il furore popolare, l'abbandonò poscia ai suoi carnefici[448].

Prima d'essere condotti al supplicio, gl'imputati furono sottoposti a terribili torture per istrappar loro la confessione del proprio delitto; nel qual tempo uno steccato custodito dai soldati non permetteva al popolo di udire le loro deposizioni. La Catanese morì tra gli orrori della tortura; gli altri furono condannati ad un ributtante supplicio, durante il quale venne loro posto un amo in bocca perchè non potessero parlare[449].

È indubitato che temevasi da coloro che venivano mandati al supplicio l'accusa della complicità della regina; ma le precauzioni prese per impedirla, l'accusavano ancora più apertamente. Non pertanto Giovanna scrisse al re d'Ungheria, fratello di suo marito, per iscolparsi di un delitto di cui l'accusava la voce pubblica. In risposta ricevette una lettera, resa celebre dal suo laconismo. «Giovanna, gli scriveva Luigi, i disordini della tua passata vita, l'ambizione che ti fece ritenere il regio potere, la vendetta trascurata, e le scuse in appresso allegate, provano abbastanza che tu sei complice della morte di tuo marito[450].» Alcuni ambasciatori del re d'Ungheria eransi nel mese di maggio del 1346 presentati alla corte del papa chiedendo che al loro padrone fosse dato il possesso del regno di Napoli, di cui era il più prossimo erede, e venisse deposta Giovanna, resasi, per il commesso delitto, indegna di regnare. In pari tempo Luigi appellava ad un altro tribunale, a quello delle armi, invocando il valore de' suoi sudditi. Fece fare uno stendardo sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, e lo inalberò egli stesso in su gli occhi d'una dieta ungarese per impegnare quella valorosa nobiltà a vendicare il fratello del suo re. In appresso marciò verso Zara, in Dalmazia, con trenta mila cavalli, sperando d'obbligare i Veneziani a levare l'assedio di quella città che si era loro ribellata, onde colà imbarcarsi alla volta del regno di Napoli[451].

I Veneziani, all'avvicinarsi del re d'Ungheria, afforzarono il loro campo, guastarono il paese intorno a loro, ma non si rimossero perciò dall'assedio, e senza esporsi all'eventualità d'una battaglia, impedirono al re di comunicare cogli assediati, e di avanzarsi fino al mare. Gli Ungari non tardarono a soffrire mancanza di vittovaglie ed a conoscere l'impossibilità di attraversare l'Adriatico coperto da una flotta veneziana; onde il re Luigi, rinunciando nel presente anno all'impresa del regno, tornò in Ungheria onde entrare in trattati coi suoi vicini ed assicurarsi della loro amicizia, mentre rimarrebbe lontano da' suoi stati[452].

Mentre il re d'Ungheria s'impegnava in una lontana guerra, gli si rendeva più che mai necessaria l'amicizia de' Polacchi; e fortunatamente trovavansi unite queste due nazioni da stretta alleanza, giacchè Luigi dal canto di sua madre Elisabetta era nipote di Loctec, re di Polonia; e suo zio Casimiro, non avendo figliuoli, lo aveva destinato suo successore[453]. Il re d'Ungheria era inoltre alleato dell'imperatore Luigi di Baviera, e questo monarca, padrone del Tirolo, poteva aprire agli Ungari le porte dell'Italia. Il nuovo papa Clemente VI aveva rinnovate contro i Bavari le scomuniche fulminate da Giovanni XXII; aveva rotte le negoziazioni aperte da Benedetto XII; non voleva ad alcun patto accordare l'assoluzione all'imperatore, e non curandosi delle sue offerte e delle sue umiliazioni non si lasciava placare dalla sua penitenza, e voleva costringerlo alla guerra a dispetto de' suoi scrupoli[454]. Luigi di Baviera, ridotto alle ultime estremità, accettò le proposizioni del re d'Ungheria, promise di scendere nel susseguente anno in Italia con suo figlio il marchese di Brandeburgo, e con il suo alleato il duca d'Austria, allettato dalla speranza di potersi una volta vendicare de' Guelfi, della Chiesa e di quella casa d'Angiò che pel corso di trent'anni l'aveva tanto crudelmente perseguitato.

Ma il papa non poteva essere indifferente al movimento della metà dell'Europa verso l'Italia. Allorchè assoggettava la regina Giovanna alle criminali procedure del conte Bertrand de Baux, onde umiliare in tal modo i troni al di sotto della cattedra di san Pietro, era ben lontano dal voler permettere che questa regina, sua vassalla, venisse spogliata dal re d'Ungheria, e molto meno dall'imperatore. Accrebbe pertanto le sue pratiche per muovere contro il Bavaro nuovi nemici, e risolse finalmente di nominare il suo successore, estremo rimedio protratto dalla santa sede fino a quest'epoca.