La sorte dei poveri e delle persone di mezzana condizione era ancora peggiore; ritenuti dalla povertà in case malsane, e vicinissimi gli uni agli altri, cadevano infermi a migliaja; e siccome nè venivano curati, nè serviti, morivano quasi tutti. Moltissimi sia di giorno sia di notte terminavano nelle strade l'infelice loro esistenza; altri, abbandonati nelle loro case, non si sapevano morti dai loro vicini che per la puzza ch'esalava dal loro cadavere. Il timore dell'infettamento dell'aria, assai più che la carità, consigliava i vicini a visitare gli appartamenti, a far esportare i cadaveri dalle case, ed a collocarli avanti alle porte. Ogni mattina potevano vedersene molti così deposti nelle strade; facevansi in appresso addurre i feretri, o in loro mancanza una tavola, sopra la quale portavasi il cadavere alla fossa. Più d'un feretro contenne nello stesso tempo il marito e la moglie, il padre ed i figli, o due e tre fratelli. Quando due preti con una croce accompagnavano un feretro e dicevano l'ufficio de' morti, da ogni porta vedevansi uscire altri feretri che si associavano al convoglio, ed i preti che non eransi convenuti che per un solo morto, ne trovavano sette ed otto da seppellire.

Il terreno sacro più non bastava a tanti cadaveri, onde si cominciò a scavare ne' cimiterj grandissime fosse, nelle quali collocavansi a strati di mano in mano che vi si portavano, poi si ricoprivano con poca terra. Frattanto i vivi, persuasi che i divertimenti, i giuochi, i canti, l'allegria potevano soli camparli dalla peste, ad altro più non pensavano che a trovare godimenti, non solo nelle proprie, ma ancora nelle altrui case, qualunque volta credevano trovarvisi cosa di loro piacere. Tutto era in loro balìa, imperciocchè ognuno, quasi più non dovesse vivere, aveva abbandonata ogni cura di sè stesso e delle sue sostanze. La maggior parte delle case erano diventate comuni; e coloro che vi entravano, ne usavano come di cosa loro propria. Distrutto era il rispetto per le leggi divine ed umane; i loro ministri e coloro che dovevano procurarne l'esecuzione, erano morti o infermi, e privi in maniera di guardie e di subalterni, che non potevano incutere verun timore; onde ognuno risguardavasi come libero di fare tutto quello che venivagli in grado di fare.

Le campagne non erano più risparmiate delle città, ed i castelli ed i villaggi erano piccole immagini della capitale. Gli sventurati agricoltori, che abitavano le case sparse ne' campi, i quali non potevano sperare ne' consigli di medici, nè assistenza di servi, morivano sulle pubbliche strade, ne' campi, o nelle loro case non come uomini, ma come bestie. E per tal modo diventati non curanti di tutte le cose di questo mondo, come se giunto fosse il giorno della loro morte, più non pensavano di domandare alla terra i suoi frutti, o il prezzo delle loro fatiche, ed invece sforzavansi di consumare quelli che avevano di già raccolti. I bestiami, cacciati dalle case, erravano pei campi abbandonati, tra le messi che non eransi raccolte, e per lo più rientravano senza guida in sulla sera nelle loro stalle, sebbene più non rimanessero padroni o pastori per custodirli.

Veruna peste in altro tempo aveva colpite tante vittime. A Firenze e nel suo territorio, di cinque persone ne morirono tre[14]. Pensa il Boccaccio che la sola città perdesse più di cento mila individui. A Pisa, di dieci persone ne morirono sette; ma sebbene in questa città, come altrove, si fosse conosciuto per prova che chiunque toccava un morto o le sue vesti, e anche soltanto il danaro, era preso dal contagio, e sebbene più non si trovasse alcuno che per qualunque somma volesse rendere ai morti gli estremi ufficj, pure niun cadavere restò nelle case senza sepoltura. I cittadini chiamavansi gli uni gli altri in nome della carità cristiana, e si dicevano: «ajutiamoci a portare questo morto alla fossa, affinchè altri ci portino quando morremo[15].» Racconta lo storico Angelo di Tura, che a Siena, ne' quattro mesi di maggio, giugno, luglio ed agosto, la peste rapì ottantamila persone: e che egli medesimo seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli nella stessa fossa[16]. La città di Trapani in Sicilia rimase affatto deserta, essendo morti fino all'ultimo tutti gli abitanti[17]. Genova ne perdette 40,000; Napoli 60,000; e la Sicilia, compresa non v'ha dubbio la Puglia, 530,000[18]. In generale si calcolò che in tutta l'Europa, la quale dall'una all'altra estremità andò soggetta a così terribile flagello, furono distrutti tre quinti della popolazione.

Nè la perdita dell'Europa deve solamente valutarsi pel numero dei morti, ma inoltre per la qualità degli illustri personaggi che perirono, mentre, come osserva uno storico di Rimini, la peste risparmiò tutti coloro la di cui morte era desiderabile[19]. Quello che più merita d'essere da noi compianto, è Giovanni Villani, lo storico più fedele, più veridico, più elegante e più animato, che avesse fin allora prodotto l'Italia. Noi abbiamo fatto non interrotto uso della sua storia pel corso di un mezzo secolo colla confidenza dovuta ad un autore contemporaneo e giudizioso, e che personalmente ebbe parte negli affari. Il Villani, come lo racconta egli medesimo, era stato a Roma nel giubileo del 1300; e colà fu che, paragonando la decadenza di quell'antica capitale del mondo colla crescente grandezza della sua patria, formò il progetto di scrivere la storia di Firenze[20]. Il Villani, socio di una casa di mercadanti, aveva pure viaggiato in Francia e ne' Paesi Bassi, senza dubbio per affari di commercio. Fu più volte membro della suprema magistratura, esercitò diversi pubblici impieghi, come di direttore della zecca, delle fortificazioni e dell'ufficio dell'abbondanza delle biade. Nel 1323 aveva servito nell'armata contro Castruccio; nel 1341 fu uno degli ostaggi dati a Mastino della Scala pel compimento del trattato fatto con lui. In tal modo egli si mostrò degno di aver parte a tutti gli affari pubblici e privati. In sul finire del viver suo fu ruinato dal fallimento dei Bonaccorsi, dei quali era socio; e fu scritto da taluno che fu imprigionato per debiti. Gli ultimi libri della sua storia pare che si risentano di queste private disavventure, ed indicano che l'autore era diventato diffidente e lento. Quando morì di peste nel 1348, doveva essere giunto a matura vecchiaja[21].

