Lusingavansi i Genovesi di ridurre i Greci in meno di quindici giorni a chieder pace. Siccome le loro galere erano sole padrone del mare, impedivano ad ogni nave d'approdare a Costantinopoli, o venisse dal Ponto Eusino, o dalla Propontide, e fino ne' primi giorni delle ostilità fecero temere alla città una prossima carestia. Ma a fronte delle privazioni, cui andavano soggetti, i Bizantini si prepararono senza lagnarsene ad una lunga difesa. Il loro orgoglio era fieramente irritato dalla considerazione che alcuni stranieri accantonati in un loro sobborgo pretendessero d'imporre legge alla città; e l'antico odio pei costumi e la religione dei Latini faceva loro spiegare un'insolita energia.
Di già era cominciato l'autunno, quando i Genovesi, ricevuti avendo soccorsi da Chio e dalle altre loro colonie del Levante, tentarono di dare l'assalto alle mura della città dalla banda del porto. Avanzaronsi con nove galere e tre grossi vascelli carichi di macchine da guerra, ma trovarono le mura coperte di difensori; perciocchè l'odio nazionale aveva superata l'abituale timidezza, ed i cittadini e gli artigiani di Costantinopoli eransi uniti ai soldati per combattere contro i Latini; onde questi vedendo riuscire vano ogni loro sforzo, ritiraronsi perdenti[123].
Cantacuzèno, ritornato a Costantinopoli alla metà d'autunno, fece assediar Pera dalla banda di terra, mentre i Genovesi tenevano sempre bloccata la capitale dal lato del mare. In pari tempo faceva costruire nuove galere ne' cantieri fortificati dell'Ippodromo; assoldava truppe straniere, e mostravasi risoluto di voler vendicare l'offesa sua dignità. I cavalieri di Rodi, dopo avere tentato invano di ristabilire la pace, accolsero nella loro isola le donne ed i fanciulli di Pera, ed i più preziosi effetti de' Genovesi, onde sottrarli ai pericoli della guerra[124].
Così passò l'inverno: ma in sul cominciare della primavera i Greci posero in mare nove grandi vascelli e molte navi ad uno e due ranghi di remi, che essi avevano fabbricati nell'Ippodromo; e perchè non avevano tutti i marinai che abbisognavano per equipaggiare questa flottiglia, arrolarono per la manovra un grosso numero di lavoratori e di artigiani. Quando questa squadra uscì dal porto, l'ammiraglio genovese osservò che i rematori battevano inegualmente l'onda; conobbe agevolmente con quali nemici doveva misurarsi, e concepì le migliori speranze della battaglia che disponevasi a dare. Lasciò che i Greci si avanzassero verso l'isola del Principe, e che s'impadronissero d'un vascello genovese che giugneva allora dall'Ellesponto; egli si pose con nuove galere e varj piccoli bastimenti all'ingresso del porto, aspettando che tornassero addietro[125].
Il giorno era cupo, ed il vento contrario, quando i Greci tornarono dall'isola del Principe. Per riprendere il porto dovevano raddoppiare la punta settentrionale di Costantinopoli; ed era volgare opinione che avanti al tempio di santa Demetria si trovava un vortice, onde le galere greche passavano lentamente e con timore; la lunga loro linea serravasi verso la riva, e mostrava di temere, più del vortice o degli scogli, i Genovesi che trovavansi dall'altro lato del golfo. Un leggiero movimento della flotta nemica sparse lo spavento tra i contadini che dovevano fare le funzioni di marinaj; molti di loro balzarono sulla spiaggia tosto che si videro abbastanza vicini per isperare di poterla afferrare; altri gettaronsi in mare per giugnervi a nuoto. Bentosto il terrore s'impadronì di tutti gli animi; e prima che i Genovesi fossero a tiro di freccia, più di duecento Greci eransi annegati, volendo fuggire: il rimanente della ciurma erasi posta in salvo sulla spiaggia; e le galere, rimaste senza gente, furono senza combattere prese dai Genovesi e rimurchiate a Pera[126].
