Ma, quantunque le più serie opere del Boccaccio più non interessino al presente, non dobbiamo perciò scordarci che a quest'uomo più che a tutt'altri va debitore l'Occidente del ristabilimento delle lettere greche. Vi contribuì coi progressi fatti da lui medesimo in questa lingua, col gusto che sforzossi d'inspirare agli altri per gli stessi studj, e pei pubblici stabilimenti, che fece consacrare dalla sua patria al vantaggio de' grecisti. Fu il Boccaccio che trasse in Italia Leonzio Pilato, filosofo greco, originario della Calabria, come Barlaamo, e non meno dotto di questi. Era ributtante, dice il Boccaccio, la di lui figura, deforme la fisonomia del volto, lunga la barba, i capelli, e le sue maniere grossolane e selvagge: vedevasi di continuo immerso in profonde meditazioni, ma si aveva in lui come un archivio inesauribile, in cui raccolte trovavansi tutta la storia e la favola greca[209]. L'anno 1360 Leonzio Pilato, procedente dalla Grecia, sbarcò a Venezia, di dove era intenzionato di passare in Avignone. Lo incontrò il Boccaccio, gli chiese la sua amicizia, e lo persuase a venire a soggiornare in Firenze. In appresso ottenne dal governo di questa repubblica di fondare a favore del greco filosofo una cattedra di lingua e di letteratura greca. Egli stesso, sebbene in età di 47 anni, si pose il primo tra gli scolari del nuovo professore, e sotto di lui studiò tre anni le opere di Omero. Nel 1364 Leonzio Pilato desiderò di rivedere la sua patria, abbandonò Firenze malgrado le rimostranze de' suoi scolari, e tornò in Grecia. Trovò questo paese desolato dai Turchi, ed oppresso da innumerabili calamità: si rimproverò di non aver saputo apprezzare il riposo dell'Italia, e si pose in viaggio per ritornarvi; ma la sua nave fu sorpresa da una terribile burrasca. Lo sgraziato filosofo, tenendo abbracciata un'antenna, fu colpito dal fulmine, e perì consumato dal fuoco celeste[210].
Durante la sua dimora in Firenze il professore aveva di concerto col Boccaccio tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea d'Omero, onde l'Occidente va debitore a questi due uomini della conoscenza di Omero, di cui per lo innanzi non aveva che una cattiva traduzione in versi. Altri libri greci furono, per le cure del Boccaccio, sparsi in tutta la Toscana; perciò egli scrisse con giusto orgoglio nel suo trattato della Genealogia degli dei. «Con i miei consigli ridussi Leonzio Pilato a non recarsi alla Babilonia d'Occidente, io lo condussi a Firenze, lo accolsi in mia casa, e lungo tempo gli diedi ospitalità. Io mi adoperai con zelo per farlo ammettere tra i dottori dell'università fiorentina; io gli feci assegnare uno stipendio dal pubblico erario. Io primo fra tutti gl'Italiani presi da lui private lezioni per udirlo spiegare l'Iliade; io primo ottenni in appresso che venissero pubblicamente spiegati i libri d'Omero[211].»
Non iscordiamo noi medesimi ciò che dobbiamo al Boccaccio, e mostriamoci grati all'università ed alla repubblica fiorentina di averci trasmessi i libri omerici, di aver renduta familiare a tutta l'Europa la lingua del padre de' poeti; e d'essere stato cagione per ultimo che le virtù, i monumenti dell'antichità, il patriottismo di Sparta, le arti di Atene, l'eloquenza, la poesia, la filosofia, la memoria della libertà e della grandezza de' Greci ci sieno state tramandate, e possano ancora sollevare l'anima nostra, formare i nostri talenti, e riscaldare il nostro cuore.
CAPITOLO XLII.
L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la conquista del patrimonio della chiesa. — Morte di Cola da Rienzo.
1351 = 1354.
L'Italia, in cui la greca letteratura era recentemente stata trasportata per opera del Boccaccio e della repubblica fiorentina, era di tutta l'Europa la più a portata di far rivivere l'antica Grecia. La natura medesima si compiacque di prodigare a queste due magnifiche contrade doni press'a poco eguali. In ambedue moltiplicò le situazioni pittoresche; innalzò maestose rupi ed aprì ridenti vallate, rinfrescate da belle cascate; adornò come per un giorno festivo le loro campagne della più rigogliosa vegetazione; e, mentre arricchì a vicenda l'Italia e la Grecia coi prodigi della sua possanza, compartì pure agli uomini che le abitano, somiglianti qualità; se pure può conoscersi l'originario carattere di un popolo quand'è già stato alterato da diversi governi. Le qualità comuni ai popoli dell'Italia e della Grecia, le qualità permanenti, il di cui germe si è conservato sotto tutti i governi, ed ancora si conserva, sono una vivace e brillante immaginazione, una sensibilità rapidamente eccitata e rapidamente compressa, finalmente il gusto innato per tutte le arti, ed organi proprj ad apprezzare ed a riprodurre ciò che è bello in ogni genere. Nelle feste del popolo delle campagne, si rinverrebbero in oggi uomini affatto somiglianti a quelli, che coi loro applausi incoraggiarono i talenti di Fidia, di Michelangelo, o di Raffaello. Essi ornano il loro cappello d'odorosi fiori, il loro mantello è pittorescamente acconciato come quello delle antiche statue, il loro linguaggio figurato e pieno di fuoco, i loro atti esprimono tutte le passioni, ed essi sono realmente suscettibili del più violento amore, come della più bollente collera. Veruna festa sembra loro compiuta se le facoltà morali dell'uomo non v'hanno avuta qualche parte, se la chiesa, in cui si adunano, non è ornata con isquisito gusto e pittorescamente, se l'anima loro non viene da una musica armoniosa sollevata al cielo. Lo spirito medesimo prende parte ai loro divertimenti; quando possono sottrarre ai loro bisogni parte del guadagno delle sostenute fatiche, non lo consumano in bevande spiritose, o in istravizj, ma lo portano come un tributo ai teatri, ai poeti improvvisatori, ai declamatori di storie, che ravvivano la loro immaginazione, e che nutrono il loro spirito. L'Italia nell'età presente è il solo paese ove il bifolco, il vignajuolo, il pastore, riempiano colle loro mogli e figli le sale degli spettacoli, il solo paese, in cui le persone di tale condizione possano intendere le tragedie rappresentanti gli eroi de' tempi passati, e le favole poetiche, che loro non sono del tutto sconosciute.
Nell'epoca in cui lo studio della greca letteratura fu trasportato in Italia, e quando esemplari, che s'accostano alla perfezione, furono offerti all'imitazione degli oratori, de' poeti, de' filosofi e degli artisti, la rassomiglianza era ancora più compiuta di quel che lo sia nell'età presente. Una quasi assoluta parità nel governo, ne' costumi, nelle abitudini, pareva indicare preventivamente uno de' popoli per camminare sulle tracce dell'altro. Per altro le lettere greche e le arti languirono ancora qualche tempo, poichè furono introdotte in Italia. L'imitazione de' migliori esemplari parve piuttosto intiepidire il genio che animarlo. Non avvi impulso per coloro, che non aspirano che a fare copie; la pedanteria dell'erudizione, lo studio delle lingue morte, che invano si sforzava di farle rivivere, ed il servile insegnamento delle scuole, diedero per lungo tempo una falsa direzione allo spirito nazionale.