Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto de' movimenti del popolo, rivolò a Roma coi suoi gentiluomini. Questo signore era ad un tempo il più potente de' Romani baroni, ed il più amato dal papa. All'indomani del di lui arrivo, Cola gli ordinò di uscire dalla città; e quando seppe che il Colonna aveva con disprezzo lacerato il suo ordine, fece suonare la campana d'allarme del Campidoglio; onde tutto il popolo fu in armi, e Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore verso Palestrina. Gli altri baroni romani ebbero tutti ordine d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i luoghi fortificati della città, le porte, i ponti ec. furono dati in custodia alle compagnie della milizia. I più famosi banditi che da molti anni sprezzavano la giustizia e le leggi furono mandati al supplicio; ed il popolo adunato in parlamento conferì i titoli di tribuno e di liberatore di Roma a Cola da Rienzo. I medesimi titoli furono pure accordati al vescovo d'Orvieto, vicario del papa, che raggirato, come gli altri, dalla eloquenza di quest'uomo straordinario, contribuiva di buon cuore all'abbassamento dell'antica oligarchia ed al ristabilimento del buono stato[469].
Il tribuno, dopo aver fatta riconoscere la propria autorità entro il circondario di Roma, cercò di richiamare il territorio all'ubbidienza del popolo romano. Erano le campagne di Roma sotto l'immediata giurisdizione della nobiltà, la quale vi teneva un infinito numero di fortezze, ed inoltre poteva far capitale della fedeltà dei contadini suoi vassalli. Non pertanto Cola mandò ad ordinare a tutti i gentiluomini di recarsi in Campidoglio a giurare di contribuire dal canto loro al buono stato di Roma. Un giovane Colonna si presentò a Cola, non mosso da desiderio d'ubbidire, ma per osservare ciò che facevasi in città: poichè vide il tribuno in Campidoglio, circondato da un popolo immenso, cui faceva giustizia, e sempre preparato ad eseguire i suoi ordini, giurò sull'Eucaristia e sul Vangelo quanto gli veniva domandato. Poco dopo si videro arrivare tre altri Colonna, un Orsini ed un Savelli, ed altri distinti baroni, che prestarono lo stesso giuramento. Obbligavansi tutti a spedire vittovaglie al mercato di Roma, a mantenere la sicurezza delle strade, a proteggere le vedove e gli orfani, ed a presentarsi in Campidoglio colle armi o senza ad ogni richiesta. Promettevano in pari tempo di non attaccare i tribuni ed il popolo di Roma, di non prestare asilo ai malfattori ed agli assassini, e finalmente di non appropriarsi le entrate del comune. I gentiluomini, i giudici, i notaj, i mercanti furono chiamati a dare lo stesso giuramento di mantenere il buono stato[470].
Dopo una violenta anarchia, durante la quale uomini colpevoli di orribili misfatti osavano passeggiare per le contrade di Roma con piena sicurezza e facendo tremare i pacifici cittadini, sembrava a' Romani d'avere ricuperata la libertà quando videro puniti gli assassini, i furti, gli adulterj. Arbitrarie ma giuste sentenze atterrivano i delinquenti; e l'ordine vedevasi ristabilito in Roma. La giustizia d'un despota non era più separata da quella d'un popolo libero, e la sicurezza del maggior numero faceva dimenticare l'arbitrario potere che opprimeva pochi individui.
