I Siciliani ed i Napoletani tenevano ancora, cinquant'anni prima, un distinto posto tra le potenze marittime; e la loro marina erasi formata ne' tempi in cui Amalfi, Napoli e Gaeta erano repubbliche, in cui Messina e Palermo godevano di una quasi piena libertà sotto la sola protezione della corona. Ma malgrado i talenti e l'attività di Federico, re di Sicilia, malgrado le ricchezze e la perseveranza di Roberto re di Napoli, la marina militare di questi due paesi era affatto spenta, perchè la marina mercantile non aveva potuto sostenersi senza l'energia della libertà. La regina Giovanna, sovrana della Provenza e del regno di Napoli, non aveva vascelli di guerra ne' porti dell'uno o dell'altro stato; i quali non avevano comunicazione tra di loro che per mare, onde la loro sovrana trovavasi per tale comunicazione in arbitrio degli stranieri. Giovanna medesima fu più volte costretta di esporsi al mare, ed ogni volta dovette per questo viaggio noleggiare galere genovesi. Minacciata dagli Ungari, che si affidavano all'Adriatico per invadere i suoi stati, non riuscì a formare una marina, alla quale poteva essere legata la sua sicurezza, e non potè impedire il passaggio della cavalleria ungara sui battelli scoperti. Dimenticando la rivalità de' suoi antenati colla casa di Sicilia, domandò quindici galere in dono a don Luigi d'Arragona, o piuttosto alla Reggenza di Palermo, che governava la Sicilia a nome del re minore; ed a tale prezzo rinunciò a tutti i pretesi diritti che la casa d'Angiò faceva valere da settant'anni sui paesi al di là del Faro. Ma le galere siciliane a lei promesse non poterono mai dar le vele.
I Greci, ai quali l'infinito numero delle loro isole e l'assoluto bisogno di chiudere ai Turchi il passaggio dei mari, imponevano imperiosamente il mantenimento d'una marina, l'avevano lasciata andare in ruina. Quella de' Pisani più non aveva potuto rifarsi dalla rotta avuta alla Meloria nella fatale battaglia contro i Genovesi. E per ultimo i Francesi nelle lunghe guerre di Filippo di Valois con l'Inghilterra assoldarono le galere dei Genovesi, e gl'Inglesi non sapevano ancora circondare la loro isola con quelle nobili fortezze che assicurano adesso la sua prosperità e la sua gloria. Vero è che nel Nord le città della vasta rada avevano di già una fiorente marina: ma assai di rado vedevasi ne' porti del Mezzogiorno.
Il solo Mediterraneo era sempre solcato da navi da guerra, o mercantili; non ancora per gli Europei esisteva l'America, e sconosciuta era la strada alle Indie intorno al continente dell'Africa. L'Oceano era deserto, ed i regni d'Occidente comunicavano piuttosto per terra che per mare con più fertili ed industriosi paesi. I due più vasti e più ricchi rami di commercio del mondo, quelli che in ogni tempo fecero prosperare tutti gli altri, il commercio del Nord-est e quello delle Indie, facevansi sul Mediterraneo, uno ne' porti del mar Nero, ed alla foce dei fiumi della Russia, l'altro coll'intervento degli Armeni o degli Arabi ne' porti della Grecia, della Siria o dell'Egitto.
Gli stessi progressi dell'incivilimento rendevano ogni dì più necessarj ai popoli i prodotti di una ricca terra, ma tuttavia selvaggia. Quando la coltivazione s'accresce, le foreste vanno scemando, e scompajono gli animali selvaggi che le abitavano. In allora conviene chiedere ad altri paesi, rimasti quasi deserti, i prodotti di quelle stesse foreste, che sono la principale materia delle arti, e che la civiltà medesima ci rende necessarj. La Russia, già da più secoli, è il magazzino de' legni da costruzione di tutta l'Europa, della canape di cui si fanno le vele e le gomene, della pece, della cera, del sego, delle pellicce. Alcune di queste mercanzie tanto necessarie alla navigazione ed alle arti, possono al presente venirci somministrate dall'America settentrionale; tiriamo il rimanente dai porti del mar Baltico; e più anticamente tiravansi da quelli d'Arcangelo. Nel quattordicesimo secolo tutto questo commercio facevasi per il mar Nero; le mercanzie del Nord scendevano i fiumi che gettansi in questo mare, specialmente il Don o Tanai; tutto quanto andiamo oggi a cercare nel Baltico, nel mar Bianco, ed alle foce del san Lorenzo, trovavasi raccolto nella piccola Tartaria; e le repubbliche di Venezia e di Genova, premurose di dare consistenza ai loro banchi del mar Nero, fecero diversi trattati di commercio coi successori d'Octai Kan e di Zengis, che circa nella metà del 13.º secolo avevano conquistata o corsa la Russia, la Polonia, l'Ungheria e la Moldavia[107].
