I signori di Bologna avevano fatta scelta de' cittadini più distinti pel loro patriottismo, di coloro che per talenti, per ricchezze e nascita erano quasi capi naturali del popolo; e gli avevano spediti a Firenze per trattare di concerto con questa repubblica intorno al modo di ristabilire la libertà bolognese. Riccardo Salicetti, capo di quest'illustre deputazione, diresse alla signoria fiorentina in presenza del popolo adunato le più vive espressioni di gratitudine, per la liberazione della sua patria; le applicò queste parole del suo testo: Ad Dominum cum tribularer clamavi, e promise a nome dei Bolognesi un'eterna riconoscenza per il maggiore de' beneficj. Ma all'indomani di quest'udienza, seppesi a Firenze che la deputazione bolognese altro non era che uno stratagemma dei Pepoli per allontanare dalla loro città i più temuti cittadini; e che, durante l'assenza loro, Bologna era stata venduta al Visconti, e di già venuta in suo potere[59].
Dal 1339 in avanti, Luchino Visconti signoreggiò Milano e quasi tutta la Lombardia. Grandi talenti militari, una perfida politica, una impenetrabile dissimulazione, una feroce gelosia della propria autorità, una diffidenza, cui sagrificò i suoi più stretti parenti, sembrano i principali tratti del suo carattere. Si lodò molto il suo amore per la giustizia, o piuttosto la vigilanza con cui mantenne la polizia ne' suoi stati, e la severità con cui castigò i malfattori: ma sotto lo stesso nome non dovrebbe confondersi l'amore d'un uomo probo e giusto per le regole immutabili della giustizia, e l'inflessibilità d'un despota geloso della propria autorità, che conserva o vendica l'ordine da lui stabilito. Luchino amava la lode, onde cercava l'amicizia del Petrarca, che gli uomini potenti ottenevano senza difficoltà lusingando l'amor proprio del poeta. In fatti Petrarca diresse una pomposa lettera a Luchino per celebrare la sua virtù e la sua gloria[60]; ma poco dopo aver ricevuta questa scrittura, morì il 28 gennajo del 1349, avvelenato dalla consorte Isabella del Fiesco, prevenuta opportunamente che suo marito in un trasporto di gelosia la condannava alla morte.
Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, succeduto al fratello Luchino, si trovò signore di sedici delle più potenti città di Lombardia[61]. Giovanni fu quello che prese a trattare con il Pepoli l'acquisto di Bologna, promettendo ai due fratelli duecento mila fiorini, loro inoltre lasciando la proprietà dei tre castelli di san Giovanni, Nonantola e Crevalcuore[62]. A questo prezzo i Pepoli che riconoscevano la loro grandezza dalla confidenza de' Guelfi loro concittadini, vendettero la comune patria ad uno straniero tiranno, ad un Ghibellino, i di cui antenati erano sempre stati nemici dei loro. Il disprezzo di tutta l'Italia punì i Pepoli di così vergognoso contratto[63]. In Bologna eccitò la più violenta indignazione, gridandosi rabbiosamente in tutte le strade, noi non vogliamo essere venduti[64]. Ma i cittadini scoraggiati, e privi dei loro capi, non ardirono ricorrere alle armi, nè invocare l'ajuto de' Fiorentini che dividevano il loro risentimento; ed uno dei nipoti dell'arcivescovo fu ricevuto senz'ostacolo entro la città con mille cinquecento cavalli[65].
Il duca Guarnieri, personale nemico dei Visconti, passò nel campo del conte di Romagna con i suoi soldati lo stesso giorno in cui le truppe milanesi entrarono in Bologna: in pari tempo le truppe ausiliarie di Mastino della Scala giunsero a rinforzare l'armata della chiesa, sicchè trovossi tutt'ad un tratto più numerosa e più formidabile assai che prima non era stata. Ma la corte d'Avignone faceva colla sua avarizia andare a vuoto tutti i progetti de' suoi generali. Dopo avere cominciata la guerra con vigore, e promessi considerabili sussidj ai suoi alleati, mancava senza rossore alle promesse; ricusava di somministrare il danaro quand'era più necessario, ed abbandonava le proprie creature, perchè tutte le entrate venivano prese da altri favoriti. Al conte di Romagna non si mandò il danaro per pagare le truppe. Invano questi rappresentava al papa suo cugino il grave affronto cui rimaneva esposto il nome della chiesa, ed i pericoli che soprastavano a tutto il suo patrimonio. Durafort non potè ottenere da Avignone verun sussidio, e fu alla fine costretto a permettere che i suoi soldati trattassero col suo nemico. Barnabò Visconti, che comandava in Bologna, pagò col danaro destinato ai Pepoli il soldo delle truppe che lo assediavano, prese mille cinquecento cavalieri della chiesa al suo servizio, obbligò gli altri ad allontanarsi, ricuperò tutti i castelli occupati dall'armata del conte, e lasciò che questi tornasse coperto di vergogna ad Imola[66].
Questa rotta risvegliò per alcuni istanti la collera e l'orgoglio della corte d'Avignone. Clemente VI fece ricominciare contro i Visconti la procedura intrapresa da Giovanni XXII per titolo di scisma e di eresia; citò l'arcivescovo ed i suoi tre nipoti[67] a comparire l'otto aprile del 1351 innanzi al concistoro dei cardinali, onde giustificarsi della loro ribellione contro la chiesa; e mandò in Italia, col titolo di legato, il vescovo di Ferrara, per formare una lega contro i signori di Milano[68].