Frattanto Cola da Rienzo aveva spediti ambasciatori in Avignone per informare il papa di quanto aveva fatto, ed averne la sua approvazione. Le proteste del tribuno di sommissione e di ubbidienza calmarono alquanto l'estremo terrore che prodotto aveva nella corte pontificia il primo avviso della recente rivoluzione[471]. Era il secolo dell'erudizione e della pedanteria: le stesse opinioni intorno agli eterni diritti de' Romani, alla loro antica potenza, all'ubbidienza loro dovuta dai papi, dagl'imperatori, da tutto il mondo, che avevano invaso Cola da Rienzo, e procuratogli un caldo difensore ed entusiasta nel Petrarca, erano poco più poco meno comuni a tutti i letterati d'Europa, ed ottenevano a Cola partigiani che da lui si ripromettevano le più grandi imprese. In allora, secondo lo andava con orgoglio dicendo il Petrarca, il solo nome di Roma valeva assai. La sicurezza ridonata alle strade nelle vicinanze di Roma risguardavasi da tutta l'Europa come un pubblico vantaggio, perchè mantenevasi tuttavia in vigore la moda dei pellegrinaggi, e perchè il giubbileo annunciato per l'anno 1350 andava a richiamare la moltitudine de' fedeli nella capitale della cristianità. I corrieri di Cola portavano una bacchetta argentata colle insegne del popolo di Roma, del papa e del tribuno; e tale distintivo li faceva ovunque rispettare. «Ho portata questa bacchetta, diceva uno di loro, nelle strade delle città e nelle foreste; migliaja di persone sonosi poste in ginocchio, e la baciarono con lagrime di gioja, riconoscenti della sicurezza resa alle strade, e dell'espulsione degli assassini[472].»
In effetto i corrieri di Cola avevano attraversata quasi tutta l'Europa, essendo stati mandati alle città ed ai comuni della Toscana, della Lombardia, della Campania e della Romagna, al doge di Venezia, ai signori di Milano e di Ferrara, ai principi di Napoli, al re d'Ungheria, al papa ed ai due imperatori eletti, per annunciar loro il ristabilimento in Roma del buono stato, della pace e della giustizia. Nicola severo e clemente, tribuno della libertà, della pace e della giustizia, illustre liberatore della santa repubblica romana (tali sono i titoli ch'egli prendeva[473]) gli eccitava colle sue lettere a mandare a Roma deputati, muniti di bastanti istruzioni, per deliberare con lui in un'adunanza europea intorno al buono stato dell'Europa. Tutte le strade, soggiugneva egli, sono oramai sicure, ed i pellegrini, non meno che gli ambasciatori dei principi, possono fare senza timore il viaggio di Roma[474].
Questi messi del tribuno furono ben accolti, e più che altrove in Toscana: i Fiorentini onorati dal titolo di figliuoli di Roma, e Colonia de' Romani, gli spedirono cento cavalieri, promettendo di mandarne un maggior numero, tostochè ne avesse bisogno[475]. I Perugini gli mandarono sessanta cavalli, cinquanta i Sienesi[476]; e l'intera Italia mostrossi disposta ad assecondare, o fors'anco a ricevere ben tosto i suoi ordini.
Ma il capo del tribuno non era abbastanza forte per resistere alla vertigine cagionata da un inaspettato innalzamento. Pochi uomini usciti da una classe subalterna sanno conservarsi veramente grandi in mezzo alla prosperità. Cola da Rienzo aveva fatta impressione sul popolo di Roma colle allegorie, seguendo in ciò il gusto del suo secolo, e lo spirito di una nazione avida di spettacoli; proseguì anche quand'ebbe conseguito il potere, a voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi; i suoi abiti, le corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le iscrizioni sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni, ogni cosa era simbolica e destinata ad istruire i Romani. Frattanto lo stesso tribuno era più abbagliato da questa pompa, che il popolo spettatore. Di già egli andava moltiplicando le feste e le ceremonie non meno per viste politiche, che per piacere o per vanità; e dimenticando che la sua grandezza consisteva nell'essere uomo unico e non paragonabile a verun altro, sforzavasi d'imitare gli altri sovrani, e di emularli nel fasto dei titoli, e nella pompa che lo circondava. Compiacevasi di vedersi servito dai principali signori, e godeva della loro umiliazione. La sua consorte era corteggiata dalle signore, i suoi parenti innalzati a grandi dignità; ed egli medesimo cercava il parentado dell'antica nobiltà maritando la sorella ad un barone romano[477].
