I priori di Firenze avevano pure pensato di sorprendere Pistoja, e senza averne ricevuta l'autorità dal popolo o dai consigli della repubblica, avevano fatta tentare la scalata la notte del 26 marzo 1351. Ma i Pistojesi, sdegnati per questo tradimento, avevano vigorosamente rispinti gli assalitori; e mostravansi disposti di abbandonare il partito guelfo e le antiche loro alleanze per vendicarsi di una ingiusta aggressione. Dall'altro canto i Fiorentini, sebbene altamente biasimassero la condotta de' loro priori, vedevansi costretti a cingere d'assedio una città che sapevano vicina a darsi in mano dei Visconti. Per altro le loro milizie astenevansi dal recare danno ad antichi alleati, che attaccavano loro malgrado, ed i priori chiedevano caldamente che si entrasse in negoziazioni, onde colla mediazione di alcuni gentiluomini guelfi ottennero di stabilire un trattato fra le due repubbliche. La libertà della più debole fu mantenuta nella sua integrità; ma i Fiorentini ottennero di mettere guarnigione nella fortezza di Pistoja e nelle altre due fortezze di Serravalle e della Sambuca[76]. Alcune delle porte della Toscana parvero in tal modo chiuse al tiranno della Lombardia; ma altrove, rivoluzioni eccitate da' suoi maneggi in vicinanza di questa provincia gli aprivano nuove strade. Ovunque un usurpatore occupava il governo, il Visconti acquistava un alleato, e la repubblica un nemico. Ad Orvieto Benedetto Monaldeschi, che voleva appropriarsi il supremo potere, si assicurò preventivamente l'assistenza dell'arcivescovo di Milano; adunò in propria casa i suoi satelliti, e loro distribuì le armi; fece loro conoscere il segno dietro il quale dovevano recarsi in piazza, indi portossi in consiglio per abboccarsi con due de' suoi parenti, i Monaldi ed i Monaldeschi, che conosceva troppo incorrotti, per isperare che acconsentissero alla sua usurpazione. Quando fu terminato il consiglio li chiamò da banda, e, conducendoli innanzi alla propria casa, li fece assassinare sotto i suoi occhi. Era questo il segno che aspettavano gli sgherri adunati presso di lui; si affollarono subito in piazza, presero d'assalto il palazzo del governo, saccheggiarono le case ed i magazzini de' mercanti, uccisero coloro che facevano resistenza, e proclamarono Benedetto di Bonconte Monaldeschi signore d'Orvieto. Dopo pochi giorni si rese pubblica l'alleanza di questo nuovo signore coll'arcivescovo Visconti[77].

Quasi nello stesso tempo Giovanni Cantuccio dei Gabrielli usurpò la signoria di Gubbio sua patria, mentre gran parte de' suoi concittadini trovavansi al governo, come podestà, di altre città d'Italia; perciocchè tutti i gentiluomini di Gubbio seguivano la carriera della giudicatura, e verun'altra città somministrò tanti rettori alle repubbliche italiane. Un'armata di emigrati giunse in breve ad attaccare il nuovo tiranno, formando di concerto coi Perugini l'assedio di Gubbio; ma Giovanni de' Gabrielli, sebbene originario guelfo, chiamò in suo ajuto i Ghibellini; le truppe dell'arcivescovo Visconti vennero a difenderlo, obbligando gli assedianti a dar luogo[78].

Gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati ed i Pazzi erano intervenuti ad una dieta tenuta dai Ghibellini in Milano nel mese di luglio; e si erano veduti in quest'adunanza gli ambasciatori dei Pisani, i Castracani di Lucca, i conti di Santafiora e di Spadalunga delle montagne di Siena, ed i deputati dei signori di Forlì, di Rimini e di Urbino. Ogni cosa faceva credere la burrasca vicina a piombare sulla repubblica fiorentina; ma perchè l'arcivescovo di Milano l'andava ogni giorno assicurando del suo vivo desiderio di conservare la pace e la buona intelligenza, i priori di Firenze non aprivano gli occhi sui pericoli ond'erano minacciati, nè pensavano a porsi in istato di difesa[79].

Erasi scoperta in Bologna una pretesa congiura contro l'arcivescovo di Milano, il quale aveva fatto punire colle verghe uno de' Pepoli, e condannare co' suoi figliuoli a perpetua prigionia, onde ritogliergli il danaro che gli aveva dato per acquistare la sua sovranità[80]. Mentre i Fiorentini occupavansi di questo fatto, si seppe improvvisamente che un emigrato Pistojese aveva sorpreso il castello della Sambucca che signoreggiava il passaggio degli Appennini, nel mentre che Giovanni d'Oleggio, generale del signore di Milano, trovavasi soltanto quattro miglia lontano da Pistoja con un corpo dell'armata che poc'anzi formava l'assedio d'Imola[81].

