I figli del re di Tunisi si erano congiurati contro il lor padre, e l'avevano fatto morire. Dopo questo parricidio il regno fu desolato da guerre civili di una violenza proporzionata all'atrocità del delitto che le aveva eccitate[186]. La città di Tripoli, da prima subordinata ai re di Tunisi, era stata sottratta alla loro ubbidienza, ed il figlio d'un maniscalco saraceno aveva avuto il mezzo d'innalzarsi alla tirannide.
Le coste della Barbaria non erano in allora deserte come lo sono al presente; la marina de' Cristiani rendeva sicura la navigazione del mediterraneo, e gli Affricani non trascuravano il commercio e l'agricoltura per darsi alla pirateria ed al ladroneccio. Filippo Doria, dopo aver fatto preparare a Trapani scale murali e macchine da guerra, entrò nella rada di Tripoli, una delle più ricche e commercianti città di quella costa. Sotto pretesto di comperare vittovaglie, fece sbarcare alcuni marinaj, ordinando ai medesimi di osservare l'altezza delle mura, e d'informarsi del modo con cui vi si faceva la guardia. Frattanto ricusò i doni mandatigli dal signore di Tripoli, e fece spiegare le vele, come se tornasse in Italia[187].
L'ammiraglio, quando fu in alto mare, partecipò ai comandanti delle sue galere ed alla loro ciurma il proprio progetto. Promise di farli tutti ricchi se volevano comportarsi da bravi soldati, e nel cuore della notte tornò colla flotta nel porto di Tripoli. La città riposava in piena sicurezza, ed i Genovesi erano già padroni delle mura e di una porta, prima che i cittadini fossero risvegliati per dar di piglio alle armi. Per altro il signore di Tripoli, circondato da pochi suoi sudditi, si avanzò nelle strade per combattere; ma dopo breve zuffa fu costretto ad uscire di città. I Saraceni, che s'andavano tuttavia difendendo, furono uccisi, e gli altri si sottomisero tremando alla sorte che gli aspettava[188].
I Genovesi diedero dopo ciò cominciamento al saccheggio della città, ma sotto la direzione de' loro capi, e con una regolarità che rendeva agli Affricani quest'infortunio ancora più terribile. Essi portarono nel comune deposito tutte le ricchezze del principe, delle moschee, dei cittadini, ed in tal modo adunarono in denaro, in gioje, in mercanzie preziose la somma di un milione ottocento mila fiorini d'oro. Risguardarono come parte della loro preda sette mila schiavi, uomini, donne, fanciulli, che imbarcarono sulle loro galere. Mandarono in allora a Genova per informare la signoria della fatta conquista, e per chiedere i di lei ordini; ma i Genovesi, sdegnati che il loro ammiraglio avesse tradito un popolo con cui trovavansi in pace, videro altresì il pericolo che soprastava ai mercanti genovesi che trovavansi ne' dominj de' Saraceni in Alessandria, e nelle scale del Levante. Onde invece di risposta condannarono a perpetuo esilio l'ammiraglio e tutti coloro che lo avevano assecondato nella sua criminosa intrapresa[189].
Filippo Doria, vedendo che la sua repubblica non voleva prendere possesso della fatta conquista, vendette Tripoli ad un Saraceno, padrone dell'isola di Gerbi, pel prezzo di cinquanta mila doppie, e mandò un'altra deputazione a Genova per cercar di calmare la collera del suo governo. Erasi in questa città avuta notizia che i principi saraceni, nemici del signore di Tripoli, lungi dal pensare a far uso di rappresaglie, avevano veduto con piacere la sua disgrazia. Allora la signoria si raddolcì, e mutò la sentenza pronunciata contro l'ammiraglio e la flotta. In espiazione del loro delitto Filippo Doria ed i suoi compagni furono condannati a fare per tre mesi la guerra senza soldo al re d'Arragona, che non aveva voluto accettare il trattato di pace di Venezia. Dopo aver passati tre mesi sulle coste della Catalogna, l'ammiraglio con quindici galere, ancora cariche delle ricchezze e degli schiavi, fu ricevuto nel porto di Genova. L'oro fece scordare l'assassinio e la perfidia con cui era stato acquistato[190].
