Le stesse repubbliche non erano preservate da questa generale corruzione. Circondate da ogni banda da piccoli principi che loro tendevano frequenti insidie, adottarono più d'una volta la tortuosa politica de' loro nemici e si resero sospette di perfidia. Le immense ricchezze ammassate col commercio avevano alterata la purità de' principj repubblicani, e l'oro era diventato un mezzo troppo sicuro per acquistare il favore del popolo, ed ottenere le supreme magistrature. Non guardavasi più tanto ai modi adoperati per acquistare le ricchezze; e colui che malaversava in una pubblica amministrazione e si appropriava il danaro dello stato, sapeva di trovar sempre sufficienti mezzi per ricuoprire le sue concussioni, qualunque volta gli procurassero una grande opulenza. Scandalosi furti furono commessi in Firenze in tempo della guerra di questa repubblica con Mastino della Scala, e le pene inflitte dal duca d'Atene ai comandanti d'Arezzo e di Lucca furono, sebbene arbitrarie, fors'anche meritate. Non parleremo della violenza delle civili dissensioni, nè delle rivoluzioni che davano e toglievano il governo alle diverse classi dei cittadini: gli è questo il necessario destino delle repubbliche, e il prezzo con cui esse pagano i moltiplicati talenti, e l'energia di carattere e le generose passioni che non trovansi che presso di loro. Rimprovereremo bensì a queste repubbliche d'avere intieramente abbandonata l'arte e lo spirito militare, d'aver lasciato che si spegnesse ne' cittadini e ne' sudditi il valore italiano; e d'essersi in tal modo assoggettate prima alle mercenarie milizie tedesche che le tradivano, poscia a quelle compagnie di avventurieri che le rendevano vergognosamente tributarie.

Mentre l'Italia era travagliata da tanti disordini e da tanti mali, fu colpita tutto ad un tratto dai più terribili flagelli che il cielo abbia riservati per castigo della terra. Una crudele carestia e la più mortifera peste di cui le storie abbiano conservata la memoria; e potrebbe aggiugnervisi per terzo flagello l'invenzione dell'artiglieria, che rimonta precisamente a quest'epoca sventurata. L'invenzione delle armi da fuoco ebbe per l'umana specie più funeste conseguenze, che la peste e la carestia; ella sottopose al calcolo la forza dell'uomo; ridusse il soldato ad essere una semplice macchina; tolse al valore quanto era in esso di più nobile, quanto era dipendente dal carattere personale; accrebbe il potere dei despoti, ed indebolì quello delle nazioni; spogliò le città dalla loro sicurezza, e le mura della confidenza che ispiravano. Ma i durevoli effetti di così funesta invenzione non si manifestarono che dopo lungo tempo. Le bombarde, di cui parlano gli storici la prima volta, quando furono adoperate il 26 agosto del 1346 nella battaglia di Crécy, tra gl'Inglesi ed i Francesi, non parvero a principio che macchine proprie a lanciare alcune palle, di cui tutto il vantaggio riducevasi a spaventare i cavalli coll'esplosione e col fuoco che produceva. Il re d'Inghilterra che solo aveva bombardieri nell'armata, gli aveva infatti collocati tra gli arcieri, sui carri onde aveva circondato il suo campo. «Le loro bombarde, dice Giovanni Villani, gettavano piccole palle di ferro e fuoco per ispaventare e confondere i cavalli[1]. Gli arcieri inglesi, dice più sotto, tiravano tre freccie, mentre che i genovesi al servizio della Francia ne tiravano una sola. Aggiugnevasi a questo vantaggio il colpo delle bombarde che facevano tanto fracasso e scuotimento, che sarebbesi detto che Dio tuonava; uccidendo con ciò molta gente, e mettendo in disordine i cavalli[2].» Il Villani morì due anni dopo la battaglia di Crécy, onde non può essere sospetto di anacronismo, e le bombarde di cui parla sono a non dubitarne un'arma da fuoco della natura delle presenti[3]; ma egli non suppose tale invenzione di così grande importanza, che fosse prezzo dell'opera il darne più circostanziata relazione; ed infatti i cambiamenti che l'artiglieria doveva produrre nell'arte della guerra, non si fecero sensibilmente conoscere, che un secolo e mezzo più tardi.

