Nè l'elezione di Carlo IV, e la guerra che provocò in Germania, nè la morte di Luigi di Baviera, non ridussero il re d'Ungheria a rinunciare alla stabilita impresa. Egli si fece precedere da suo fratello naturale il vescovo di Cinque Chiese per disporre i popoli a suo favore. La città d'Aquila aprì le porte al prelato ungaro, e quasi tutti gli Abruzzi ed il conte di Fondi si dichiararono per lui[26]. Il re che aveva fatto noto a tutti i suoi sudditi il desiderio di vendicarsi, si mise più tardi in cammino, partendo da Buda il 3 di novembre del 1347 con poche forze, ma con molti tesori, credendo miglior consiglio l'assoldare truppe in Italia, che condurvele da così lontana parte[27].

L'armata ungara prese la via di terra e fece il giro del golfo Adriatico per Udine, Padova, Verona, Bologna, e per le città della Romagna. Il re presentavasi in ogni luogo siccome l'amico dei piccoli signori di cui doveva attraversare lo stato, e non manifestava altra mira ambiziosa, tranne quella di vendicare il fratello, e di castigare un atroce delitto; onde lungi d'essere trattenuto nel cammino, ingrossava l'armata con una folla di volontarj che si assoldavano sotto le sue bandiere[28].

Parve, gli è vero, che la Chiesa si disponesse a difendere un regno pel quale rifiutava di prendere le armi ogni principe secolare. Un legato del papa fermò a Foligno il re d'Ungheria, ingiungendogli di rinunciare ad ogni progetto di vendetta, dacchè il giudice deputato dalla santa Sede aveva di già puniti tutti i veri colpevoli, dichiarandogli in pari tempo che la sovranità di Napoli apparteneva alla chiesa; e che un cristiano doveva ricorrere al successore di san Pietro, non alle armi per far valere i suoi diritti sopra quel regno feudale. «Andate a dire al vostro santo padre, rispose Luigi, che più di duecento colpevoli rimangono ancora impuniti in quel regno che mi è dovuto per diritto ereditario. Penso, coll'ajuto di Dio, di farvi ben tosto miglior giustizia; e quando mi sarò posta la corona in capo, non rifiuterò alla chiesa l'omaggio ed il tributo da me dovutole. Se voi frattanto mi scomunicate, mi appellerò a Dio della vostra sentenza; egli è più grande del papa, e conosce la giustizia della causa[29]

Luigi continuò dopo questo il suo cammino, e giunse ne' primi giorni di dicembre ai confini del regno. Il 20 agosto la regina Giovanna aveva sposato Luigi di Taranto suo cugino; e con tale unione con uno degli uccisori di suo marito, più non lasciava verun dubbio d'aver presa parte al delitto di cui l'accusava il re d'Ungheria: i popoli medesimi invocavano un vindice di sì grave attentato. Aquila, Sulmona e Sanguinetto aprirono le loro porte agli Ungari; i principi del sangue gelosi dell'innalzamento d'un loro eguale, abbandonavano Giovanna; il duca di Durazzo disponevasi a farle guerra[30]; e Luigi di Taranto, ch'erasi posto a Capoa per contrastare agli Ungari il passaggio del Volturno, vedeva ogni giorno diminuirsi la sua armata[31].

Ma Luigi di Taranto non ebbe pure l'opportunità di sperimentare il coraggio delle sue truppe, la di cui fedeltà gli era sospetta. Il re d'Ungheria non tentò il passaggio del Volturno, ma presa la via del contado d'Alife, giunse l'undici gennajo a Benevento con un'armata composta di sei mila uomini di cavalleria pesante. L'agitazione e lo spavento regnavano in Napoli; il gran maniscalco, Nicola degli Acciajuoli, repubblicano fiorentino che in mezzo ad una corte corrotta erasi conservato fedele ai principj d'una severa morale, e che adesso sforzavasi di salvare una regina di cui aveva cercato invano di prevenirne gli errori e le sregolatezze, non trovava alcuno tra i cortigiani o nella nobiltà che volesse assecondarlo. La città neppure pensava a rispingere gli Ungari, e Giovanna si risolse all'ultimo d'abbandonare il suo regno, senza aver data una battaglia per difenderlo. Imbarcossi il 15 gennajo a Napoli coi suoi più cari confidenti, portando sulla propria galera il poco danaro che ancora le restava dei tesori ammassati dal re Roberto, e fece vela alla volta della Provenza, ove i suoi baroni dovevano farle sentire la loro arroganza ed il loro malcontento. Luigi di Taranto e Nicola degli Acciajuoli imbarcaronsi poco dopo per seguirla, e tutte le città del regno si affrettarono di mandare deputati a Luigi d'Ungheria per sottomettersi a lui[32].

