Mentre la peste continuava ad infierire, la regina di Napoli, che i suoi malcontenti baroni avevano tenuta alcun tempo prigioniera in Provenza, ebbe avviso che i Napolitani, omai stanchi del giogo degli Ungari, sospiravano il di lei ritorno, e promettevano di riporla sul trono; ma le sue finanze essendo affatto esauste, ed essa totalmente priva di credito, risguardò come una singolare fortuna l'offerta fattale dal papa di acquistare per trenta mila fiorini la sovranità d'Avignone. Clemente VI, che non aveva voluto riconoscere Luigi di Taranto come re di Napoli, gli accordò in questa circostanza il titolo di re di Gerusalemme[39]. I due sposi partirono poco dopo con dieci galee genovesi, prese al loro soldo, ed in sul finire d'agosto del 1348 giunsero a santa Maria del Carmine, presso Napoli, ov'eransi affrettati di adunarsi per renderle omaggio i baroni napolitani. Il duca Guarnieri colla grande compagnia aveva preso soldo sotto le bandiere della regina, onde Giovanna rientrò trionfante nella sua capitale, ma non però nel suo palazzo, ch'era fortificato ed occupato dagli Ungari[40].
Luigi di Taranto d'accordo col duca Guarnieri incominciò con molta attività a ricuperare il regno di sua moglie. S'impadronì in poco tempo delle tre fortezze che signoreggiavano Napoli, ed in appresso entrò nella Puglia per opporsi a Corrado Guilford, che col danaro mandatogli dall'Ungheria aveva fatto leva di numerosa armata[41]. Ma combattendo contro questi mercenarj con truppe egualmente straniere, Luigi fu costretto di abbandonare le province a loro discrezione, onde acquistarsi l'amore de' soldati; perciocchè il generale più crudele era sicuro d'essere meglio ubbidito. Guilford, che non guardava misura cogli sventurati Pugliesi, si guadagnava facilmente le truppe del suo nemico. Egli aveva abbandonata Foggia al saccheggio; e i Tedeschi, non contenti di avere spogliati questi miseri abitanti d'ogni loro avere, li sottomettevano eziandio alle più crudeli torture, onde obbligarli a palesar nuove ricchezze[42]. Il duca Guarnieri che desiderava di partecipare a tale saccheggio, si lasciò sorprendere da Guilford a Corneto colla sua armata; e dopo essere stato fatto prigioniere, si arrolò sotto le bandiere del re d'Ungheria[43]. Luigi di Taranto dopo tale avvenimento più non potendo resistere; tutte le province del regno furono in balìa di soldati stranieri, senza fede, senza onore, senza misericordia.
L'armata de' mercenarj, dopo avere per molti mesi guastate le province ed esaurite tutte le loro ricchezze, diedero orecchio ad un legato del papa, che si presentò ai suoi capitani a nome della regina e della città di Napoli, che loro proponeva un'enorme contribuzione per prezzo di alcuni mesi di tregua. I mercenarj riunironsi allora in Aversa, per dividere tra di loro le prede riposte in questa città. Essi avevano obbligati con lunghi tormenti i prigionieri a dar loro in mano tutto quanto possedevano, e tutto quanto potevano ottenere dalla compassione dei loro parenti ed amici. Avevano levate enormi contribuzioni su tutte le città salvate dal saccheggio; ed oltre tutto ciò che avevano consumato durante la guerra, oltre i cavalli, le armi e le gioje che si erano appropriati, dividevano la somma di cinquecento mila fiorini. Dopo ciò il duca Guarnieri col conte Lando e Gianni d'Ornich presero la strada dell'Italia settentrionale. Ma Corrado Guilford rimase nella Puglia ai servigi del re d'Ungheria, con un altro avventuriere, il Frate di Monreale, cavaliere di Gerusalemme, che il suo valore e la sua crudeltà resero ben tosto egualmente celebre che Corrado[44].
