Le segrete istruzioni date ad Ettore di Durafort volevano che spogliasse tutti i tiranni della Romagna; ma l'apparente motivo dell'armamento era quello d'attaccare e punire Giovanni dei Manfredi, signore di Faenza, che per una privata offesa erasi staccato dal partito de' Guelfi e della chiesa[48]. Durafort fece chieder truppe ausiliarie alla famiglia guelfa degli Alidosi che governava Imola, ed ai signori di Bologna, Giovanni e Giacomo de' Pepoli, figli di Taddeo, morto due anni prima. Dall'altro canto Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, Malatesta dei Malatesti, signore di Rimini, e Bernardino da Polenta, signore di Ravenna e di Cervia, prevedendo la burrasca che li minacciava, si unirono al signore di Faenza, e presero al loro soldo il duca Guarnieri, cui di tutta la sua grande compagnia più non rimanevano che cinquecento cavalli, essendosi gli altri dispersi per consumare negli stravizj le ricchezze acquistate nella campagna di Napoli[49].

Il conte di Romagna attaccò, il 13 maggio del 1350, il ponte di san Procolo, che gli apriva lo stato di Faenza, e lo prese a viva forza; ma in seguito consumò quasi due mesi nell'assedio del castello di Salernolo, mentre avrebbe potuto forse in più breve tempo occupare la stessa città di Faenza[50]. I suoi alleati inquieti sullo scopo delle conquiste che meditava, cercavano di ritardarle con inutili negoziazioni; ma il conte era più proprio ai tradimenti che alla guerra. In mezzo ai Romagnuoli, la di cui perfidia era in Italia passata in proverbio, un cortigiano del papa avignognese aveva l'avvantaggio dell'arte della dissimulazione. Il conte mostrava di avere nei Pepoli intera confidenza, mentre trattava coi cittadini di Bologna di far assassinare questi due signori; e quando furono scoperte le sue trame[51], seppe così ben dissipare i sospetti dei due fratelli, che giunse ad indurre l'uno di loro a venire nel suo campo per farsi mediatore d'un trattato col signore di Faenza.

Giovanni dei Pepoli teneva nell'armata della chiesa duecento cavalli, che aveva somministrati al conte; ed aveva avuta cura di mantenere colla maggior parte degli ufficiali della stessa armata relazioni di amicizia e di ospitalità: or quando giunse il 6 di luglio al campo, accompagnato dai principali cittadini di Bologna, e da una guardia di trecento cavalli, poteva credersi nel proprio campo, circondato dai suoi partigiani e da' suoi soldati; ma il conte che lo accoglieva colle dimostrazioni del più tenero affetto e della più illimitata confidenza, aveva ordinato al suo maresciallo di far armare i capitani che gli erano più ben affetti, e di promettere a tutta l'armata doppia paga, e mese compiuto[52], a condizione che non si opponesse alla sorpresa che meditava di fare.

Pepoli era stato servito di rinfreschi nella tenda del generale; i gentiluomini bolognesi ed i cavalieri venuti dalla città erano stati invitati dagli ufficiali e dai soldati dell'armata a sedersi a mense ch'erano state imbandite per loro in diversi luoghi del campo; e frattanto il signore di Bologna era rimasto pressocchè solo col conte di Romagna, aspettando con impazienza l'arrivo degli ufficiali generali chiamati ad un consiglio di guerra. Finalmente il maresciallo dell'armata si presentò al padiglione del conte; e nello stesso istante i soldati che gli stavano intorno, assalirono Giovanni dei Pepoli, lo presero e rovesciarono in terra. Poichè l'ebbero incatenato lo trasportarono ad Imola, e lo chiusero nella fortezza, senza che questo sventurato signore potesse chiamare le proprie guardie in suo soccorso. Un suo paggio avendo alzata la voce per compiangerlo, venne subito ucciso ai di lui piedi[53].

Mastino della Scala che aveva convenuto con Durafort una segreta alleanza, fece muovere le sue truppe verso Bologna tosto che seppe arrestato Giovanni de' Pepoli. Dal canto suo il conte di Romagna lasciò la guerra che faceva ai suoi nemici, per condurre l'armata contro i suoi alleati, e prodigando le ricompense militari per tradimenti e per conquiste senza gloria, promise un'altra volta ai suoi soldati doppia paga e mese intero, per la presa del castello di san Pietro, che i Bolognesi non prendevansi cura di difendere[54].

