Il re d'Ungheria aveva di nuovo nel 1350 attraversato l'Adriatico per condurre nel regno di Napoli dieci mila uomini di cavalleria, che lo avevano seguito montati sopra battelli scoperti[100]. Egli non aveva galere per proteggere la sua flottiglia, di modo che, se Giovanna non avesse lasciata perire la sua marina, essa avrebbe potuto agevolmente fermare gli Ungari sulle opposte rive, o affondare le barche sulle quali si avventuravano. Le truppe che, per una imperdonabile negligenza, Giovanna aveva lasciate sbarcare nel regno, lo attraversarono con facilità; occuparono presso che tutte le città delle due province chiamate principati, ed in appresso assediarono Aversa, la sola piazza che tentasse difendersi. Ma gli Ungari servendo il re in forza della loro dipendenza feudale, non ricevevano da lui pagamento, e dopo un breve termine avevano il diritto di tornare alle loro case. Aversa non fu presa che nell'epoca in cui terminava l'obbligo loro, onde chiesero di ripassare in Ungheria. Lo stesso re stanco delle sue guerre d'Italia, perdeva ogni speranza di conquistare paesi, ove non pensava di stabilire la sua dimora, e desiderava egualmente di riprendere la strada del suo regno. Dal canto suo la regina Giovanna trovavasi debolissima, onde chiedeva caldamente la pace, ed in seguito ad alcune conferenze, fu conchiusa in ottobre del 1350 una tregua che doveva durare fino al 1º aprile del susseguente anno. Si convenne che fino a tale epoca le due parti conserverebbero i loro possedimenti, che i due re e la regina uscirebbero dal regno, e che il papa, nel suo concistoro, rimarrebbe solo giudice dell'attentato commesso contro il re Andrea. Se la corte d'Avignone pronunciava essere la regina colpevole, questa doveva perdere il regno, che sarebbe devoluto al re d'Ungheria: se la corte d'Avignone la dichiarava innocente, il re doveva rinunciare a tutte le sue conquiste, contro il pagamento di trecento mila fiorini a titolo di spese della guerra. A queste condizioni Luigi d'Ungheria tornò ne' suoi stati, dopo avere nominati suoi luogotenenti il cavaliere di Monreale nella Terra di Lavoro, e Corrado di Guilford in Puglia[101].
Dietro tale tregua il re d'Ungheria e la regina Giovanna spedirono ambasciatori alla corte d'Avignone per rifare il processo intorno alla morte del re Andrea. Ma gli Ungari, che oramai credevano di avere bastantemente vendicato quest'assassinio, non appoggiavano con grande impegno la loro accusa; ed il papa ed i cardinali erano tutti favorevoli alla casa di Provenza: pure il delitto di Giovanna era tanto manifesto, che non sapevano a qual partito appigliarsi per discolparla senza disonorare sè medesimi. Dopo avere assai protratto il giudizio, s'appigliarono per ultimo ad un partito, che ben mostra quanto la stessa regina confidasse poco nella giustizia della sua causa. I commissarj di Giovanna dichiararono che, quando potesse ancora provarsi che questa principessa avesse mancato ai doveri coniugali, non doveva imputarsi il di lei errore nè alla sua intenzione, nè a cattiva volontà, ma riconoscere ch'ella aveva ceduto alla forza d'un sortilegio, e che la debolezza d'una donna non aveva potuto resistere alla possanza degli spiriti infernali. I commissarj confermarono la strana loro giustificazione colle deposizioni di molti testimonj giurati; e i giudici, cui le dirigevano, essendo ancor essi desiderosi di trovare un pretesto per pronunciare un giudizio favorevole alla regina, la dichiararono innocente del delitto commesso contro Andrea, ed annullarono l'accusa che da tanto tempo pesava sul suo capo[102].
