A tale oggetto Clemente VI s'addirizzò a Giovanni, re di Boemia, quello stesso che procurato aveva a Luigi la corona imperiale, e che già da più anni mostravasi il più accanito de' suoi nemici. Giovanni era diventato cieco, ma non aveva perduti que' militari talenti e quella rapidità che confondeva tutti i progetti de' suoi nemici, nè quella instabilità che gli toglieva di condurre a buon fine i proprj. Non era proponibile per imperatore un cieco, ma suo figlio, Carlo, margravio di Moravia, sembrava opportunissimo ai disegni del papa; onde il re di Boemia cominciò a sollecitare a di lui favore i suffragi degli elettori.
Carlo, che acconsentiva a ricevere la corona dai preti, si portò subito in Avignone per concertare col papa le condizioni della sua elezione. Soscrisse una capitolazione, colla quale prometteva di abrogare tutti gli atti di Luigi in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sopra lo stato ecclesiastico, e non entrarvi che con espressa licenza del papa, di non trattenersi che un solo giorno in Roma in tempo della sua coronazione[455]. A tale prezzo Clemente VI prometteva a Carlo tutto il suo appoggio; e dopo avere, con una nuova bolla, dichiarato il Bavaro infame, eretico, scismatico ed incapace di più regnare, adunò gli elettori a Rense per nominare il successore.
Baldovino fratello d'Enrico VII occupava ancora la sede elettorale di Treveri, ed il suo suffragio era per suo nipote[456]. L'elettore di Colonia era ugualmente attaccato alla casa di Lussemburgo; ma Enrico di Virnebourg, elettore di Magonza, gli era contrario: perciò Clemente VI lo depose, e nominò per succedergli un giovane di vent'anni, chiamato Gerlach di Nassau. Rodolfo duca di Sassonia, che Luigi di Baviera aveva spogliato del Brandeburghese, si unì ai suoi nemici per vendicarsi. Finalmente il re Giovanni portava alla dieta di Rense il voto della Boemia; nella quale non facendosi carico dell'assenza dell'elettore palatino di Baviera, e del marchese di Brandeburgo figliuolo di Luigi, il 10 di luglio fu solennemente eletto re de' Romani Carlo, margravio di Moravia, e posto in trono.
Ma nel collegio elettorale la pluralità de' suffragi non decideva di quella degli stati e delle forze della Germania; ed il nuovo re de' Romani chiamavasi comunemente l'imperatore de' preti. La casa di Baviera che si era appropriata il Tirolo, il Margraviato di Brandeburgo, le province dell'Olanda, della Zelanda e della Frisia che si era afforzata coll'alleanza de' re d'Ungheria e di Polonia, e dei duchi d'Austria, poteva far pentire Carlo IV dell'ardir suo, tanto più che, sei settimane dopo la sua elezione, Giovanni di Boemia, suo padre era stato ucciso nella battaglia di Crecy, il 26 agosto del 1346[457]. Lo stesso stato della chiesa e l'equilibrio d'Italia potevano essere rovesciati dall'imprudente maniera, colla quale Clemente VI provocava un potente monarca. Il collegio de' cardinali erasene accorto, perciò non aveva dato il suo assenso all'elezione di Carlo IV, che in seguito ad un violento alterco, nel quale furono veduti i cardinali di Perigueux e di Comminges sguainare i loro coltelli per azzuffarsi[458]. Ma la Chiesa fu avventurosamente salvata dai pericoli in cui la strascinava il suo capo. Luigi di Baviera, dopo avere avuti molti vantaggi sopra il suo rivale pel corso d'un anno, si uccise quando meno credevasi cadendo da cavallo l'undici ottobre del 1347. Invano i suoi partigiani offrirono la corona ad Odoardo III re d'Inghilterra, ed a Federico margravio di Misnia. In vista del loro rifiuto proclamarono re de' Romani Gontieri, conte di Schwarzembourg, che a poco a poco, abbandonato dai suoi fautori, fu costretto di rinunciare egli stesso alla corona, e venne riconosciuto Carlo IV legittimo monarca, non meno dall'impero che dalla chiesa[459].
CAPITOLO XXXVII.
Cola da Rienzo dà una nuova costituzione alla repubblica romana. — Abbagliato dalla sua grandezza, disgusta il popolo che lo abbandona.
1347
Mentre gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare l'assassinio di suo fratello, a sè chiamava tutti gli occhi degl'Italiani; mentre la resistenza de' Veneziani in Dalmazia chiudeva a questo monarca il passaggio dell'Adriatico, e che l'elezione di Carlo IV privava gli Ungari de' soccorsi che loro poteva dare Luigi di Baviera; mentre per ultimo si trepidava tra il timore d'un'invasione de' barbari, ed il desiderio di vedere punito un delitto, un'inaspettata rivoluzione fissò sull'antica capitale del mondo l'attenzione di tutta la cristianità. La città di Roma, risvegliata da un eloquente entusiasta demagogo, riclamò le antiche sue prerogative, e volle sottomettere alla sua sovranità il papa e l'imperatore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo romano.
Cola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, era un uomo di bassi natali[460]. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, ed i suoi singolari talenti avevangli fatti fare rapidissimi progressi. Erasi egli in particolar modo dato allo studio degli storici e degli oratori dell'antichità; e trovandosi in mezzo ai monumenti della gloria della romana potenza, aveva cercato altresì d'investirsi dell'antico spirito de' suoi concittadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore venerazione per l'antichità, o una più nobile emulazione per farne rivivere le virtù; veruno aveva più profondamente studiati i costumi e le leggi della repubblica romana, nè meglio sapeva interpretare le iscrizioni ed i monumenti che fino allora erano stati con occhio stupido risguardati dal popolo, senza trovarvi memoria delle virtù de' loro antenati; verun altro uomo era animato da uno zelo più puro per il ben comune, o da più caldo patriottismo; verun altro finalmente sapeva agli altri comunicare con più persuasiva eloquenza i proprj pensieri e sentimenti. Questo distinto letterato, questo profondo antiquario, dai suoi talenti fatto capo del governo, non tardò a far conoscere che non aveva nè il coraggio necessario per la difesa del popolo, nè la modestia che avrebbe dovuto preservarlo dall'abbagliamento dell'inaspettata sua grandezza, nè la cognizione degli uomini, che si acquista difficilmente sui libri, e senza la quale un dotto non è un uomo di stato.