Lo stesso anno l'intemperie delle stagioni fu la principal cagione della carestia. L'eccessive piogge dell'autunno del 1345 non permisero le seminagioni in ottobre e novembre, e fecero marcire il frumento che cominciava a germogliare. Nella seguente primavera ricominciarono le piogge con eguale ostinazione, e ne' tre mesi di aprile, maggio e giugno, la terra fu sempre o inondata o talmente umida che le sementi sparse in primavera e quelle del granoturco non riuscirono meglio di quelle dell'autunno. Nè questa sciagura si ristrinse ad una sola provincia, ma si estese a tutta l'Italia, alla Francia, e ad altri paesi; onde non erasi mai fatto un così scarso raccolto come nel 1346. Il vino, l'olio ed ogni altro prodotto della terra mancò egualmente. Ben tosto si dovettero distruggere quasi tutti i pollami, per non avere di che alimentarli[4]. La carne da macello si rese subito assai cara; ma più che tutt'altro il frumento venne meno in una sorprendente maniera, non avendo le terre dato che il quarto, o soltanto il sesto dell'ordinario prodotto. Al raccolto una misura di grano pagavasi a Firenze trenta soldi, ed andò ogni giorno crescendo di prezzo in maniera che il primo giorno di maggio del 1347 vendevasi più del doppio; incarirono pure l'orzo e le fave, e carissima era perfino la crusca, lo che era sicura prova che i miserabili cercavano di alimentarsi con questo grossolano ed insalubre cibo[5].

Per altro il governo di Firenze fece tutto quanto poteva per procurarsi un bastante approvigionamento; fece comperare frumento in Calabria, in Sicilia, in Sardegna, in Tunisi ed in tutta la Barbaria; pagò anticipate somme, senza lasciarsi sgomentare dalla carezza delle derrate, e credette di essersi assicurati quaranta mila moggia di frumento, e quattro mila di orzo[6]. Ma i mercanti pisani e genovesi coi quali esso era costretto di contrattare per fare sbarcare il grano a Pisa o a Genova, non poterono soddisfare alle loro promesse, perchè, trovandosi queste città egualmente afflitte da crudele carestia, i loro magistrati cominciarono a provvedere ai proprj bisogni prima di lasciar sortire il grano, onde Firenze non ebbe più della metà del quantitativo acquistato dal governo. I Fiorentini fecero pure alcune provvigioni nelle Maremme e nella Romagna, sebbene in queste province, come anche a Bologna, le derrate non fossero meno scarse nè meno rare di quel che lo fossero in Firenze[7].

La signoria mandava ogni giorno al mercato sessanta in ottanta moggia di frumento, che faceva vendere ai prezzi comuni, prima 40 soldi, poi 50 per stajo. Ma siccome tale quantità non era sufficiente, perchè un immenso numero di cittadini, avvezzi negli altri anni a vendere il loro frumento al mercato, venivano invece a comperarne; la signoria fece fabbricare de' forni, ne' quali impiegavansi dagli ottantacinque ai cento moggia di frumento per far pani del peso di sei once, ne' quali la crusca era mista colla farina; e questi si distribuivano in ragione di due per persona pel prezzo di quattro denari fiorentini per pane. Ma quando alla porta de' venditori si videro formarsi attruppamenti di persone che facevano più fortemente sentire l'estensione della pubblica miseria, e spargevano lo spavento nel popolo, il governo risolse di mandare di casa in casa i due pani per testa, secondo il numero delle persone che componevano ogni famiglia. In aprile del 1347 apparve dai registri, che novantaquattro mila persone ricevevano in tal modo il loro pane dallo stato; e non pertanto i borghesi un poco agiati non erano compresi in questo ruolo, perchè si erano approvigionati, o compravano dai fornai a più alto prezzo un pane di migliore qualità. Tutti i poveri e tutti i Regolari mendicanti che vivevano di elemosine, non erano pure compresi, sebbene grandissimo ne fosse il numero; imperciocchè erano stati obbligati ad uscire da tutte le terre e villaggi vicini; e la miseria o la fame gli aveva riuniti in Firenze. Tale non pertanto fu la generosità e la carità cristiana de' Fiorentini, che, durante questa carestia, verun povero, verun forastiere, verun contadino, fa escluso dalla città, e tutti furono soccorsi ed alimentati colle pubbliche o private elemosine. «Quindi, soggiugne il Villani, dobbiamo sperare in Dio, che non vorrà castigare gli enormi peccati de' nostri concittadini; oimè, noi l'abbiamo pur detto, la città nostra n'è pur troppo macchiata; ma secondo il suo beneplacito e la sua misericordia, compenserà i nostri errori colle elemosine dei nostri buoni e virtuosi cittadini, come ha fatto con Ninive: imperciocchè lo disse egli medesimo, che l'elemosina cancella il peccato[8]