I principi del sangue che non avevano seguita Giovanna nella sua fuga, non sapevano ancora risolversi a porsi in mano del re d'Ungheria. Carlo, duca di Durazzo, fu il primo a superare ogni riguardo, sdegnando i consigli de' più timidi amici. Si presentò al re suo cugino, e gli rese omaggio come a suo nuovo sovrano, e ne ricevette le più lusinghiere accoglienze. Dietro i replicati suoi inviti, i suoi fratelli e cugini si recarono alla corte del re che accordò loro il suo favore[33].

L'armata ungara era giunta ad Anversa; e Luigi, prima di lasciare quella città, volle vedere il luogo in cui perì suo fratello. Il giorno 14 di gennajo si avvicinò con tutti i principi del sangue alla finestra ov'era stato strozzato lo sventurato Andrea. È probabile che tutte le circostanze di questo delitto, così fortemente richiamate ai suoi occhi ed alla sua memoria, destassero in lui un'improvviso furore che fu creduto la conseguenza d'un piano di perfidia formato da qualche tempo; egli si volse impetuosamente a Carlo di Durazzo, chiamandolo malvagio traditore; gli rimproverò d'avere co' suoi intrighi preparata la morte di Andrea, colla speranza di ereditarne la corona. «Conviene che tu muoja, gli disse finalmente, ove tu lo facesti morire.» In sull'istante un Ungaro percosse il duca di Durazzo nel petto, altri lo presero pei capelli, lo gettarono giù dal balcone medesimo dal quale era stato gittato Andrea, e lo fecero perire nello stesso luogo[34]. Gli altri principi del sangue vennero imprigionati, e mandati in Schiavonia. Un figlio di Andrea e di Giovanna, che già aveva il titolo di duca di Calabria, da sua madre lasciato nel castello dell'Ovo, fu pure mandato da Luigi ne' suoi stati ereditarj[35]. Dopo questo fanciullo, il duca di Durazzo era il più prossimo erede dei due troni d'Ungheria e di Napoli; e siccome aveva sposata Maria, sorella di Giovanna, riuniva i diritti della famiglia di Roberto ai proprj. Alcune sue lettere, sorprese dagli Ungari, provavano effettivamente ch'egli aveva alla corte del papa operato contro Andrea, forse lusingandosi di soppiantarlo; ma egli non aveva presa parte alla congiura di Luigi di Taranto, anzi era stato uno de' primi ad impugnare le armi contro di lui; era stato chiamato presso Luigi colle più aperte assicurazioni d'amicizia e di benevolenza; era stato invitato alla sua mensa, e fu non pertanto la vittima di una perfidia che sola bastava a disonorare il cavalleresco carattere dell'ungaro monarca.

Quest'ultimo prese ben tosto pacificamente possesso di Napoli e del regno; e perchè non incontrava chi gli si opponesse, congedò le truppe mercenarie che aveva assoldate, onde liberare dalla loro oppressione le province conquistate. Tra quei soldati trovavasi lo stesso duca Guarnieri, il quale poc'anni prima aveva formata la grande compagnia e guastati i territorj della Toscana e della Romagna. Guarnieri prese cura di adunare i soldati licenziati dal re, e formatone una nuova compagnia, entrò dalla banda di Terracina negli stati del papa. Questo corpo di masnadieri più regolarmente organizzato che non era stato il primo, doveva più lungamente travagliare tutte le contrade d'Italia[36].

Frattanto la peste aveva cominciato a manifestarsi nel regno di Napoli, ed aveva privato il re d'Ungheria di molti suoi fedeli servitori. I Napoletani, sempre più proclivi alla ribellione che alla difesa, cominciavano a dar segni di malcontento; e gli Ungari desideravano di lasciare un paese in cui erano minacciati tutti da vicina morte. Luigi affidò il comando de' castelli di Napoli a Corrado Guilford, detto Lupo, barone tedesco, cui lasciava mille duecento cavalli[37], e nominò suo fratello, Ulrico Guilford, governatore della Puglia. A costoro aggiunse Stefano, figliuolo di Ladislao Laczk, vaivoda di Transilvania; indi sotto pretesto di visitare in persona le conquistate province, passò a Barletta in maggio del 1338, dove s'imbarcò sopra un leggier bastimento, e, attraversando la Schiavonia, si restituì in Ungheria, prima che i Napoletani sospettassero vicina la di lui partenza dal regno[38].