Mentre queste galere scaramucciavano assieme, avanzavansi lentamente e maestosamente le due linee incatenate l'una contro l'altra, formavano due enormi masse che andavano a rompersi nel loro grande urto. In quest'istante sgraziatamente pei Genovesi si levò improvvisamente un vento di mezzo giorno, che gonfiò le vele delle tre cocche, che stavano ancorate a qualche distanza. I Catalani tagliarono subito le gomene abbandonandosi al vento, e vennero ad urtare contemporaneamente contro tre galere d'una estremità della linea genovese e le affondarono; si serrarono in appresso contro le altre, opprimendole con una grandine di pietre e di saette.
S'accorse allora il Grimaldi, che, malgrado la coraggiosa resistenza de' suoi soldati e de' marinai, arrischiava di perdere tutta la flotta. Fece dunque sciogliere il più presto che fu possibile le galere dell'ala non ancora attaccata, e liberò undici navi, che aggiunse a quelle lasciate sulle ali, e facendo vista di voler prendere alle spalle il nemico, prese il largo. L'ammiraglio veneziano s'adombrò per tale movimento, e si tenne inattivo finchè chiaramente conoscesse le intenzioni dell'avversario. Ma ossia che Grimaldi non avesse il coraggio di venire ad un secondo attacco, o sia che i suoi soldati, trovandosi lontani dal pericolo, ricusassero nuovi rischj, sia finalmente che non gli rimanesse verun altra speranza che quella di salvare diecinove vascelli, approfittò dell'imminente notte per far forza di vele verso Genova; e le trenta galere ch'egli aveva lasciate legate assieme, vedendosi abbandonate ed attaccate da una forza doppiamente maggiore, s'arresero senza ulteriore resistenza. Tre mila cinquecento prigionieri, il fiore dei nobili e dei popolani genovesi, vennero in potere del vincitore con trenta galere: due mila genovesi erano periti combattendo, o annegati sui tre vascelli affondati[169].
I Catalani sbarcati in Sardegna dopo questa vittoria, ne raccolsero pochi frutti. Il giudice d'Arborea, ribellatosi contro di loro e rottili ad Oristagni, fece poi costar loro assai cara una vittoria che terminò di snervarli, ed all'ultimo li costrinse ad abbandonare tutte le loro fortezze, e l'isola stessa[170]. I Veneziani tornarono alla loro patria coperti di gloria e di ricchezze[171], mentre Grimaldi entrando nel porto di Genova vi portò lo spavento e la costernazione. Invano gli ambasciatori fiorentini esortavano la signoria a riprendere coraggio, offrendole tutte le risorse della repubblica per difesa del popolo genovese; questo popolo, che poc'anzi pareva signoreggiare i mari dell'Italia, della Spagna, della Grecia e della Scizia, e che risguardavasi come il più fiero popolo del mondo, si lasciò talmente invilire da questa grande sventura, e dalle civili discordie prodotte da vicendevoli rimproveri, che credette di non trovare altronde salute che nella servitù. Cercò quale fosse in Italia il più possente protettore, cui potesse ricorrere; qual fosse il principe più capace di vendicarlo di un nemico vittorioso, e si rivolse all'arcivescovo Visconti, che, di già padrone della Lombardia, dell'Emilia e di parte del Piemonte, non sembrava lontano dal soggiogare ancora la Toscana. Il popolo genovese domandò egli stesso le catene a quest'ambizioso tiranno. Il 10 ottobre del 1353 il doge Giovanni di Valente fu deposto, ed il conte Palavicino, nominato dal Visconti governatore di Genova, fu ricevuto in città con una guarnigione di settecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Il nuovo signore fece aprire strade di comunicazione colla Lombardia, mandò al popolo vittovaglie, e danaro al senato per rifare la flotta, quasi che con tal prezzo pagar potesse la libertà genovese[172].