Questa carestia era stata in Italia generale, nè tutte le città avevano con sì saggi regolamenti o così generosi, provveduto ai bisogni del popolo; quindi lasciò una tale debolezza nel temperamento della massa del popolo, ed una disposizione alle malattie epidemiche, che non tardarono a manifestarsi. Frattanto, affinchè il povero non fosse ad un tempo tormentato dalla carestia, dalla malattia e dai creditori, la signoria di Firenze sospese le procedure forensi per i minuti debiti, e nel giorno di Pasqua, facendone come un'offerta a Dio, liberò tutti i carcerati per debiti verso il comune, e tutti coloro che trovavansi nelle prigioni per leggieri delitti. Nello stesso tempo diede a tutti quelli ch'erano tediati per multe, la facoltà di redimersi pagando il quindici per cento della somma portata dalla sentenza; ma la miseria era tanto grande che pochissimi hanno potuto approfittare di questo favore[9].

Nella state del 1347 la mortalità fu in Firenze grandissima, specialmente tra i poveri, nelle donne e ne' fanciulli, calcolandosi che l'epidemia abbia tolti quattro mila individui. Ma nello stesso tempo un più terribile flagello preparavasi in Oriente. Nelle relazioni de' fenomeni che accompagnarono la peste non è agevole cosa lo sceverare i racconti popolari, che la superstizione risvegliata dal timore faceva avidamente ammettere, dalle più vere calamità cagionate senza verun dubbio dall'epidemia. Nel regno di Casan, secondo racconta Giovan Villani, la terra fu agitata da violenti scosse, affondarono molte città e villaggi, le voragini apertesi vomitavano fiamme, che, comunicandosi alle erbe aride, si stesero da ogni banda, in distanza di molti giorni di cammino. Coloro che si sottrassero a questo disastro, seco portarono una malattia contagiosa che sparsero sulle rive del Tanai ed a Trabisonda, malattia funesta che di cinque persone quattro ne uccideva. A Sebastia le piogge furono accompagnate dalla caduta di una enorme quantità d'insetti neri, che avevano otto gambe e la coda, parte morti e parte vivi; questi avvelenavano col morso, la putrefazione degli altri infettava l'aria. La peste cominciata in questi due paesi si sparse in tutto il Levante, corse la Siria, la Caldea, la Mesopotamia, l'Egitto, le isole dell'Arcipelago, la Turchia, la Grecia[10], l'Armenia, la Russia[11]. I mercanti italiani, dimoranti in vari porti del Levante, cercarono di salvarsi fuggendo colle loro merci; otto galere genovesi, tra le altre, partirono dalle coste del mar Nero, ma portavano il contagio con loro. Quando arrivarono in Sicilia, avevano già perduti tanti marinai, che quattro galere furono abbandonate. Gli ammalati che scesero a terra, comunicarono l'infezione agli abitanti della città nella quale avevano sbarcato, di dove rapidamente si sparse in tutta la Sicilia, la Corsica, la Sardegna, e sulle coste del Mediterraneo. I mercanti che continuavano a fuggire, sbarcarono gli uni a Pisa, gli altri a Genova, e perchè di que' tempi non prendevasi veruna cautela per impedire la comunicazione delle epidemie, seco portarono la morte ovunque sbarcarono. Nel 1348 la peste dominava in tutta l'Italia ad eccezione di Milano, e di alcuni paesi presso le Alpi, ove non fu quasi conosciuta. Lo stesso anno valicò le montagne, e si stese nella Provenza, nella Savoja, nel Delfinato, nella Borgogna, e, per la via d'Acquamorta, penetrò nella Catalogna. Nel susseguente anno occupò tutte le altre terre occidentali fino alle rive del mare Atlantico; la Barbaria, la Spagna, l'Inghilterra e la Francia. Il solo Brabante parve sottratto a tanta sventura, o leggermente toccato. Nel 1350 il contagio si avanzò al Nord, spargendosi tra i Frisoni, Tedeschi, Ungari, Danesi e Svezzesi[12]. Fu allora e per effetto del contagio, che la repubblica d'Islanda fu distrutta. La mortalità fu tanto grande in quest'isola agghiacciata, che gli sparsi abitanti cessarono di formare un corpo di nazione.

