Ciò null'ostante il vicario non rifiutò di pranzare solo col tribuno alla tavola di marmo, mentre la moglie di Cola presiedeva nel palazzo nuovo alla mensa di nobili signore. Altre tavole venivano servite nel palazzo vecchio, senza distinzione di ranghi, ad abbati, a monaci, a cavalieri, a mercanti, invitati alla ceremonia; e fin allora non erasi altrove veduta in un banchetto tanta magnificenza[485].

Questo fasto esauriva l'entrate di Roma, e le persone sagge cominciavano ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola poche settimane dopo ai principali signori della nobiltà romana, il vecchio Stefano Colonna propose se meglio convenisse ad un popolo l'essere governato da un prodigo o da un avaro. Dopo molte parole Stefano sollevò il lembo del mantello del tribuno ch'era ornato di frange d'oro e di ricami, e gli disse presentandoglielo: «Tu stesso, o tribuno, dovresti portare i modesti abiti de' tuoi eguali, piuttosto che questi pomposi ornamenti.» Cola turbossi ad un rimprovero che pareva accomunarlo al volgo, ed uscì della sala senza rispondere; ed in un primo movimento di collera ordinò l'arresto di tutti i nobili che si trovavano nella sala. Per giustificare questo subito rigore, disse ben tosto d'avere scoperta una congiura che i nobili ordivano contro il popolo e contro di lui[486]. Fece adunare in Campidoglio il parlamento, o assemblea generale, per il susseguente giorno 17 di settembre, ed annunciò che per liberare per sempre il popolo dal giogo dell'oligarchia, disponevasi a far decapitare tutti i nobili che avevano presa parte al tradimento. Tutto parve disposto per quest'orribile esecuzione; nella sala de' giudizj si stese un drappo di seta bianca screziata a colore di sangue; fu mandato ad ogni barone un frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed intanto le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. Il vecchio Stefano Colonna, cui pesava il morire, rimandò il frate e la comunione, dichiarando che non era disposto, e che gli affari dell'anima sua e quelli della sua famiglia non erano altrimenti accomodati, nè lo potevano essere così presto[487].

Forse il Tribuno non aveva altra mira che quella di spaventare i nobili, e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze de' loro amici: quando vide il popolo adunato salì la tribuna delle arringhe, e prese per tema le parole dimitte nobis peccata nostra, e si fece presso al popolo intercessore per i baroni prigionieri; dichiarò in loro nome che questi gentiluomini si pentivano dei loro errori, e che d'or innanzi servirebbero il popolo con fedeltà. I prigionieri si presentarono l'un dopo l'altro innanzi al popolo, e ricevettero la grazia a capo chino; in seguito risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola accordò loro importanti cariche, prefetture e ducati nella Campania ed in Toscana[488].

La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera, non merita in verun caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori delle prigioni del tribuno e delle mura di Roma, che pensarono a vendicarsi. Il Colonna e due Orsini presero a fortificare il castello di Marino; vi adunarono uomini d'armi e munizioni, senza che Cola pensasse ad opporsi a questi ostili apparecchi; in breve spiegarono lo stendardo della ribellione, ed, occupato Nepi, abbruciarono molte castella, e portarono i loro guasti fino alle porte di Roma[489].

Il ristauratore della repubblica romana non era fatto per le cose della guerra; egli non conosceva altrimenti quel valore che ammirava negli antichi, e che pensava di far rivivere: e per tal modo l'opposizione tra il coraggio di spirito spiegato nella sua impresa, e l'assoluta mancanza di coraggio militare che mostrò in appresso, può sembrare all'osservatore o ridicola o affliggente. Lungo tempo prima di prendere le armi, cercò d'intimidire i suoi nemici colle citazioni o colle minacce. Finalmente le grida del popolo, che non sapeva pazientemente soffrire il guasto delle campagne, l'obbligarono a muovere la milizia romana. Ottocento cavalli e venti mila pedoni sotto la condotta di Cola da Rienzo si avanzarono contro i Colonna e guastarono il territorio di Marino com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse l'armata in città; si fece vestire in Vaticano della dalmatica, mantello fino allora riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale abito un legato che il papa mandava a Roma per farvi rivivere la propria autorità[490].