Vero è che l'arcivescovo di Milano era stato scelto piuttosto come arbitro e pacificatore, che come padrone di Genova; onde, se osservate avesse fedelmente le imposte condizioni, la repubblica sarebbesi conservata libera sotto la sua protezione. Fu prima sua cura il ristabilimento della pace tra le fazioni nemiche[173]; poi cercò di dar fine alla guerra marittima. Incaricò d'un'ambasciata a Venezia il Petrarca, da poco tempo chiamato alla sua corte, commettendogli di dichiarare al doge Dandolo, ch'egli non prendeva parte all'odio nazionale de' nuovi suoi sudditi, che bramava di riconciliare coi Veneziani; e che, quand'anche non potesse ottenerlo, sperava per lo meno, ch'egli medesimo ed i suoi antichi stati si conserverebbero in pace colla repubblica[174]. Ma i Veneziani non meno accaniti dei Genovesi, risposero col dichiarare la guerra all'arcivescovo, ed i due popoli marittimi raddoppiarono i loro apparecchi per nuove battaglie[175].
I Genovesi scelsero per loro ammiraglio Paganino Doria; quel grand'uomo cui andavano debitori della vittoria del Bosforo, e gli affidarono trentatre galere. Dal canto loro i Veneziani ne armarono trentacinque sempre sotto la condotta di Niccolò Pisani[176]. Mentre quest'ultimo assecondava le operazioni degli Arragonesi in Sardegna, ove Pietro il ceremonioso aveva mandata una ragguardevole armata[177], Doria era entrato nell'Adriatico, ed avea predate varie navi mercantili ed alcune galere che tornavano da Candia a Venezia; avea guastate le coste d'Istria, ed il giorno 11 d'agosto occupata la città di Parenzo, che abbandonò alle fiamme[178]. I Veneziani, atterriti dall'avvicinamento de' Genovesi, mandarono ordine a Niccolò Pisani di venire a difendere la patria. Chiusero con una catena l'ingresso del loro porto, guernirono colle loro milizie l'arzere, che servono di riparo alle lagune, e si prepararono ad una vigorosa resistenza qualora fossero attaccati ne' loro focolari. Il doge Andrea Dandolo, autore della più antica storia di Venezia, che siasi conservata, sentì così vivamente la perdita di Parenzo, e l'avvicinamento de' Genovesi, che ne morì il 7 settembre del 1354. Gli fu sostituito Marin Falieri, al di cui nome è assocciata una triste celebrità[179].
Il Doria, invece d'aspettare nel golfo la flotta veneziana, fece vela verso la Grecia, ed il Pisani, avuta notizia della direzione da lui presa, si affrettò di recarsi negli stessi mari. I due ammiragli cercaronsi nell'Arcipelago senza scontrarsi, onde Pisani prese porto alla Sapienza, ossia porto Lungo presso Modone, per dar riposo ai suoi equipaggi, e riparare le navi. Frattanto divise la flotta in due parti incaricando l'una di fare la guardia, mentre l'altra veniva racconciata. Egli si collocò all'ingresso del porto con sei grandi vascelli e venti galere, che unì con catene le une alle altre. Nello stesso tempo Morosini, suo viceammiraglio, con quindici galere e venti speronare o barche armate, aveva preso terra in fondo al porto assai lontano dall'ingresso[180].