Altre cronache italiane terminano nella stessa epoca; lo che dà luogo a credere che i loro autori cadessero vittime della stessa epidemia[22]. Giovanni d'Andrea, il più illustre giurisperito d'Italia, e la Laura del Petrarca, furono tolti al mondo da questo flagello, il primo in Bologna, l'altra in Avignone.

In tempo della carestia e della peste, i popoli d'Italia, oppressi da tali calamità, si rimasero per la maggior parte in una forzata inazione. L'ambizione e le altre passioni politiche più agire non potevano sopra uomini minacciati ogni giorno dalla morte, e che più non calcolavano l'avvenire. Non pertanto alcune strepitose rivoluzioni illustrarono quest'epoca: precisamente in sul finire della carestia, e quando incominciava la peste, Pisa si divise in due nuove fazioni dei Bergolini e dei Raspanti, fazioni che presero il luogo di quelle de' Conti e de' Visconti, i di cui nomi cominciavano a cadere in dimenticanza, e di quelle tra i nobili ed il popolo ch'erano scoppiate dopo le prime.

Il giovane conte Renieri, erede della famiglia della Gherardesca e del favore del popolo che questa godeva da lungo tempo, era giunto al suo diciottesimo anno. Era, per così dire, ancora fanciullo, quando fu investito, come per diritto ereditario, della carica di capitano di Pisa; e Dino della Rocca suo parente, ed i principali capi del partito popolare, presero a governare la repubblica in suo nome. Ma quando Renieri ebbe finalmente gusti e volontà personali, alcuni uomini che da lungo tempo appartenevano ad un partito opposto alla sua famiglia, seppero rendersi padroni del suo spirito. Il più distinto tra questi nuovi consiglieri, che furono detti Bergolini da un soprannome dato al giovane conte, era Andrea Gambacorta, capo di una famiglia che si rese in breve la più potente di Pisa, quando le antiche case indebolite dalla peste ebbero perduto pressochè tutto il loro credito. Dino della Rocca, discendente dalla famiglia Gherardesca, cercava di tenere uniti gli antichi partigiani de' conti, ed i capi del partito popolare; e molte ragguardevoli case di Pisa avevano abbracciata la sua causa[23], ed occupavano con lui le principali cariche dello stato. Ma questi venivano accusati d'essersi nella loro amministrazione appropriato il pubblico danaro, ond'ebbero il nome di Raspanti, e tale accusa che indisponeva il popolo contro di loro, aggiunta alla loro malintelligenza col capitano generale, poteva ad ogni istante farli escludere da tutte le cariche.

Mentre l'incostanza del conte della Gherardesca pareva minacciare a Pisa una vicina rivoluzione, questo giovane morì; e furono incolpati i Raspanti d'averlo fatto avvelenare. Questo sospetto accrebbe in modo l'irritamento delle parti, che in vano i magistrati facevano severamente castigare coloro che con pungenti motti o popolari canzoni tenevano viva l'animosità delle due parti; invano costringevano i capi ad unire le loro famiglie coi matrimonj, a promettere il mantenimento della pace, ed a giurarlo perfino innanzi all'altare; chè una vicendevole diffidenza teneva armate nelle proprie case le due fazioni, e pronte a venire alle mani; ogni notte un incendio acceso per eccitare una sedizione manifestavasi in qualche quartiere della città; l'irritamento andava crescendo in modo che più non potè essere compresso; ed il giorno 24 di dicembre, dopo una zuffa intorno alla casa di Dino della Rocca, nella quale i Bergolini rimasero vittoriosi, furono i Raspanti cacciati dalla città, ed Andrea Gambacorta fatto capo della repubblica[24].

Ma questa involuzione della repubblica era cosa di non molta considerazione a fronte delle novità cagionate nell'Italia meridionale dalla morte di Andrea re di Napoli. Il re Luigi d'Ungheria aveva giurato di vendicare la morte di suo fratello, e compì il suo disegno appunto in tempo delle calamità della carestia e della peste. La vigorosa resistenza che gli avevano opposta i Veneziani innanzi a Zara l'anno 1346, avevangli impedito di unire quella città al suo regno, e di stabilire per mezzo del suo porto, a traverso dell'Adriatico, una comunicazione tra l'Ungheria e le province della Puglia. Zara, che Luigi aveva invano cercato di liberare dall'assedio, dovette infine dopo diciotto mesi di ostinata resistenza, rendersi ai Veneziani in dicembre del 1346. I Jadriotti si presentarono colla corda al collo al Senato veneto, per chiedere perdono della loro ribellione[25]; ed il re Luigi che aveva promesso di proteggerli, differì la sua vendetta contro Venezia dopo quella che voleva prendere della regina Giovanna.