Erano terminati tutti gli apparecchi, ed il segreto della congiura fedelmente mantenuto fino alla vigilia della sua esecuzione, quando certo Bernardo, bergamasco, conciatore di pelli, ch'era stato scelto da uno dei congiurati per guidare i suoi quaranta associati, seppe molte circostanze intorno a quanto doveva egli fare all'indomani, le quali sembravangli non accordarsi coi supposti ordini della signoria, cui fin allora aveva creduto di prestarsi. Onde la stessa sera si portò a casa di Niccolò Lioni, uno de' membri del consiglio de' dieci, e gli palesò la trama nella quale egli trovavasi innocentemente compreso. Siccome nè l'uno nè l'altro supponeva che ne fosse capo il doge, si recarono unitamente da lui per manifestargliela. Il Falieri non ebbe la prontezza o l'accorgimento di sopprimere tale scoperta; egli a vicenda ora non voleva ammettere come possibili le circostanze che gli venivano indicate, ora dichiaravasene preventivamente informato, soggiugnendo d'avere a tutto di già provveduto[195]. Tale inconseguenza eccitò i sospetti di Niccolò Lioni, il quale lasciò il doge per recarsi al consiglio dei dieci, portandogli la nota de' congiurati datagli da Bertrando, i quali furono tutti arrestati nelle proprie case per ordine del consiglio. Furono poste guardie in ogni angolo della città, ai campanili ed alla torre di san Marco per impedire che si suonasse a stormo; molti congiurati, posti alla tortura, rivelarono che lo stesso doge era capo della cospirazione.

Erasi provveduto alla tranquillità della città; i colpevoli trovavansi in carcere, ed il doge tenuto di vista nel suo palazzo; ma il consiglio dei dieci non era sicuro di essere dalla costituzione autorizzato a giudicare il capo dello stato. Chiamò venti de' primi gentiluomini a risolvere insieme in quest'importante occasione, ed ebbe allora origine un corpo potente e permanente, che fu chiamato la Zunta o Giunta[196]. Il doge fu tradotto innanzi al consiglio dei dieci unito alla Giunta, fu posto in confronto de' principali congiurati, che vennero un dopo l'altro mandati al supplicio; egli confessò la parte avuta nella congiura, ed il secondo giorno della procedura fu condannato a morte. Gli fu tagliata la testa il 27 aprile del 1355 sulla gran scala del palazzo ducale nello stesso luogo in cui i dogi, quando venivano inaugurati, davano il giuramento di fedeltà alla repubblica. Durante l'esecuzione le porte rimasero chiuse; ma immediatamente dopo un membro del consiglio dei dieci si affacciò alla finestra, tenendo in mano la spada ancora insanguinata, e disse al popolo: è stata fatta giustizia d'un grande delinquente; all'istante si aprirono le porte del palazzo, ed il popolo, entrato in folla, vide il capo di Martino Falieri lordo del proprio sangue[197].

Abbiamo veduto in questo capitolo e ne' precedenti quali rivoluzioni la mercatura e la guerra marittima avevano introdotte tra gl'Italiani ed i Greci. Prima di abbandonare gli affari dell'Oriente, d'uopo è parlare delle relazioni di un altro genere, cioè letterarie e religiose, che nella stessa epoca si formarono tra i due popoli.

Malgrado il loro orgoglio più non potevano i Greci considerare gli occidentali e sopra tutti gl'Italiani come popoli barbari di cui potessero disprezzare le arti, la letteratura, le ricchezze. I loro mercanti, i loro artisti, i loro soldati, e spesso i loro confidenti e ministri erano italiani, e mentre il genovese Cataluzzo era il confidente di Giovanni Paleologo, Cantacuzèno ricorda frequentemente l'amicizia che aveva stretta col grande ammiraglio Paganino Doria[198]; amicizia che non fu smentita nel calore della guerra che questo eroe genovese fu forzato di fargli colle flotte della sua patria. Lo stesso imperatore lodò la fedeltà che fino all'ultimo istante gli aveva conservata la guardia italiana, comandata da Giovanni di Peralta. Racconta, che nell'istante di perdere il trono, arringò questa guardia in lingua italiana[199], che asserisce di aver saputo benissimo parlare. Infatti Cantacuzèno è quello degli storici greci che sfigura meno i nomi occidentali[200].

Ma mentre i Greci, malgrado la fierezza loro ed il disprezzo che in ogni tempo mostrarono per le lingue straniere, studiavano le lettere latine, gl'Italiani facevano progressi grandissimi nella lingua greca; essi cominciavano a trasportare in Italia la letteratura ateniese, e s'appropriavano que' monumenti del genio e del gusto, che in tutti i secoli dovranno servire d'esemplari alla poesia ed all'eloquenza.

Giammai lo studio della lingua greca era stato affatto abbandonato in Italia. Il dominio de' Greci nella Calabria e nella Puglia si prolungò fino ai tempi in cui gl'Italiani cominciarono a conquistare paesi nella Grecia. Relazioni di governo, di alleanze, di matrimonj legarono sempre abbastanza intimamente i due popoli, mentre i Greci non avevano comunicazione col rimanente dell'Europa. Più tardi il commercio e la navigazione li posero in un quasi continuo contatto, di modo che un prodigioso numero di mercanti, di marinai, di soldati sapevano nel terzo secolo il greco, come la metà del popolo veneziano lo intende in quest'età, senza che questa conoscenza della lingua avesse la menoma influenza sull'italiana letteratura. Non pertanto tali frequenti comunicazioni avevano, fino dal dodicesimo e tredicesimo secolo, fatte intraprendere molte latine traduzioni di quelle opere che la filosofia in allora dominante faceva avidamente ricercare. Eransi, per tacere di molt'altre, tradotte le opere d'Aristotile, quelle di Galeno e quelle di alcuni padri delle chiesa[201].

Ma il greco altro ancora non era che un idioma utile, che imparavasi per un determinato scopo, quando Petrarca e Boccaccio, risvegliando verso la metà del quattordicesimo secolo, il gusto della bella letteratura e l'ammirazione per gli antichi, comunicarono alla maggior parte de' dotti il desiderio di conoscere i capi d'opera dell'antica Grecia nella loro lingua originale, ed estesero l'attività loro in questa parte de' tesori dell'antichità, che fino a tale epoca erano stati lasciati quale esclusiva proprietà de' dotti di Bizanzo.

L'ammirazione per gli antichi, lo studio delle loro scritture, della loro poesia, della loro storia, della loro religione, eransi risvegliate quasi nello stesso tempo in Grecia ed in Italia. Costantinopoli più omai non produceva oratori o poeti; ma non mancava di persone che, col loro entusiasmo pei poeti e gli oratori dell'antichità, sembravano degni di camminare sulle loro orme. La venuta in Italia di alcuni di questi uomini, e l'amicizia loro coi capi della letteratura latina, contribuirono a riunire in un solo corpo i belli avanzi dell'antichità, a spiegare gli uni per mezzo degli altri, a farli conoscere a diversi popoli, ed a fare universalmente sentire tutta la perfezione di que' capi d'opera. In tal maniera le due nazioni salvarono di comune accordo i preziosi monumenti dell'antica letteratura, quando appunto correvano pericolo di essere distrutti.