Giacomo de' Pepoli ch'era rimasto in Bologna, fu colpito come da un colpo di fulmine alla novella dell'arresto del fratello, della diserzione di cinquecento cavalieri rimasti nell'armata del conte, e della guerra che gli facevano quegli alleati ch'egli aveva soccorsi. Scrisse in ogni luogo lagnandosi di così solenne tradimento, e chiedendo assistenza. Malatesta di Rimini ed Ugolino Gonzaga di Mantova recaronsi in fatti a Bologna, e gli offrirono la loro alleanza[55]. Ma al Pepoli stava assai più a cuore d'attaccare alla sua causa i Fiorentini ed il signore di Milano, le due prime potenze dell'Italia.

La repubblica fiorentina non aveva verun motivo di lodarsi dei Pepoli, che avevano mancato a tutti gl'impegni contratti colla repubblica dei Bolognesi. Perciò la signoria rispose agli ambasciatori di Giacomo dei Pepoli, che il suo onore ed i suoi principi non le consentivano di prendere le armi contro la chiesa in favore d'un usurpatore, e che tutto quanto poteva fare per lui e per suo fratello, era d'interporre i suoi buoni ufficj per riconciliarlo col conte di Romagna: ma in pari tempo aggiugneva che se si fosse trattato di difendere gli antichi suoi alleati, i cittadini della repubblica di Bologna, non avrebbe risparmiati nè il sangue nè i tesori fiorentini per tutelare la loro libertà. Questa dichiarazione fatta agli ambasciatori in pubblica udienza, fu ben tosto portata a Bologna; ed il propizio istante era finalmente giunto di scuotere un odiato giogo. «Ma, dice Matteo Villani, i Bolognesi di già avviliti da servili abitudini, più degni non erano della libertà; i loro peccati glie l'avevano fatta perdere; la loro povertà di spirito impedì loro di ricuperarla[56]

La famiglia Bentivoglio si prese estrema cura di calmare l'effervescenza eccitata nel popolo dal rapporto degli ambasciatori; i suoi capi rappresentarono vivamente i pericoli d'una ribellione, il sovvertimento delle fortune, le violenze de' soldati, il timore di straniera invasione. Ma la sommissione de' Bolognesi non risparmiò loro veruna delle calamità rappresentate come conseguenze d'uno sforzo generoso per rompere il giogo de' loro tiranni. Giacomo de' Pepoli aveva preso al suo soldo il duca Guarnieri con cinquecento cavalli, ed il duca di Milano gliene aveva mandati altri cinquecento. Guarnieri chiese che fosse lasciata alla sua truppa tutta intera una strada della città, ed alloggiò i soldati in quelle case facendoli padroni di tutto, come se la città fosse stata presa d'assalto, e lasciata a sua discrezione. D'altra parte l'armata del conte della Romagna guastava le campagne fino alle porte; di modo che i Bolognesi erano ugualmente spogliati dai loro proprj soldati, e dai loro nemici.

Doveva prevedersi che Bologna non sarebbesi lungo tempo mantenuta in così cattivo stato; quando nuove speranze furono improvvisamente risvegliate in un modo affatto impensato. Ettore di Durafort aveva due volte promesso alla sua armata doppie paghe e militari ricompense; ma lungi dal poter attenere le sue promesse, trovavasi debitore di alcuni mesi del soldo corrente, e non aveva danaro per pagarlo. Una rivoluzione che scoppiò nel campo, con minaccia di custodirlo come ostaggio, abbassò ben tosto la sua ambizione ed il suo orgoglio, obbligandolo a porre in libertà Giovanni dei Pepoli, per soddisfare colla di lui taglia all'avidità delle proprie truppe[57]. Questo contrattempo lo dispose a proporre condizioni di accomodamento; ed i Fiorentini, per farle accettare, s'affrettarono di spedire una solenne deputazione a Bologna. Essi chiedevano che questa città tornasse sotto la protezione della Chiesa; che fosse rimessa in libertà e governata dal popolo come lo era anticamente; che pagasse a san Pietro il consueto tributo, e che in segno di sommissione ricevesse entro le sue mura il conte di Romagna con un ristretto seguito, che i tiranni rinunciassero ad ogni governativa incumbenza, e che la riforma dell'amministrazione si eseguisse sotto la direzione de' commissarj fiorentini. Il conte ed i Pepoli, egualmente smontati dalle loro pretese, mostravano di aderire a tale accomodamento; ma quando si consigliarono coi signori di Lombardia loro alleati, Mastino della Scala, che sperava di occupare egli stesso Bologna, sconfortò il conte da questo trattato; ed il Visconti anch'esso, per motivi personali, vi fece rinunciare i Pepoli[58].