Ma i contadini all'avvicinarsi dell'armata nemica eransi fatti solleciti di riporre in luoghi di sicurezza tutto quanto possedevano di più prezioso, e si erano riparati essi medesimi nelle castella murate coi loro bestiami e gli approvigionamenti da bocca: onde i Milanesi non tardarono a sentire la mancanza delle vittovaglie, ed a soffrire gl'incomodi del caldo, ch'era di que' giorni estremo. Per procurarsi approvigionamento, e soltanto per parlare ad un contadino o per entrare in una casa, erano costretti d'intraprendere un assedio, giacchè la campagna non aveva abitatori, trovandosi tutti gli agricoltori chiusi in terre e castella murate. Onde non potendo l'Oleggio più lungamente tenersi nel piano di Firenze, prese la via della valle di Marina, ed entrò in quella di Mugello, ove dopo alcuni giorni di riposo intraprese l'assedio di Scarperia[88].
Il borgo di Scarperia era male fortificato, non avendo mura che da un solo lato, e dagli altri una fossa con palafitta, e dietro la fossa le muraglie delle prime case. La guarnigione consisteva in duecento corazzieri e trecento fanti; mentre Oleggio alla sua formidabile armata aveva di fresco uniti tutti i Ghibellini degli Appennini, onde vedevansi le sue truppe coprire tutta la campagna. Non pertanto i comandanti di Scarperia risposero all'intimazione d'arrendersi, che avevano mezzi per difendere tre anni la fortezza loro affidata, e rispinsero vigorosamente un primo assalto dato il giorno 20 d'agosto[89].
Mentre l'armata del Visconti veniva trattenuta sotto Scarperia, i Fiorentini andavano assoldando cavalli; ma niun capitano rinomato voleva entrare al loro servigio per non farsi nemico il signore di Milano. Furono perciò costretti a rinunciare al progetto di mettersi in campagna, e a dare ai cittadini fiorentini il comando delle compagnie che arrolava la repubblica per afforzare i castelli del Mugello e i passi delle montagne. I contadini accorrevano a militare sotto le insegne di questi varj comandanti, che gli avvezzavano alla guerra con giornaliere zuffe, attaccando con vantaggio e prendendo frequentemente i convogli di viveri che giugnevano di Lombardia per mantenere l'armata de' Visconti. I Sienesi avevano mandati ai Fiorentini un corpo di truppe ausiliarie[90], ed i Pisani avevano ostinatamente ricusato di prender parte nella guerra dell'arcivescovo, e di rompere il trattato di pace che avevano fatto coi Fiorentini[91]. Entro Firenze l'ordine pubblico e la tranquillità si mantenevano malgrado la guerra; i cittadini disarmati attendevano al loro commercio, e la banca ossia monte continuava i pagamenti senza mostrare veruna diffidenza; mentre i soldati milanesi sentivano essi soli quasi tutti i danni delle ostilità da loro cominciate.
Frattanto il castello di Scarperia veniva ostinatamente attaccato; le macchine degli assedianti non cessavano nè giorno nè notte di lanciare enormi massi di pietre; la guarnigione, resa debole da continue zuffe, cominciava a prevedere che non avrebbe potuto resistere lungo tempo contro forze tanto superiori; e la cavalleria ausiliaria, che i Fiorentini aspettavano da Perugia, non aveva potuto giugnere, essendo stata svaligiata da Pietro Saccone dei Tarlati, che l'aveva sorpresa con un'imboscata[92]. La signoria, non avendo alla testa delle sue truppe un generale sperimentato, non osava tentare la liberazione di Scarperia col dare una battaglia, e cercò piuttosto di rinforzarne la guarnigione. Due coraggiosi cittadini, un Giovanni Visdomini ed un Medici, che professavano ambidue il mestiere delle armi, intrapresero di condurre, il primo trenta corazzieri, l'altro ottanta pedoni scelti, a traverso al campo nemico fino entro le mura di Scarperia. Tutti i soldati da loro scelti erano tedeschi; l'armata dei Visconti trovavasi in gran parte composta di mercenarj della stessa nazione, onde la confusione del linguaggio agevolava la marcia degli avventurieri, che volevano penetrare nel castello; altronde erano favoriti dall'oscurità della notte; ed al loro ardire giovando assai la perfetta conoscenza dei luoghi, e la sorpresa dei nemici, giunsero in Scarperia, ove questo pugno di gente valorosa fu ricevuto con trasporti di gioja[93].