Fortunatamente Giovanni d'Oleggio si trattenne due giorni alle falde dell'Appennino per aspettare il rimanente delle truppe; onde cinquecento cavalli e seicento fanti di Firenze ebbero tempo di gettarsi in Pistoja il 28 luglio, prima che la città fosse cinta d'assedio, riparando in tal modo col loro zelo la negligenza de' magistrati[82]. Ma la congiura formata contro Firenze nella dieta dei Ghibellini a Milano scoppiò in ogni parte. Le truppe adunate nelle diverse piazze della Lombardia marciavano tutte alla volta della Toscana; i signori di Venezia e della Romagna somministravano i convenuti sussidj di truppe all'armata milanese; gli Ubaldini armavano tutti i loro vassalli degli Appennini; ed alla testa de' medesimi bruciarono Firenzuola, le di cui mura non erano ancora state rifatte, ed occuparono Montecoloreto[83]. Pietro Saccone dei Tarlati, il più formidabile partigiano che avesse prodotto l'Italia, guastava cogli Ubertini e coi Pazzi tutte le vicinanze di Bibiena[84]. Temevasi in Firenze che anche i Pisani non si unissero a tanti nemici, imperciocchè sapevasi che, come gli altri Ghibellini, avevano ancor essi mandati i loro deputati alla dieta di Milano; ma il timore di cooperare all'ingrandimento di un tiranno prevalse nel consiglio di Pisa al furore dello spirito di partito, e la repubblica ricusò di prendere le armi contro un popolo, bensì rivale, ma che solo sosteneva in Italia la causa della libertà[85].

I Fiorentini spedirono deputati a Giovanni d'Oleggio per chiedere i motivi d'una aggressione non preceduta da veruna dichiarazione di guerra, mentre sapevano di non aver dato all'arcivescovo di Milano, suo padrone, verun motivo di lagnanza, e non avevano con lui alcuna controversia. Oleggio gli accolse in presenza del suo consiglio di guerra, e loro rispose in questi termini:

«Il nostro signore messer l'arcivescovo di Milano è potente, benigno e grazioso signore: e non fa volentieri male ad alcuna persona: anzi mette pace e accordo in ogni luogo, ove la sua potenzia si stende; ed è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene, e qui non ci ha mandati per mal fare; ma per volere tutta Toscana riducere, e mettere in accordo e in pace. E levare le divisioni, e le gravezze, che sono tra i popoli, e comuni di questo paese. E però che a lui è pervenuto e sente le divisioni e discordie, e sette, e le gravezze che sono in Firenze, le quali conturbano, e gravano la vostra città, e tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui a fine, che noi vi governiamo, e reggiamo in pace, e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua protezione e guardia. E così intende di volere addirizzare tutte le terre di Toscana. E dove questo non possa fare con dolcezza e con amore, intende farlo per forza della sua potenzia, e degli amici suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubidisca al suo buono e giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte, intorno alla vostra città. E che ivi tanto manterrà quella, accrescendola, e fortificandola continuamente; combattendo d'ogni parte il contado e distretto del vostro comune, con fuoco e con ferro, e con prede de' vostri beni, che tornerete per vostro bene a fare la volontà sua[86]

I governi, macchiati dalla ingiustizia e dal tradimento, hanno spesso fatto abuso dei nomi della virtù e dell'onore, e posto in bocca alla più sfrenata ambizione i discorsi della moderazione e della giustizia: ben possono essi, fin dove stendesi la loro autorità, non lasciar sentire che la propria voce; ma non possono ingannare la posterità, come non illudono coloro cui addirizzano i loro proclami. Le scritture cui affidano le loro menzogne, non saranno conservate come documenti storici che possano far conoscere i fatti o le intenzioni di coloro che le pubblicarono, ma come infallibili testimonianze della bassezza e falsità loro. Gli ambasciatori fiorentini, cui il Visconti d'Oleggio negò passaporti per recarsi a Milano, alla corte dell'arcivescovo, tornarono a Firenze ad informare la signoria della risposta ipocrita ed altera loro data, la quale comunicata al popolo, e registrata nelle cronache, eccitò lo sdegno universale, e somministrò nuove forze alla repubblica.

I Fiorentini mandarono in Prato ed in Pistoja tutte le truppe assoldate che avevano, confidando la difesa delle altre fortezze agli abitanti loro, e le milizie fiorentine si riservarono la custodia delle mura della capitale. La signoria, sorpresa nel cuor della pace, non aveva al suo soldo verun capitano di guerra, od armata in istato di tenere la campagna, mentre il Visconti d'Oleggio aveva sotto i suoi ordini, nel piano di Pisa, cinque mila corazzieri a cavallo, due mila cavallegeri, e sei mila fanti. Con queste formidabili forze il generale milanese portò il suo quartiere generale negli aperti villaggi di Campi, Brozzi e Peretola, e spinse i saccheggi fino alle porte di Firenze[87].