Il legato che Clemente VI aveva spedito a Roma, chiamavasi Bertrando di Deux; il quale manteneva corrispondenza colla nobiltà romana, e dopo il suo arrivo in Italia erasi formato una svantaggiosa opinione del tribuno. Passando per Siena aveva detto a que' magistrati, che Cola da Rienzo era un nemico della chiesa; che il papa disponevasi a farlo processare per delitto di ribellione, onde pregava la repubblica a richiamare le truppe ausiliarie che gli aveva fin allora somministrate[495]. Non pertanto il legato era stato ricevuto, entrando in Roma, da Cola da Rienzo con segni di profondo rispetto per la sua persona e per il pontefice; era stato presentato al popolo in pieno parlamento, ed assicurato dell'ubbidienza della repubblica e del suo capo. Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori dimostrazioni di sommissione; egli volle privare il popolo dell'autorità per renderla alla nobiltà romana che godeva il favore del papa e del collegio de' cardinali: perciò fece alleanza con Luca Savelli e Sciarreta Colonna; ed accusando il tribuno di eresia, fulminò contro di lui una sentenza di scomunica.
Un altro ancora più pericoloso nemico e più intraprendente armavasi in pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pepino, conte di Minorbino, esiliato dal regno di Napoli, dove aveva, col mezzo di assassinj, tentato di vendicare la morte del re Andrea[496], erasi rifugiato in Roma con alcuni de' suoi compagni d'armi, accostumati com'egli a disprezzare gli ordini e le leggi. Il tribuno, avvisato dei disordini che commettevano e degli omicidj di cui si rendevano colpevoli, volle arrestarli, o costringerli ad uscire di Roma: ma il conte di Minorbino erasi fatto forte coll'alleanza del legato e dei Colonna; e con cento cinquanta cavalli si pose nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro palazzi, ed avevano più partigiani che altrove; vi si afforzò con barricate; e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordini del tribuno.
Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di cavalleria le barricate del conte di Minorbino, e nello stesso tempo fece suonare a stormo la campana di sant'Angelo Pescivendolo. Ma tutto quel giorno e tutta la seguente notte il popolo non volle prendere le armi sebbene la campana suonasse sempre. I Romani rifiutavansi ugualmente di combattere contro il conte di Minorbino, o di difenderlo, non prendendo verun interesse alla sorte di questo straniero; perciò non pensavano nè a seguire il suo esempio, resistendo al tribuno, nè ad approfittare di quest'occasione per ribellarsi. Erano omai diventati affatto indifferenti per quel buono stato tanto pomposamente annunciato, poi trovato così poco stabile; erano stanchi delle rappresentazioni teatrali e delle arringhe del tribuno; determinati di aspettare tranquilli gli avvenimenti, e non di prepararli essi medesimi.
Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma disarmato; il tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò della propria amministrazione, del bene che aveva fatto, di quello che voleva fare; imputò all'altrui invidia d'aver posti ostacoli a' suoi benefici progetti, pianse, sospirò, e la sua eloquenza seppe ancora farsi strada al cuore, di modo che i sospiri e le lagrime del popolo risposero alle sue; ma non perciò si vide tra i suoi uditori alcun movimento coraggioso, niuno gli annunziò una vittoria facile ad ottenersi. «Dopo aver governato sette mesi, disse alla fine, io deporrò adunque la mia autorità;» e niuna voce fu udita per fargli una dolce violenza per pregarlo di tenere ancora le redini del governo. Allora Cola da Rienzo fece suonare le trombe d'argento, e coperto di tutte le insegne della sua dignità, accompagnato da tutti coloro che trovavansi dipendenti dalla sua fortuna, e dai suoi soldati, scese dal Campidoglio, attraversò in pompa Roma quasi in tutta la sua lunghezza ed andò a chiudersi in Castel sant'Angelo. Sua moglie si trasvestì per seguirlo; e tre giorni dopo la sua ritirata i baroni esiliati rientrarono in Roma, che ricadde all'istante in uno stato di anarchia peggiore di quella che precedette il governo del tribuno[497].
La rivoluzione che rovesciò Cola da Rienzo, ebbe luogo il 15 dicembre del 1347, meno di sette mesi dopo essersi fatto capo della repubblica. In questo breve spazio di tempo, quest'uomo aveva dato al mondo un maraviglioso esempio del poter dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il nome e le memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure dell'inebriamento cui si espone il dotto che dalla sua biblioteca viene portato sul trono, e che non ha potuto prepararsi che coi libri all'esercizio del sovrano potere.
FINE DEL TOMO V.