I sintomi di questa peste non furono in ogni luogo i medesimi. Nell'Oriente un'emorragia di naso era certo presagio della sopraggiunta malattia e della morte. A Firenze, in principio della malattia, manifestavasi o presso l'ano o sotto le ascelle un'enfiatura della grossezza d'un uovo ed anche maggiore. Più tardi quest'enfiatura, detta gavocciolo, manifestavasi indistintamente in qualsiasi parte del corpo; ed ancor più tardi la malattia mutò i sintomi, che furono d'ordinario macchie nere o livide, in alcuni larghe e rare, piccole in altri e spesse. Vedevansi a bella prima su le braccia o su le cosce, poi su tutto il corpo[13]: e come il gavocciolo, erano queste presagio di vicina morte. L'arte di niun medico poteva mettere argine al male, sebbene quando cominciò l'epidemia, oltre i dottori di professione, un infinito numero di ciarlatani prescrivessero molti rimedj che non salvarono un solo ammalato. I più morivano il terzo giorno, e quasi tutti senza febbre o verun nuovo accidente.

Bentosto tutti i luoghi infetti furono colpiti da estremo spavento, vedendosi con quale prodigiosa rapidità dilatavasi il contagio. Comunicava immediatamente l'infezione non solo il conversare cogli ammalati, ed il contatto loro, ma ben anche il solo toccare le cose da loro toccate. Furono veduti animali cader morti per avere toccati gli abiti degli appestati, gittati nelle strade. Allora non si ebbe più rossore di mostrarsi vile ed egoista. Nè solo i cittadini evitavansi gli uni gli altri, ma i vicini abbandonavano i loro vicini, ed i parenti, se pure talvolta si visitavano, tenevansi a tale distanza dall'ammalato che manifestava il loro terrore; ben tosto fu veduto il fratello abbandonare il fratello, lo zio il nipote, la sposa il marito, e perfino alcuni genitori i proprj figli. E per tal modo all'infinito numero degli ammalati non rimase altro sussidio che l'eroismo di un piccolo numero di amici, o l'avarizia de' servi, che per un grossissimo stipendio disprezzavano il pericolo. Questi ultimi erano per la maggior parte contadini affatto rozzi, e poco avvezzi a servire ammalati, onde tutti i loro servigi riducevansi d'ordinario ad eseguire alcuni ordini che loro davano gli appestati, ed a portare alle famiglie la notizia della loro morte. Da tale abbandono e dal terrore che colpiva gli spiriti, nacque un'usanza affatto contraria agli antichi costumi; che una donna giovane, bella e modesta, non rifiutava di farsi servire nella sua malattia da un uomo, comunque giovane, e di spogliarsi in sua presenza qualunque volta lo richiedeva la cura della malattia, come se si fosse trovata con una donna.

Un'antica costumanza di Firenze richiedeva che i parenti ed i vicini d'un morto si adunassero nella di lui casa per piagnerlo insieme alle più strette parenti, mentre i vicini e gli amici si riunivano coi preti innanzi alla casa. In appresso il morto era portato alla chiesa, indicata da lui medesimo prima di morire, da uomini della sua condizione; il feretro veniva preceduto dai preti che cantavano portando accesi cerei, e chiudevano la pompa funebre i cittadini che si erano adunati innanzi alla porta. Ma queste costumanze cessarono mentre la peste infieriva, e furono sostituite contrarie pratiche. Non solo gli ammalati morivano senz'essere circondati da molte donne, anzi più non avevano neppure una sola persona che li servisse negli estremi istanti della vita. Erano tutti persuasi che la tristezza disponeva i corpi a contrarre più facilmente la malattia; credevasi dimostrato che la gioja ed i piaceri erano il più sicuro rimedio contro la peste, e le stesse donne cercavano di farsi inganno sul lugubre apparecchio de' funerali, col riso, coi giuochi, coi motteggi. Pochi cadaveri si portavano al sepolcro accompagnati da più di dieci o dodici vicini, ed i portatori non erano già onorati cittadini della stessa condizione del defunto, ma persone della più abbietta plebe che facevansi nominare Becchini. Per un grosso stipendio trasportavano precipitosamente il feretro non già alla chiesa destinata dal morto, ma alla più vicina. Venivano spesso preceduti da quattro o sei preti con piccolo numero di cerei, e talvolta ancora andavano senza preti, i quali per non affaticarsi con troppo lunghe ufficiature o troppo solenni, riponevano il cadavere coll'ajuto de' Becchini nella prima fossa che trovavano aperta.