Quando Visconti d'Oleggio vide che la perdita cagionata agli assediati dalle baliste e dalle grandini delle freccie lanciate contro di loro, non gli stringeva ad arrendersi, risolse di prendere la piazza d'assalto. Aveva fatte preparare tutte le macchine da guerra allora usate nell'attacco delle città; cioè torri mobili di legno, montoni armati d'uncini, scale; oltre di che aveva fatto riempire le fosse. La prima domenica d'ottobre diede un generale assalto; ma gli assediati, fermi al loro posto, rovesciavano coloro che salivano le scale, o si avvicinavano sui ponti delle torri mobili; versando sugli altri pece bollente, pietre e dardi. Essi mai non lasciavano un solo istante senza gente il più angusto tratto di muro, facendo cadere gli uni sopra gli altri gli assalitori che successivamente si alzavano fino ai merli della muraglia, e che ricadevano nelle fosse coperti di ferite. Oleggio aveva calcolato di vincere i difensori di Scarperia colla stanchezza, e conduceva successivamente all'assalto diversi corpi d'armata, opponendo ogni mezz'ora truppe fresche a soldati affaticati dalla pugna. Ma gli assediati, incoraggiati dal buon successo, mostravano di non sentire la fatica; e per lo contrario gli assalitori si scoraggiavano vedendo le perdite di coloro che gli avevano preceduti. Durava già da sei ore l'attacco, quando Oleggio fece ritirare le sue truppe, abbandonando presso le mura sessantaquattro scale che furono prese dagli assediati[94].
In appresso il generale milanese cercò di penetrare in Scarperia per una mina; ma la galleria, che aveva fatta scavare, fu scoperta, e cacciata con perdita la sua gente[95]. Dopo quattro giorni di riposo, diede un secondo assalto generale, che non fu nè meno lungo nè meno ostinato del primo; ma le sue truppe vennero respinte ancora più vergognosamente. Tutte le macchine avanzate fin sotto le mura, e le stesse torri mobili, che non potevano essere rifatte che con lungo lavoro, furono bruciate in una sortita[96]. La stessa notte successiva al combattimento, gli abitanti di Scarperia vennero attaccati per sorpresa: Oleggio aveva promesso ai suoi contestabili tedeschi, per la presa di questo piccolo castello, doppio soldo, mese intero ed un regalo di dieci mila fiorini. A mezza notte, mentre gli assediati stavano medicando le loro ferite, o riparando col sonno le perdute forze, nel campo milanese fu dato il segno di armarsi. I raggi della luna cadevano obbliquamente sul castello, ed illuminavano il campo e lo spazio che lo separava dalle mura, mentre gli edificj di Scarperia gettavano sull'opposto lato un'ombra estesa ed oscura. In questo cupo spazio, Oleggio aveva posti trecento sergenti d'armi muniti di scale, mentre tutto il rimanente dell'armata avanzavasi al suono delle trombe, e mettendo alte grida, dal lato rischiarato dalla luna. Non dubitava il generale milanese, che nella prima sorpresa di un notturno attacco, tutti gli abitanti di Scarperia non si recassero verso la parte minacciata. Ma una migliore disciplina era stata stabilita nel castello. Dall'istante dell'allarme ognuno erasi portato in silenzio al suo posto; gli assediati occupavano tutta l'estensione delle mura, e tenevano nascosti i lumi e le armi; permisero agli assalitori d'innoltrarsi fino al piede delle mura; non impedirono ai trecento sergenti di passare colle loro scale le due fosse, e di cominciare a salire sul muro. Tutt'ad un tratto gli assediati si fecero vedere, e, fortemente gridando, oppressero gli assalitori con pietre preparate a tal uopo, e, rovesciando le loro scale, gli spinsero tutti nella fossa. Dal lato illuminato dalla luna, la pugna durò più lungamente; ma quando spuntò il giorno Oleggio fece suonare a raccolta, e rinunciò al progetto di sottomettere un piccolo castello, innanzi al quale tutta la potenza de' Visconti aveva perduta la sua gloria[97].
Realmente i soldati cominciavano a mancare di vittovaglia, ed i cavalli di foraggi; la stagione si faceva ogni giorno peggiore, onde il campo milanese era pieno d'ammalati e di feriti. Oleggio dopo essersi trattenuto ottantadue giorni nel territorio fiorentino, consumandone sessantuno nell'inutile assedio di un debole castello, levò il campo il 16 ottobre, tornando nello stato bolognese per istrade signoreggiate da gentiluomini ghibellini suoi alleati[98].
Dopo la ritirata dell'esercito milanese i Fiorentini si presero cura di premunirsi in avvenire contro somiglianti invasioni. Fortificarono tutti i passaggi degli Appennini; assoldarono molte truppe regolari; accrebbero le imposte in modo d'avere annualmente una rendita di 360,000 fiorini; e per ultimo in dicembre segnarono un trattato d'alleanza difensiva colle tre comuni di Perugia, Siena ed Arezzo. Le quattro repubbliche si obbligarono a tenere continuamente in sul piede di guerra un'armata di tre mila cavalieri per la difesa della libertà. Ma la sola Firenze ne aveva di già sotto le armi un numero ancora maggiore[99].
La potenza de' Ghibellini di Lombardia aveva fino a tale epoca trovato il suo contrappeso in quella della casa guelfa che regnava in Napoli; ma dopo che Giovanna era succeduta al saggio Roberto, tutte le forze de' sovrani e del popolo, consumate in una terribile guerra civile, parevano quasi affatto spente, ed i Fiorentini, stretti dall'arcivescovo di Milano, volgevansi invano verso l'erede di quella casa d'Angiò, che lungi dal potere difenderli, aveva essa stessa bisogno della loro protezione.