La prosperità delle imprese di Cola e l'approvazione dell'universo che sembrava aspettare i suoi ordini, accresceva la presunzione del tribuno. Giovanni di Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, era stato forzato a sottomettersi: assediato dai Romani in Viterbo, ne uscì col favore d'un salvocondotto ed era venuto in Campidoglio a gettarsi ai piedi di Cola implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano, che gli conservò il suo governo[478]. Tutte le fortezze del patrimonio di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il quale vedeva continuamente arrivare a Roma solenni ambascerie di Fiorenza, d'Arezzo, Siena, Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri, Pistoja, Foligno ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò dieci mila fiorini, i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per difesa del buono stato. Luchino Visconti di Milano gli scrisse chiedendogli la sua alleanza. Vero è che gli altri tiranni d'Italia, Taddeo de' Pepoli, il marchese d'Este, Mastino della Scala, Filippino Gonzaga, i signori di Carrara, gli Ordelaffi ed i Malatesti avevano ingiuriosamente risposto alle sue lettere; ma siccome il tribuno aveva annunciato il progetto di liberare l'Italia dai tiranni, la nimicizia loro poteva essere per lui compensata dall'affetto de' loro popoli. Luigi di Baviera che ancora viveva colla coscienza inquieta per scomuniche contro di lui fulminate, gli aveva scritto, pregandolo a riconciliarlo colla Chiesa. Il duca di Durazzo, il principe Luigi di Taranto, e la regina Giovanna l'avevano nelle loro lettere chiamato carissimo amico; per ultimo il re Luigi d'Ungheria gli aveva spedita un'ambasciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il tribuno condusse gli araldi d'armi di quest'ambasciata innanzi al popolo adunato, e ponendogli la corona tribunizia in sul capo, rispose loro: io giudicherò il globo della terra secondo la giustizia, ed i popoli secondo l'equità[479]. Ben tosto infatti la causa della regina Giovanna e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale dagli ambasciatori nominati dalle contrarie parti[480]; ma Cola non pronunciò veruna sentenza.
Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno l'impegnò a farsi armare cavaliere, come se tale distinzione, che lo innalzava al rango della nobiltà, non lo riponesse al di sotto di coloro, di cui era in avanti padrone. Questa ceremonia si fece il primo giorno d'agosto nella chiesa di san Giovanni di Laterano. Venne preceduta da una corte plenaria, ove splendidissime feste furono date a tutti gli ambasciatori, agli stranieri ed ai più distinti Romani nei tre palazzi di Laterano. La vigilia della festa di san Pietro in Vincola, il tribuno bagnossi nella conca di porfido, ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino, dopo essere guarito dalla lepra da papa san Silvestro. Cola passò la notte nel recinto del tempio, e nel susseguente giorno si presentò al popolo coperto di scarlatto e di vajo, facendosi cingere la spada da messer Vico Scotto, cavaliere e gentiluomo romano[481]. Ascoltò poscia la messa nella cappella di papa Bonifacio, durante la quale si volse al popolo gridando: «Noi vi citiamo messer papa Clemente a venire a Roma, sede della vostra chiesa con tutto il collegio de' vostri cardinali[482]. Citiamo voi Luigi di Baviera e Carlo di Boemia, che vi chiamate re ed imperatori de' Romani, e con voi tutto il collegio degli elettori germanici, perchè giustifichino innanzi a noi i diritti che hanno all'impero, e su quali fondamenti pretendono disporne. Dichiariamo intanto, che la città di Roma e tutte le città d'Italia sono e devono conservarsi libere; noi accordiamo a tutti i cittadini di queste città la cittadinanza romana, e chiamiamo il mondo in testimonio che l'elezione dell'imperatore romano, la giurisdizione e la monarchia appartengono alla città di Roma, al suo popolo ed a tutta l'Italia.» In appresso sguainando la sua spada, percosse l'aria verso cadauna delle tre parti del mondo, ripetendo: questo appartiene a me, questo appartiene a me, questo appartiene a me. Spedì subito corrieri a portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due imperatori[483]. Il vicario del papa, vescovo d'Orvieto, che aveva assistito a tutta questa cerimonia, rimaneva come fuor di sè vedendo tanto e così inaspettato ardire. Chiamò per altro un notajo per protestare in faccia a lui ed al popolo, che ciò facevasi dal tribuno senza sua saputa e senza l'assenso del papa. Ma Cola fece subito suonare le trombe, onde i Romani non potessero udire tali proteste[484].