Frattanto i Colonna avevano, dal canto loro, fatta ribellare Palestrina; e molti de' loro partigiani li richiamavano in Roma, assicurandoli d'essere pronti ad aprir loro le porte tosto che li vedessero avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono in Palestrina seicento uomini d'armi e quattro mila fanti, avanzandosi poi fino al luogo, detto il Monumento, lontano quattro miglia dalle porte. Ma il romano valore era egualmente spento nel petto de' nobili come nel popolo, e la lotta per difendere o per rovesciare il buono stato, la libertà e la repubblica, trattavasi da ambo le parti con una pusillanimità indegna di così gloriosi nomi. Benchè il tribuno avesse ragguardevoli forze, non osava sortire di città; ma invece faceva ogni mattina chiamare a suono di campana il popolo a parlamento; e per incoraggiare il popolo adunato, faceva il racconto de' sogni avuti la precedente notte, e le promesse di soccorsi a lui fatte da papa san Martino, figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio VIII, nemico dei Colonna[491].

I nobili, dal canto loro, occupavansi ancor essi dei loro sogni; e Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'armi a ritirarsi, perchè aveva veduto ne' suoi sogni sua moglie in abito di corrotto. Malgrado questo presagio, il vecchio Stefano Colonna presentossi ad una delle porte di Roma accompagnato da un solo servitore, e domandò d'essere introdotto in città; le guardie lo minacciarono, senza per altro cercare di farlo prigioniero, come avrebbero potuto agevolmente fare. L'armata dei nobili erasi avanzata dalla banda di Monte Testaceo[492] fin presso alla porta di san Paolo, di dove i Colonna potevano udire la campana del Campidoglio che suonava sempre a stormo; onde argomentarono che v'erano aspettati, e si ritrassero dall'attaccare il popolo, tostochè ebbero perduta la speranza di sorprenderlo. Ma senza voler venire ad un fatto d'armi, risolsero, prima di ritirarsi, di sfilare avanti le porte in atto di sfidare il tribuno. La truppa loro era divisa in tre battaglioni; i due primi passarono senz'essere molestati, e la porta fu tenuta chiusa finchè cominciò a passare il terzo battaglione, ed allora fu aperta per rispondere colle bravate alle bravate. Il giovane Giovanni Colonna quando vide aperta la porta sperò che i suoi partigiani se ne fossero impadroniti, spronò il cavallo ed entrò in città, avanzandosi fino ad un tratto d'arco. Con eguale viltà i suoi compagni d'armi lo lasciarono solo mentre i cittadini fuggivano innanzi a lui. Quando Giovanni s'accorse d'essere abbandonato, volle dar addietro, ma il suo cavallo inciampò, ed il popolo affollandoglisi addosso, lo uccise mentre domandava la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna, giunto la volta sua innanzi alla porta volle entrare per soccorrere il figliuolo, poi ripartì quando conobbe la grandezza del pericolo; ma ferito con un sasso lanciatogli mentre fuggiva, fu atterrato ed ucciso alla stessa porta senza avere neppure potuto valersi delle sue armi. Gli altri gentiluomini non tentarono nè meno di prendere parte alla battaglia, inseguiti nella loro fuga da un popolo furibondo, che ne fece molti prigionieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedere furono uccisi in una vigna ove cercavano di nascondersi; gli altri gittarono le armi e non si fermarono avanti di giugnere ne' loro castelli[493].

La gioja del tribuno dopo questa vittoria cui aveva presa sì poca parte, fu tanto più smoderata, quanto più grande era stata la sua paura. Tornò trionfante in Campidoglio, e depose innanzi all'immagine della Vergine in Araceli la sua bacchetta tribunizia, e la sua corona d'argento a foglie d'ulivo. Arringò in seguito il popolo, e si vantò d'aver abbattute quelle teste che nè gl'imperatori nè i papi avevano potuto mai far piegare. Finalmente non permise che si rendessero gli onori funebri ai cadaveri dei Colonna[494]: ma invece di approfittare della vittoria e di assediare Marino, che i nobili avrebbero, in quel primo istante di terrore, abbandonato, perdette un tempo prezioso nelle feste ed intorno a ridicole cerimonie; armò cavaliere della vittoria suo figliuolo, nel luogo medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna; accrebbe le imposte per pagare i soldati, e ne consumò i proventi in un fasto insensato. Frattanto il popolo s'andava da lui alienando; vedeva Giordano Orsini portare la desolazione fino sulle porte di Roma; vedeva che il tribuno era incapace di far rispettare il suo governo, e lo accusava egualmente degli errori che gli vedeva commettere e degli oltraggi che gli facevano i suoi nemici.