Nel Nord dell'Italia le repubbliche toscane ed i tiranni di Lombardia si rimasero alcun tempo in uno sforzato riposo dopo la cessazione della peste, che non durava più di cinque mesi in ogni paese. Occupati nel riparare i sofferti danni e nel rinvigorire il governo, non andavano in traccia di nuove esterne contese, trovandosi tuttavia incapaci di sostenere le antiche. La totale estinzione di un prodigioso numero di famiglie aveva dato luogo ad infinite procedure per conseguire la giacente eredità; la mortalità ancora più grande tra i poveri che tra i ricchi, aveva privato di braccia l'agricoltura, i mestieri e le fabbriche. I salarj erano stati portati ad altissimo prezzo, e gli operaj si abbandonavano ai piaceri della mensa ed alla mollezza, onde facevano assai meno lavoro che non avrebbero potuto fare. A Firenze la signoria, volendo ridurre il popolo alla sobrietà, accrebbe le gabelle delle vittovaglie; ma gli operai viveano in tale agiatezza, che appena si lagnarono delle più onerose imposte[45]. Frattanto coloro che dal passato flagello della peste erano stati tocchi da sentimenti religiosi, preparavansi ad approfittare dell'indulgenza plenaria accordata da papa Clemente VI per l'anno 1350, come per un giubileo centenario. Nell'incominciare di quest'anno i fedeli pieni di fervore e di umiltà si posero in cammino da ogni parte dell'Europa, pazientemente sopportando l'inclemenza d'una stagione che fu assai rigorosa, i ghiacci, le nevi e le dirotte piogge che avevano affatto guaste quasi tutte le strade. Siccome i pellegrini riempivano tutti gli alberghi e tutte le case poste lungo le strade, alcuni, ed in particolare gli Ungari ed i Tedeschi, si accampavano in grosse bande presso le strade; ed accendendo grandissimi fuochi si strignevano gli uni contro gli altri per resistere al freddo. Questi religiosi viaggiatori davano l'esempio della carità cristiana. Mai non si videro corrucciarsi tra di loro, nè querelarsi degl'incomodi che sostenevano. Negli alberghi l'oste non bastava a disporre i conti di tutti i viaggiatori; pure questi mai non partivano senza lasciare sulla tavola il danaro dovuto pei cibi che avevano ricevuti. I piccoli principi, le città, ed i privati cittadini si presero cura della sicurezza di viaggiatori tanto straordinarj, e mantennero l'ordine sulle più frequentate strade, di modo che il viaggio di Roma si fece da parecchi milioni di cristiani, senza che accadessero gravissimi disordini[46].
CAPITOLO XXXIX.
Clemente VI prende a sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono Bologna ai Visconti. — Invasione della Toscana per parte dell'arcivescovo di Milano, la di cui armata viene respinta. — Pace tra il re d'Ungheria e la regina Giovanna di Napoli.
1350 = 1351.
La chiesa romana, pubblicando un giubileo alla metà del quattordicesimo secolo, appoggiava questo ravvicinamento di una festa centenaria all'ingiustizia che praticavasi verso le generazioni, cui non era accordato questo mezzo di ottenere un'indulgenza plenaria; ella voleva che una tanto singolare grazia fosse una volta in vita offerta ad ogni uomo. Ma più interessati segreti motivi avevano dato luogo a questa decisione. L'affluenza de' pellegrini a Roma vi recava immense ricchezze; ognun di loro faceva un'offerta ad ogni chiesa, ed il papa divideva tali offerte, come divideva altresì per via delle imposte gli utili che i Romani ritraevano dall'alloggio di tanti forastieri. Nello stesso anno la corte d'Avignone volle far servire alle ambiziose sue viste il tesoro raccolto colla pubblicazione del giubileo.
Lo stato della chiesa che per anco non era stato assoggettato all'immediata ubbidienza dei papi, sebbene gl'imperatori ne avessero loro abbandonata la sovranità, era di que' tempi diviso tra molti piccoli tiranni che comandavano ad una o due città. Ma queste città erano delle più piccole d'Italia; il coraggio de' loro abitanti erasi spento nella servitù, ed i signori non potevano, per la loro difesa, far capitale nè sul numero, nè sulle ricchezze, nè sull'energia de' cittadini. Credette Clemente VI di approfittare della circostanza in cui la peste aveva ridotti que' popoli all'ultimo grado di debolezza, per far riconoscere la sua sovranità a tutti que' piccoli principi: commise perciò ad Ettore di Durafort, suo parente, ch'egli aveva creato conte della Romagna, di ricondurre colla forza o coll'astuzia tutte le città del suo feudo sotto l'autorità della chiesa; affidava perciò al suo arbitrio una ragguardevole somma di danaro e quattrocento cavalieri provenzali, che, uniti alle truppe sussidiarie de' signori di Lombardia, formavano un'armata di mille ottocento cavalli[47].