CAPITOLO XLI.

Disfatta dei Genovesi a Loiera; essi si danno all'arcivescovo di Milano. — Disfatta dei Veneziani a Portolongo. — Pace di Venezia. — I Genovesi prendono Tripoli. — Congiura del doge Marino Falieri. — Introduzione della letteratura greca in Italia.

1352 = 1355.

La chiesa e le nazioni occidentali vedevano di mal animo consumarsi le forze d'Italia e della Cristianità nell'inutile guerra delle repubbliche marittime, mentre il feroce Orcano approfittava delle loro battaglie, e della debolezza cui avevano ridotta la Grecia per assoggettare le più belle province all'impero de' Turchi. Papa Clemente VI fece inutili sforzi per ristabilire la pace tra le due repubbliche; chiamò i loro ambasciatori alla sua corte con quelli del re d'Arragona, ma nè la sua autorità come capo della chiesa, nè la sua abilità per le negoziazioni ottennero di conciliare le opposte loro pretese[162]. Clemente VI morì il 5 dicembre del 1332, ed il di lui successore, Innocenzo VI, creatura ancor esso del re di Francia, tentò di nuovo d'adunare un congresso in Avignone. Invece di mandarvi i loro ambasciatori, i Genovesi non pensavano che a procurare nuovi nemici ai loro rivali. S'addrizzarono per tale oggetto a Luigi d'Ungheria, che non aveva dimenticato che nel 1346 l'armata veneziana lo aveva fermato avanti a Zara, ed aveva in sui suoi occhi espugnata quella città, ch'egli veniva a difendere, ritardando in tal modo la vendetta del re Andrea. Il possedimento della costa di Dalmazia sembravagli necessaria alla prosperità dell'Ungheria, e gli Schiavoni, che desideravano l'unione a questo regno, erano stati duramente trattati dalla repubblica di Venezia, e si erano ribellati contro la medesima qualunque volta avevano avuto l'opportunità di farlo. Luigi, più potente che verun altro de' suoi predecessori, fece chiedere al senato veneto la restituzione di tutte le città della Dalmazia, ch'egli pretendeva di pertinenza de' suoi predecessori, e dietro il rifiuto della signoria, le dichiarò la guerra ed accettò l'alleanza de' Genovesi[163].

Un altro celebre negoziatore aveva inutilmente cercato di rappacificare le due repubbliche; era questi il Petrarca, che si era lusingato di far servire a politiche viste la letteraria corrispondenza che manteneva con Andrea Dandolo, allora doge di Venezia. Scrisse a questo magistrato esortandolo alla pace, ed impiegando le più ardite figure rettoriche per abbellire i più triti argomenti sugli avvantaggi della concordia, diede luogo nella sua lettera a tutte le citazioni de' sacri e profani autori, de' poeti e degli oratori che potevano entrarvi[164]; ma la sua lettera altro non ottenne che una risposta meno elegante ma più giudiziosa di Dandolo. Le lettere del Petrarca, in cui fuor di proposito spiegava tanta erudizione e ricercatezza di concetti, risguardavansi a que' tempi quali esemplari di eleganza e di gusto; si facevano passare da una persona all'altra, e spesso non erano ricapitate che dopo essere state lette da tutto il pubblico.

Mentre il re d'Ungheria minacciava le città veneziane della Dalmazia, i Genovesi, in primavera del 1353, armavano una flotta di sessanta galere sotto il comando di Antonio Grimaldi[165], e spedivano una piccola squadra nel golfo Adriatico ad insultare i Veneziani[166]. Questi per altro ottennero negoziando di sventare l'attacco del re d'Ungheria, ed in pari tempo armarono di concerto coi Catalani una flotta di settanta galere. I Veneziani, sotto il comando del Pisani, avevano concertato con Bernardo Chiabrera, condottiere delle navi di Barcellona, di unirsi ne' mari di Sardegna[167]. Il Grimaldi, avuto avviso del progetto de' suoi nemici, sperò di potere scontrarsi coi Veneziani o coi Catalani avanti la loro unione e sconfiggerli uno dopo l'altro. E perchè le sue sessanta galere non erano ancora compiutamente armate, ne lasciò otto a porto Venere, onde ripartirne la ciurma sulle restanti cinquantadue, colle quali si pose in mare in traccia del nemico.

(1353) Quando i Genovesi giunsero a Loiera sulla costa settentrionale della Sardegna, seppero che le due flotte, che speravano di trovare disgiunte, eransi di già unite, e che stavano attendendoli a non molta distanza. Ebbero appena passato un promontorio che le scuoprirono; ma i Veneziani, per timore che i Genovesi si sottraessero alla battaglia, avevano cercato di nascondere parte delle loro navi, collocando le più basse dietro quelle di alto bordo, ed affettando ad un tempo una certa quale immobilità, che dai nemici risguardossi come sicuro indizio di timore. Il Grimaldi, ingannato da tale apparenza, ricordò ai suoi marinai la vittoria recentemente riportata in Romania sopra vascelli di numero superiori ai loro, li prevenne di star pronti alla battaglia, esortandoli a diportarsi valorosamente. Intanto superò un secondo promontorio, che prolungavasi in mare tra la flotta del nemico e la sua.

In allora le due flotte si trovarono così vicine da non potere, anche volendolo, schivare la battaglia: ma i Genovesi, che scoprirono finalmente l'intera linea nemica, non videro senza inquietudine settanta galere a fronte delle loro cinquantadue, senza contare tre grandi vascelli rotondi, chiamati cocche, più forti e di più alto bordo delle galere, ognuno montato da quattrocento Catalani. Inoltre le navi veneziane avevano un numero di soldati maggiore del consueto, essendo esse destinate a lasciare in Sardegna truppe di sbarco.

Non pertanto i Genovesi si prepararono coraggiosamente alla battaglia. Lusingaronsi che le tre cocche non potrebbero combattere, perchè non si movevano a forza di remi, ed avevano il vento contrario. Per presentare al nemico una linea impenetrabile, legarono con lunghe catene le une alle altre le loro galere tanto pel corpo, che per l'alberatura; quattro solamente ne riservarono per le due ali, che lasciarono sciolte onde cominciare la battaglia, ed accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse. I Veneziani ed i Catalani, quando videro tale ordinanza, legarono insieme dal canto loro cinquantaquattro galere, lasciandone libere sedici, otto per ogni lato, che spinsero avanti ad attaccare quelle de' Genovesi[168].