Abbiamo detto che la repubblica di Venezia aveva accondisceso ad una pace svantaggiosa, perchè la scoperta d'una pericolosa congiura aveva sparso il terrore in tutta la città. Quattro giorni dopo la morte del doge Andrea Dandolo, accaduta l'undici settembre 1354, i quaranta elettori avevano proclamato suo successore Marin Falieri, conte di Val di Marina, uomo di settantasei anni, che le sue grandi ricchezze e le cariche amministrate facevano risguardare tra i più riputati cittadini di Venezia[191]. Falieri aveva una bella e giovane sposa, della quale era perdutamente geloso. Eragli particolarmente sospetto Michele Steno, uno de' tre capi della quarentia, o tribunal criminale, sebbene le frequenti sue visite non avessero per oggetto la consorte del doge, ma una delle donne della sua casa. In una pubblica festa, l'ultimo giorno di carnevale, avendo Falieri notati i famigliari e poco decenti modi tenuti da questa donna con Steno, lo escluse dall'adunanza. Questo gentiluomo in un primo impeto di collera scrisse sul trono ducale posto nella vicina sala due versi ingiuriosi all'onore del doge, ed alla fedeltà della di lui sposa[192].
Era questa pel geloso Falieri la più mortale offesa: riconobbe Steno autore dello scritto, e lo denunciò agli avogadori. Egli credeva di vedere vendicata la sua ingiuria dal consiglio de' dieci con una esemplare severità, ma questa causa invece di essere portata a quel consiglio, fu dagli avogadori mandata alla quarantia medesima di cui era presidente lo stesso Steno. Il risentimento, l'agitazione d'una festa, la licenza autorizzata dalla maschera, ond'era coperto il colpevole, furono considerati come circostanze che minoravano il delitto, e Steno venne condannato soltanto ad un mese di arresto. Il doge più sdegnato di tanta indulgenza, che della prima ingiuria, estese il suo odio, ed il desiderio di vendetta a tutta la quarantia, che aveva così leggermente punito il colpevole, ed a tutta la nobiltà, che non aveva presa a petto l'offesa fattagli.
Conservavasi tuttavia nel popolo di Venezia un segreto odio contro quella nobiltà, che si era esclusivamente impadronita della sovranità, spogliando de' suoi diritti la nazione. L'insolenza di alcuni giovani patrizj accresceva l'animosità del popolo. Vedevansi abusare dell'impunità che loro dava l'amicizia di potenti personaggi per introdursi nelle case de' borghesi, sedurre le loro spose e figlie, ed in appresso maltrattare i genitori, o i mariti da loro disonorati[193]. Israele Bertuccio, plebeo, capo dell'arsenale, era stato insultato in questo modo. Portò le sue lagnanze al doge contro un gentiluomo di casa Barbaro. Falieri manifestando la sua impotente compassione, lo assicurò che non avrebbe ottenuto giustizia. «Non sono io stato insultato al pari di voi, gli disse, ed il preteso castigo del colpevole, non fu forse per me, e per la stessa corona ducale una nuova offesa?» Dopo ciò i progetti di vendetta sottentrarono alle accuse giuridiche. Israele Bertuccio fece conoscere al doge i principali malcontenti; i conciliaboli de' cospiratori adunaronsi più notti consecutive in presenza del capo della repubblica, e nel suo palazzo. Quindici plebei s'impegnarono col doge di rovesciare la repubblica.
Convennero i congiurati, che ognuno di loro si associerebbe quaranta amici, i quali terrebbe disposti ad ogni cenno per agire la notte del 15 aprile 1355. Ma per non manifestare il segreto, risolsero di limitarsi a dire ai loro associati, che volevano valersi dell'opera loro per sorprendere e punire per ordine della signoria que' giovani gentiluomini, che coi loro disordini avevano concitato l'odio popolare. Il segno per agire doveva essere il suono a stormo della campana di san Marco, che non poteva suonarsi senza ordine del doge. Per altro i congiurati non dovevano valersi che di borghesi conosciuti pel loro odio verso la nobiltà, onde fedelmente tenessero il segreto in parte loro affidato. Nell'istante in cui suonerebbe la campana, i congiurati dovevano spargere la voce che la flotta genovese trovavasi presso alla città, dovevano in pari tempo incamminarsi da tutti i quartieri verso la piazza di san Marco, occuparne gl'ingressi, ed uccidere i gentiluomini di mano in mano che giugnerebbero in sulla piazza per soccorrere la signoria[194].