Quando Paganino Doria seppe dove trovavansi i nemici venne a presentar loro battaglia il 3 novembre del 1354, in faccia al canale di porto Lungo, ed invano con mille ingiurie i suoi equipaggi cercarono di provocare il Pisani ad accettarla. Questi colle sue galere unite rimaneva immobile, sdegnando gl'insulti de' Genovesi, ed aspettando favorevole circostanza per combattere. Finalmente Giovanni Doria, nipote dell'ammiraglio, con superbo ardimento penetrando tra la flotta veneziana e la spiaggia, entrò nel porto. Il Pisani non gli si oppose, vedendo che quest'uomo, posto tra la sua linea e quella del Morosini, più non avrebbe potuto salvarsi. Lasciò pure che passassero una dietro l'altra dodici galere comandate dal giovane Doria, le quali attaccarono impetuosamente la divisione del Morosini in fondo al porto. Le navi appoggiate alla riva potevano più facilmente difendersi; ma i Veneziani, sorpresi da così subito attacco quando credevano di trovarsi in luogo sicuro, non opposero che una debole resistenza. Molti marinai atterriti, gettaronsi in mare per salvarsi a nuoto, non pochi s'annegarono, e tutte le navi caddero in potere de' Genovesi. Il giovane Doria venne allora ad attaccare alle spalle la linea che difendeva l'ingresso del porto, già combattuta di fronte dallo Zio; spinse contro la medesima due delle navi predate, cui aveva appiccato il fuoco, onde incendiare tutta la flotta nemica, locchè cagionò tanto spavento ai Veneziani, che s'arresero senza più difendersi. Essi avevano di già perduti quattro mila uomini nel porto, o sulla costa. Il Doria tornò trionfante a Genova, seco conducendo l'ammiraglio veneziano con tutta la flotta, e cinque mila ottocento settanta prigionieri. Per tal modo fu interamente cancellata la vergogna della disfata del Grimaldi alla Loiera[181].
Una rivoluzione scoppiata in Costantinopoli in gennajo del susseguente anno 1355 fu pei Genovesi un altro motivo di giubbilo. Nelle guerre civili dell'impero d'Oriente essi si erano mantenuti costantemente attaccati al partito del giovane imperatore, Giovanni Paleologo. Questo principe, nè meno corrotto, nè meno debole che qualunque de' suoi predecessori, trovavasi in allora tenuto come in esilio a Tessalonica da Cantacuzèno, il quale di camerier maggiore e tutore ch'egli era d'un imperatore fanciullo, erasi fatto padrone. Un Genovese, Francesco Cataluzzo, principale ministro e confidente del Paleologo, si dispose a rimettere sul trono questo monarca poco degno di regnare. Egli fece rivivere il partito formato dieci anni prima da Apocauco e dall'imperatrice Anna di Savoja, introdusse segretamente il Paleologo in Costantinopoli, sorprese Cantacuzèno e lo costrinse a farsi monaco, indi riunì tutto ciò che rimaneva dell'impero greco sotto il legittimo sovrano[182]. Cataluzzo sposò la sorella del Paleologo, e ricevette in feudo dal monarca, ch'egli ripose in trono, l'isola di Lesbo, o Metelina, che passò in dominio de' suoi discendenti[183].
I Veneziani, che speravano d'impegnare Cantacuzèno a dichiararsi di nuovo a loro favore, si scoraggiarono quando ebbero notizia di questa rivoluzione. La loro disfatta a Sapienza aveva pressochè distrutta tutta la loro marina; il re d'Ungheria minacciava la Schiavonia; il re d'Arragona, loro alleato, aveva le sue forze in Sardegna, colà rendute necessarie dalla guerra che gli facevano i Doria, i Malaspina ed i Gherardesca[184]; in così difficili circostanze scoppiò in Venezia stessa la più pericolosa congiura, che pose in pericolo l'esistenza della repubblica. Il senato acconsentì allora ad entrare in negoziazioni di pace; promise di pagare duecento mila fiorini ai Genovesi per le spese della guerra, di stabilire per tre anni un banco a Caffa, e di proibire per tutto quel tempo ai mercanti veneziani di approdare alla Tana. Tutti i prigionieri vennero rilasciati da ambe le parti senza taglia; ed il trattato di pace fu firmato in sul finire di maggio, colla riserva che il re d'Arragona potesse, volendolo, esservi compreso avanti il 28 di settembre[185].
Onde affrettare la decisione di questo monarca la signoria di Genova aveva spedite quindici galere nei mari di Sardegna sotto il comando di Filippo Doria. Questo ammiraglio, essendo rimasto perdente in un tentativo sopra Loiera, passò colla sua flotta a Trapani in Sicilia. Colà formò il progetto d'un'ardita impresa sopra la Barbaria, cui lo incoraggiarono le rivoluzioni scoppiate in quel paese.