Questo giudizio per altro non ridonò immediatamente la pace al regno di Napoli, perchè la corte d'Avignone trovava di suo utile il prolungamento dell'anarchia. Clemente VI non aveva voluto dare a Luigi di Taranto, sposo di Giovanna, altro titolo che quello di re di Gerusalemme, e non aveva voluto ratificare il trattato tra lui ed il re d'Ungheria. Vero è che gli Ungari si erano ritirati dal regno, ma Luigi di Taranto doveva far guerra ai suoi propri baroni, e non trovava in verun luogo chi volesse ubbidirgli. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata, e nemmeno per supplire ai proprj più immediati bisogni. Erasi avanzato fino a Sulmona con intenzione di sottomettere i ribelli della Puglia; e colà vedevasi abbandonato da' suoi soldati, e deriso dalla nobiltà, mentre le principali città del regno rifiutavano d'aprirgli le porte. In tale quasi disperata situazione, ebbe notizia in dicembre del 1351, che il papa lo aveva riconosciuto in pieno concistoro per re di Napoli e di Sicilia. La coscienza del pontefice erasi risvegliata repentinamente, quando una grave malattia l'aveva condotto al limitare del sepolcro, e da quell'istante manifestava la più viva impazienza di rendere la pace all'Italia[103].
In un secondo concistoro tenuto nel susseguente mese, cui assistettero il vescovo di Cinque chiese e Corrado di Guilford quali plenipotenziarj del re d'Ungheria, Clemente VI ratificò la tregua che esisteva tra i due monarchi, e la commutò in perpetua pace. Riconobbe Luigi di Taranto e Giovanna di Provenza come re e regina di Napoli; e nella sua qualità di abituale signore accordò che il regno venisse a certe epoche assoggettato al pagamento di trecento mila fiorini, promessi al re Ungaro per ispese di guerra. Gli ambasciatori d'Ungheria si fecero allora a parlare, e contro l'universale aspettazione dichiararono che il re, loro padrone, non avendo fatta la guerra in Italia per ammassare danaro, ma per vendicare il sangue di suo fratello, assolveva il re, la regina ed il regno dei trecento mila fiorini a lui promessi, e senza veruna condizione rimetteva la regina Giovanna nell'intero godimento dell'eredità de' suoi maggiori[104].
CAPITOLO XL.
Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo.
1348 = 1352.
Il continente d'Italia difendeva a stento la propria indipendenza contro i Visconti. Questa famiglia era comunemente indicata col nome del serpente che portava ne' suoi stemmi. Essa impiegava alternativamente contro i suoi vicini l'astuzia o la violenza, la perfidia o la sorpresa, per distruggere la loro libertà; e la biscia[105] de' Visconti inghiottiva i più deboli stati, o spargeva sugli altri il suo veleno, per farli poi cadere la volta loro. Ma il mare aveva conservata la libertà; due repubbliche italiane ne dividevano l'impero, e non soffrivano sul mare la rivalità d'alcun sovrano dispotico. Non è agevole cosa il ridurre in servitù uomini cui il vasto Oceano tien luogo di patria, e che scuotono, abbandonando la spiaggia, il giogo che vorrebbesi loro imporre; uomini che la forza o l'interesse non legano alla terra, e che non appartengono al suolo che li vide nascere, che pei legami dell'amore. La libertà di Genova era più burrascosa, quella di Venezia più tranquilla e più forte; ma i cittadini delle due città avevano egualmente quell'energia, quelle generosi passioni, che conservano ai popoli la loro indipendenza e la loro gloria, che assicurano agl'individui prosperi successi in ogni stato, e che li rendono atti ad illustrare il loro nome per mezzo delle armi, a rendersi immortali colle lettere, ed arricchirsi col commercio e colla navigazione.
Gli Arragonesi, o piuttosto i Catalani, avevano ancor essi una marina, e venivano in allora risguardati come la terza potenza marittima d'Europa. In tale epoca erano liberi poco meno de' Veneziani o de' Genovesi. Nella loro unione del 1347 contro il re Pietro IV, detto il cerimoniere, avevano sostenuti i loro diritti colla più coraggiosa fermezza. Poichè questo principe ebbe in una lunga serie di battaglie vinti i suoi sudditi, si fece recare il libro delle leggi, e feritasi una mano, fece colare il suo sangue sul privilegio dell'unione, onde, diss'egli, abolire e cancellare col sangue d'un re una legge che tanto sangue costato aveva al suo popolo. Ma non osò violare la libertà de' suoi sudditi; egli ne conosceva l'indomabile fierezza e l'attaccamento agli antichi loro privilegi; piuttosto accrebbe le prerogative del giustiziere, il grande rappresentante dei diritti del popolo, e lasciò che Barcellona godesse, sotto la protezione d'un re, di tutti i vantaggi d'una repubblica[106].