Durante l'assenza dei papi, Roma trovavasi in preda alla più turbulenta anarchia; i baroni romani avevano afforzate tutte le castella dello stato della chiesa, e tutti i palazzi che possedevano in città; avevano posta guarnigione in tutti gli antichi monumenti capaci d'essere ridotti a fortezze, e perchè nel vasto circondario delle mura di Aureliano la metà dei quartieri era deserta, i baroni trovavansi soli padroni di molte strade, ove avevano innalzati steccati ed altre difese in mezzo alle ruinate case. Ma perchè non erano abbastanza ricchi per tenere continuamente truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia ad assassini, a persone perseguitate dai tribunali, cui accordavano la loro protezione e l'impunità de' delitti, accordando loro un luogo sicuro onde riporre i profitti degli assassinj[461].

Per altro vedevansi ancora in Roma gli avanzi d'un governo popolare: i tredici quartieri della città nominavano il rispettivo capo, e l'adunanza di questi magistrati, chiamati Caporioni, rappresentava il sovrano; ma non aveva nè la forza nè l'autorità per farsi ubbidire. Il papa erasi usurpata l'elezione del senatore, e non affidava questa sublime dignità che a nobilissimi personaggi; quindi il potere giudiziario e la forza armata trovavansi in mano di quell'ordine contro del quale avrebbero dovuto adoperarsi.

Il senatore chiudeva gli occhi sui disordini dei gentiluomini, non prendendo le armi per punire i delitti che quando trattavasi di un suo personale nemico. Allora la vendetta nazionale si esercitava in modo da turbare maggiormente la pubblica tranquillità. I nobili scendevano frequentemente ai più bassi intrighi per ottenere dalla corte d'Avignone grazie o beneficj, non però essi riconoscevano nel papa un'autorità sovrana, ed i feudatarj della Chiesa credevano di avere diritto ad una maggiore indipendenza, che quelli dell'impero. Ne abusavano specialmente nelle guerre civili; la rivalità delle case Colonna ed Orsini divideva in due partiti tutta la nobiltà, e rinnovava ogni giorno le ostilità. Cola da Rienzo quando commettevasi qualche delitto, un ratto, un omicidio, un incendio, aveva nuovi motivi d'imputare ai nobili l'anarchia in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro da un odio che confondeva colle memorie della storia, da un odio ereditato dai Gracchi; ed egli aveva ben più ragione degli antichi tribuni, di trovare i patrizj del suo tempo degni della collera e della vendetta del popolo.

Cola si mostrò per la prima volta rivestito di un pubblico carattere poco dopo l'elezione di Clemente VI. Egli fu spedito ad Avignone nel 1342 per supplicare il nuovo papa di ritornare la santa sede nella sua naturale residenza[462]. In tale deputazione sebbene gli fosse associato il Petrarca, parlò Cola; la sua eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma gli avevano già guadagnata l'amicizia del poeta. Clemente VI non si lasciava dirigere nelle sue decisioni politiche dagli oratori popolari; ma notò lo straordinario talento del deputato romano; lo nominò notajo apostolico con ragguardevole assegno[463], e lo incaricò di annunciare ai suoi compatriotti che pel loro vantaggio e di tutta la cristianità pubblicherebbe un secondo giubbileo l'anno 1350 colle indulgenze che Bonifacio aveva accordate alla festa secolare, e che dovevano rendersi comuni a tutte le generazioni.

Cola, di ritorno a Roma, si acquistò il rispetto de' suoi concittadini esercitando con integrità la sua nuova carica. Cercò di ricondurre i suoi colleghi alla stessa purità di condotta; ma dovette ben tosto avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva rivolgersi allo stesso popolo se voleva far cessare l'anarchia, e rendere a Roma quella gloria e quella grandezza, quella giustizia e quella potenza, ch'egli enfaticamente chiamava il buono stato.

Per fare impressione sopra la moltitudine, parlò da principio ai suoi occhi. L'impiego lo chiamava in Campidoglio; ed egli vi fece esporre un quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il mercato. «Vi si vedeva, dice lo storico di Roma anonimo e contemporaneo, un gran mare burrascoso; nel mezzo una nave senza timone e senza vele in procinto di affondare. Una donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e colla cintura della tristezza; aveva la veste squarciata sul petto, i capegli sparsi, le mani incrocicchiate in atto di chi prega per essere salvato da imminente pericolo. Vedevasi in cima al quadro un breve che diceva: è questa Roma. Intorno a questo vascello stavano altri quattro che già avevano fatto naufragio; le loro vele erano cadute, rotte le antenne, spezzato il timone; e sopra cadauna di loro vedevansi i cadaveri di una donna coi nomi di Babilonia, Cartagine, Troja, Gerusalemme, ed al di sopra: l'ingiustizia è quella che le pose in pericolo, e che le fece finalmente perire[464]». Quando il popolo affollato intorno a questo quadro l'ebbe considerato alquanto, Cola si avanzò in mezzo a tutti e con maschia eloquenza inveì contro i delitti dei nobili che strascinavano la loro patria nell'abisso.