Nello stesso tempo le tre galere ch'erano state poste in sicuro entro il canale di Barbissé nel precedente anno, scendevano a traverso al golfo con molte altre navi per unirsi alla grande flotta. Allorchè quelli che le montavano, videro la squadra tutta in mano de' Genovesi, anch'essi atterriti, comandanti, soldati e marinai, tutti precipitaronsi in mare per guadagnare la spiaggia; e queste galere, come le altre, caddero in potere dell'ammiraglio genovese. Finalmente la moltitudine ch'erasi adunata sulle mura di Costantinopoli, meno per difenderle che per vedere lo spettacolo d'un combattimento, presa dallo stesso timor panico, precipitandosi giù dalle mura per fuggire in città in gran parte si uccise o ferì cadendo; ed intanto i Genovesi attribuivano questa rotta a qualche castigo di Dio. Gli antichi loro amici, gli antichi vicini, che avevano vinti senza contrasto, più loro non ispiravano che compassione; loro gridavano ad alta voce di fuggire più lentamente, e di risparmiare le loro vite, poichè i nemici non pensavano pure ad inseguirli[127].
Da quest'istante i Genovesi manifestarono la più nobile e generosa moderazione. Alcuni ambasciatori giunti da Genova quattro giorni dopo la rotta della flotta greca, offrirono a Cantacuzèno moderate condizioni, che furono ben tosto accettate. Gli abitanti di Pera pagarono una grossa somma di danaro per rifare l'imperatore de' sofferti danni; gli restituirono il terreno occupato nella parte superiore alla loro città, e promisero con giuramento di non più abusare dell'amichevole ospitalità loro accordata[128]. Cantacuzèno non volle dal canto suo essere vinto di generosità; e dichiarando che possedeva stati abbastanza vasti per non invidiare ai Genovesi un piccolo angolo di terra che loro riusciva così caro, loro diede l'intero possedimento della sommità della collina di Pera, e dei luoghi in cui avevano fabbricato un ridotto[129].
La moderazione dei Genovesi era, a dir vero, prodotta dal timore di trovarsi impegnati in un'altra guerra coi Veneziani per proteggere il loro commercio sul mar Nero. Uno Scita era stato ucciso da un Latino alla Tana in una rissa, e quest'omidicio era stato cagione di una guerra nella piccola Tartaria. Gianis Beg, il Kan de' Tartari, aveva determinato di vendicare la morte del suo compatriotto sopra tutti gl'Italiani che trafficavano sulle coste del mar Nero. Gli aveva scacciati dalla Tana, e li perseguitava a Caffa, ove i Genovesi avevano loro aperto un asilo[130]. Ma quest'ultima città poco temeva gli attacchi d'un'armata indisciplinata. I Tartari in due anni d'assedio non avevano ancor fatta una breccia nelle mura di Caffa, mentre i Genovesi avevano bruciata la Tana, guastate le coste del mar Nero, distrutto il commercio del popolo tartaro, e privata di vittovaglie l'armata che gli assediava[131].
Speravano i Genovesi che tutti i Latini prenderebbero parte alla loro causa, avendo tutti provate le stesse ingiurie, e tutti ugualmente interessati essendo ad ottenere dal Kan de' Tartari la licenza di fortificare la Tana come Caffa, onde porsi al sicuro dagl'improvvisi attacchi d'un popolo barbaro. L'assoluta cessazione del commercio doveva ben tosto costringere i Tartari a far la pace coi popoli dell'Occidente; imperciocchè avevano grandissima copia di mercanzie indigene, e mancavano affatto delle straniere ch'erano avvezzi a consumare, e l'entrate de' più ricchi loro proprietarj erano ridotte al nulla per l'impossibilità di vendere le loro derrate[132]. I Genovesi per la superiorità della loro marina impedivano ai Greci ed agli Asiatici di comunicare colla Tana. Essi invitavano tutti gli Occidentali a stabilirsi in Caffa, loro promettendo in questa città tutti i vantaggi che ottener potevano dal Kan de' Tartari. Ma i Veneziani che in principio delle ostilità eransi rifugiati nella colonia genovese, non resistettero a lungo all'allettamento de' beneficj che faceva loro sperare il commercio cogli Sciti. Visitarono di nuovo i porti delle Paludi Meotidi, ove i profitti che vi facevano erano più grandi, perchè non avevano concorrenti[133]. I Genovesi, dall'altro canto, per mantenere i loro diritti di blocco, attaccarono e dichiararono buona preda alcuni vascelli veneziani che veleggiavano verso le foci del Tanai[134].