Le città di Caffa e della Tana furono preferite a tutte le altre per essere l'emporio delle ricche esportazioni della Russia, e dei prodotti dell'industria italiana, destinati al consumo de' Tartari e de' popoli del Nord. Caffa nella Crimea era una colonia dei Genovesi interamente soggetta alla loro sovranità. In principio del quattordicesimo secolo avevano da un capo tartaro comperato il diritto di fabbricare alcune botteghe e poche case sulla spiaggia; ben tosto i profitti del commercio vi chiamarono una numerosa popolazione; il muro innalzato per difendersi da ladri, diventò una regolare fortezza; i Genovesi, che vi si domiciliavano, alzavano al di sopra de' loro magazzini sontuosi palazzi; e la colonia che cercavasi di rendere simile alla superba Genova sua metropoli, prese in breve il più florido aspetto[108].
Tana, posta alle foci del Tanai e vicina ad Azour, era soggetta ai sovrani tartari, ma i Genovesi ed i Veneziani avevano stabilimenti considerabilissimi in questa città; i Fiorentini ed altri popoli d'Italia vi avevano pure aperti i loro banchi; onde vi si trovavano accumulate immense ricchezze; e quando le avanie de' Tartari, i tremuoti o gl'incendj ruinavano i mercanti della Tana, la perdita loro era risentita da tutto l'Occidente.
Mentre una delle rive del mar Nero offriva agl'Italiani il commercio che noi facciamo adesso coll'America, l'altra apriva loro la più frequentata strada delle Indie orientali. Tutte le città della costa opposta alla Tartaria erano animate da un attivissimo e vantaggioso commercio. Sopra tutto Sinope e Trabisonda erano abitate da numerose colonie di mercanti italiani e visitate ogni giorno dai loro vascelli. Sinope era un importante punto di comunicazione coi Turchi dell'Asia minore; Trabisonda, sede d'un piccolo impero greco nato dai rottami di quello di Costantinopoli, e governato da un Comneno[109], apriva una più importante comunicazione coll'Armenia, ed agevolava il commercio di questo ricco regno.
Gli Armeni avevano ricuperata la loro indipendenza nel dodicesimo secolo; e questo popolo montanaro, il più industrioso, il più sobrio e più attivo dell'Asia, aveva cercata l'alleanza de' Latini, che professavano la sua medesima religione[110]. Prima degli altri, i Veneziani avevano ottenuti in Armenia i più grandi privilegi; essi soli potevano trafficare sui camelotti, ed esportare la lana o camelo delle capre d'Angora, la di cui esportazione era vietata a tutti gli altri mercanti. Essi andavano esenti da gabelle, potevano possedere case, chiese ed alberghi; avevano pure il diritto di coniare danaro, e di essere giudicati dai loro proprj magistrati; finalmente vi godevano un'assoluta franchigia per attraversare tutti gli stati armeni colle mercanzie che tiravano dalla Tauride e dalla Persia[111].
Questa comunicazione a traverso l'Armenia aveva fatto di Trabisonda uno de' mercati del commercio delle Indie. I prodotti di que' felici climi, e sopra tutto le spezierie, furono in ogni tempo l'oggetto del più lucroso commercio del mondo. Tutti i paesi domandano e consumano ciò che una sola contrada produce, ed ancora scarsamente. Le spese e le difficoltà del trasporto da una all'altra estremità del globo, hanno successivamente dati a diversi popoli i mezzi di stabilire un monopolio sulle spezierie: allora soltanto si è potuto dire con verità ciò che fu così spesso ripetuto a torto degli altri commerci di oggetti di consumo: tutte le nazioni sono tributarie di quella che è in possesso di somministrare le spezierie e gli aromi delle Indie.
Nel 14º secolo, questo ricco commercio facevasi a traverso dell'Asia per più strade in un tempo medesimo. Ma tutte queste strade erano pericolose, le frequenti rivoluzioni de' paesi che i mercanti dovevano attraversare, interrompevano i loro viaggi e ne fermavano le speculazioni. Fra le carovane che portavano dalle Indie colle spezierie i prodotti delle manifatture dell'Indostan e della China, alcune attraversavano la Battriana o grande Bucaria; i convogli delle mercanzie scendevano in appresso l'Oxus, navigavano a traverso del mar Caspio, rimontavano il Cyrus, e finalmente per il Faso discendevano nel mar Nero. Altre mercanzie abbondavano nel golfo Persico, e per mezzo dell'Eufrate penetravano nell'Assiria, di dove venivano dirette ai diversi porti di Terra santa o dell'Asia minore. Finalmente alcune per il mar Rosso passavano ad Alessandria d'Egitto. E per tal modo dalla foce del Tanai fino a quelle del Nilo, le diverse città marittime possedute dai Tartari e dai Turchi, dai Greci e dagli Arabi, furono a vicenda arricchite dal commercio dell'India. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano dato a queste città il nome di Scalo, stabilirono in tutte fattorie per raccorre gli aromi; ed essi soli ne provvedevano poi tutta l'Europa.