Pochi giorni dopo, fece collocare nel coro di san Giovanni di Laterano una tavola di rame con una bella iscrizione latina ch'egli aveva scoperta. Invitò i dotti ed il popolo a venire ad interpretarla, e quando l'assemblea fu adunata, egli si fece innanzi per leggere l'iscrizione. Era un senatoconsulto, col quale il senato conferiva a Vespasiano i diversi poteri de' Romani imperatori: atto di schiavitù, nel quale erano ancora conservate le forme de' tempi liberi. Cola, poi ch'ebbe terminata l'interpretazione, si volse al popolo adunato: «Voi vedete, o signori, egli disse, quale era l'antica maestà del popolo romano; egli era quello che conferiva agli imperatori, come suoi vicarj, i proprj diritti e la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la possanza dalla libera volontà de' vostri antenati, e voi, voi avete acconsentito che a Roma fossero cavati gli occhi; che il papa e l'imperatore abbandonassero le vostre mura, e non fossero più da voi dipendenti. Da quell'istante la pace fu sbandita dalle vostre mura, il sangue de' vostri nobili e de' vostri cittadini fu versato inutilmente in private contese; le vostre forze esaurite dalla discordia, e la città, già regina delle nazioni, diventata oggetto del loro scherno. Romani, io ve ne scongiuro, riflettete che voi vi esponete ad essere lo spettacolo dell'universo; il giubbileo si avvicina, i Cristiani verranno dall'estremità del mondo a visitare la vostra città; volete che non trovino che debolezza e ruina, che oppressione e delitti[465]

I nobili, da Cola da Rienzo attaccati così gagliardamente, ascoltavano motteggiando i suoi discorsi, e non pensando che potessero avere qualche effetto; i cittadini andavano dicendo che un oratore romano non cambierebbe lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie; ma il popolo cominciava a fermentare, e le persone suscettibili di entusiasmo erano non meno scosse del volgo. Cola conobbe ch'era tempo di andare più avanti, ed il primo giorno di quaresima fece affigere alla porta di san Giorgio al Velabro una scrittura con queste sole parole: entro pochi giorni i Romani ritorneranno nel loro antico e buono stato. Dopo ciò tenne sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone che credette animate da patriotici sentimenti. Ebbero parte a quest'unione mercanti, letterati, ed ancora varj nobili di second'ordine. Cola da Rienzo supplicò quest'assemblea di veri Romani, di ajutarlo a salvare la patria; rappresentò loro la miseria, la servitù, i pericoli cui trovavasi abbandonata la loro città patria; ricordò l'antica estensione della romana repubblica, la fedele sommissione delle città d'Italia, che tutte al presente erano ribellate; egli piangeva parlando, e con lui piangevano i suoi uditori: ma ben tosto cercò di risvegliare il loro coraggio, assicurandoli che Roma non aveva ancora perduti gli elementi della sua potenza, che le sole imposizioni da loro pagate ogni anno bastavano per rendere la forza al governo e sottomettere i loro sudditi ribelli[466]; che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per repristinare il buono stato, e che potevano far capitale della sua assistenza. Dopo averli raggirati con questi discorsi, Cola volle che tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di prestarsi con tutte le loro forze al ristabilimento della romana libertà[467].

Era necessario valersi d'un favorevole istante per privare i nobili della sovrana autorità. Cola avvisato, il 19 maggio, che Stefano Colonna aveva condotto un grosso numero di gentiluomini a Corneto per iscortare un convoglio di biade, non aspettò più oltre; fece pubblicare a suono di trombe, in tutta la città, che chiunque dovesse nel susseguente giorno recarsi senz'armi presso di lui, onde provvedere al buono stato di Roma. Dalla mezza notte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua presenza trenta messe dello Spirito Santo, nella chiesa di san Giovanni della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, uscì di chiesa armato, ma col capo scoperto. Gli stava intorno molta gioventù che faceva risuonare l'aere con grida di giubbilo. Raimondo, vescovo d'Orvieto, vicario del papa in Roma stava al suo fianco; tre de' più grandi patriotti di Roma portavano i gonfaloni innanzi a lui, ne' quali vedevansi figurati soggetti allegorici della libertà, della giustizia e della pace. Lo scortavano cento uomini d'armi ed un'infinita moltitudine di popolo disarmato, e tutto questo pacifico corteggio si avanzò tranquillamente verso il Campidoglio.

Giunto al limitare dello scalone, Cola fermossi presso al Leone di basalto, e, voltosi al popolo, lo richiese di approvare i regolamenti per lo stabilimento del buono stato, che fece tutti leggere ad alta voce. Questo primo schizzo di costituzione provvedeva alla pubblica sicurezza, piuttosto che alla libertà dei diversi ordini dello stato. Si stabiliva per ogni quartiere della città una guardia di venticinque cavalli e di cento pedoni; alcuni vascelli guardacoste venivano destinati lungo le rive del Tevere per proteggere il commercio, i nobili erano privati del diritto di tenere fortezze, ed il popolo doveva avere la guardia dei ponti, delle porte e di tutti i luoghi fortificati. In ogni quartiere della città si dovevano stabilire pubblici granaj; guarentire i sussidj di carità ai poveri; ed i magistrati dovevano dare sollecito corso alle procedure ad al castigo dei delitti[468]. Queste leggi vennero accolte con entusiasmo dal popolo adunato, che autorizzò Cola a dar loro esecuzione, investendolo a tale effetto del suo sovrano potere.