Il legato si presentò prima all'arcivescovo Visconti, e gl'intimò di restituire Bologna alla chiesa, e di scegliere in seguito tra la condizione di prete o di principe, tra la potenza spirituale o la temporale. Il Visconti chiese al legato di ripetergli lo stesso ordine la susseguente domenica nella chiesa cattedrale, poichè non era che in presenza del popolo e del clero, che un arcivescovo ed un principe poteva rispondere a tale ambasciata. Nel giorno indicato, poichè il Visconti ebbe solennemente celebrata la messa, il legato pontificio espose avanti a tutto il popolo l'ambasciata di cui era incaricato: allora l'arcivescovo prendendo con una mano la croce, e coll'altra sguainando una spada: Ecco, disse, le mie armi spirituali e temporali; colle une io difenderò le altre[69].
Per altro l'arcivescovo promise in seguito d'ubbidire alla citazione del papa, e di presentarsi personalmente in Avignone; volendo atterrire la corte pontificia con una singolare ostentazione. Uno de' suoi segretarj, recatosi in Avignone per preparare gli alloggi, prese in affitto tutte le case che trovò vuote in Avignone e nel circondario di più leghe; in pari tempo fece grandiosi approvvigionamenti di vittovaglie e di arredi per il padrone e pel suo seguito. Il papa, avvisato di tanti movimenti, fece domandare al segretario quanta gente pensasse di condurre l'arcivescovo. Questi rispose di avere ordine di disporre i quartieri ed i viveri per dodici mila cavalli e sei mila pedoni, senza contare i gentiluomini milanesi che dovevano seguire il loro arcivescovo; soggiugnendo che aveva in tali apparecchi di già spesi quaranta mila fiorini. Il papa atterrito da così fatta visita, fece pregare il Visconti a non esporsi a così disagiato viaggio; e gli spedì deputati per trattare d'accordo, avendogli in fine data l'investitura di Bologna, oggetto principalissimo della contesa, per cento mila fiorini[70].
Il vescovo di Ferrara, di conformità alle ricevute commissioni, aveva cercato di eccitare nemici e formare una lega contro i Visconti; ma i signori di Lombardia, che tutto avevano a temere dall'ambizione dell'arcivescovo, non avevano forza da resistergli. Giacomo da Carrara il vecchio era stato assassinato da un bastardo della propria famiglia, onde la signoria di Padova era stata data a gioventù inesperta[71]. Mastino della Scala morì improvvisamente il 3 giugno del 1351 in età di 42 anni, nell'anno vigesimo terzo del suo regno. Gli succedettero i suoi tre figliuoli Can grande II, Can signore, e Paolo Alboino, niuno de' quali aveva i talenti del padre; ed Alberto suo fratello non volle avere alcuna parte al governo[72]. Le repubbliche di Firenze, Siena e Perugia avevano, ad insinuazione del legato, spediti dei deputati ad Arezzo, per concertarsi coi signori di Verona e di Ferrara intorno ai mezzi di mantenere l'equilibrio d'Italia; ma Siena e Perugia, trovandosi in tanta distanza da Milano, non si credevano esposte a verun pericolo, onde ricusavano di fare sagrificj per la causa comune; e la subita morte di Mastino fece abbandonare da tutti i deputati una dieta che non sapeva prendere alcun partito. Can grande, che aveva sposata una nipote dell'arcivescovo di Milano, approfittando di quest'occasione, strinse con lui nuova alleanza[73].
E per tal modo la repubblica di Firenze fu la sola che mostrasse abbastanza coraggio per volersi opporre ai progressi della casa Visconti. La diserzione di tutte le altre potenze lasciavanla esposta in prima linea agli attacchi di così pericoloso vicino. Tutti i tiranni di Romagna, tutti i gentiluomini ghibellini della Toscana si associavano al signore di Milano, la di cui armata spedita per fare l'assedio d'Imola, minacciava nello stesso tempo i confini della repubblica fiorentina, la quale non poteva fidarsi ai trattati di pace che aveva convenuti con quel tiranno[74].
Conveniva per lo meno provvedere che le città toscane, che si governavano a comune sotto la protezione della repubblica, non aprissero ai Milanesi i passi delle montagne. Prato e Pistoja, città situate nel piano medesimo di Firenze, stendevano la loro giurisdizione alle montagne che dividono la Toscana dal Bolognese, ed il governo di queste due città, che potevano diventare pericolose piazze d'armi in potere dei nemici, non ispiravano troppa sicurezza al partito guelfo. A Prato la famiglia de' Guazzalotti, resa potente dal favore dei Fiorentini, godeva di un quasi tirannico potere. Gli antichi capi di questa famiglia erano stati rimpiazzati, quando morirono, da gioventù invanita della propria importanza in quella piccola città; affettava modi principeschi, e disprezzo pei Fiorentini suoi antichi protettori. L'audacia sua giunse tant'oltre di condannare a morte due innocenti cittadini, sospetti di congiura, e di farne eseguire la sentenza malgrado le calde preghiere della signoria fiorentina. Questa fece allora avanzare le sue milizie fino alle porte di Prato, e prese in sua custodia la città; trattando in pari tempo colla regina Giovanna, la quale aveva ereditato dal duca di Calabria dei diritti sulla città di Prato, e facendo l'acquisto di tali diritti alla sovranità di Prato per 17,500 fiorini, unì difinitivamente quel piccolo stato al territorio fiorentino[75].