La fine del 14.º secolo, ed il principio del 15.º non produssero che scrittori latini. Molti di loro giunsero, non v'ha dubbio, ad un alto grado d'eleganza, ma tutti avevano volontariamente rinunciato ad un sommo vantaggio, all'incoraggiamento che i soli loro compatriotti potevano dare. Quando l'intera nazione è dotata d'immaginazione e di sensibilità, prende alla sua propria letteratura un interessamento che non può prendere ad un idioma straniero; ella gli comunica il suo carattere, e concorre a perfezionarla colla sua critica, forse più che gli autori colle loro fatiche. I difetti, che vengono anche al presente attribuiti alla letteratura italiana, possono tutti spiegarsi per questo primo torto, d'avere abbandonato l'idioma nazionale nel secolo che più eminentemente doveva unire il gusto al genio. Questo secolo, che venne dopo Dante e Petrarca, fu perduto per le lettere; la pedanteria lo spogliò d'ogni vigore, e tutti i suoi monumenti rimasero sepolti in una lingua straniera. Soltanto più di cent'anni dopo la morte del Petrarca si pubblicarono finalmente in lingua italiana due poemi, risguardati anche adesso come classici[212]; ma l'uno e l'altro sono semibuffi; perciocchè credevasi che la lingua, in cui furono dettati, fosse indegna di serio e grave argomento. Quando ancora più tardi questa lingua fu di nuovo adoperata da poeti di sommo ingegno, la nazione che doveva incoraggiarli, aveva perduta la sua fierezza, il suo valore, e soprattutto que' profondi sentimenti, che fanno, siccome coll'immaginazione, armonizzare la poesia anche coll'anima; che fanno concepire un ardito sagrifizio di sè stesso, che comunicano l'entusiasmo, e che conservano una tinta malinconica ai più animati quadri.
Le arti non furono inceppate ne' loro progressi, come lo furono le lettere, dallo spirito d'imitazione. Non si trovarono antiche pitture, e queste ancora in iscarso numero, che quando la moderna pittura era omai giunta alla più alta sua elevazione. I progressi dell'arte furono lenti, ma regolari, i pittori andarono scoprendo gradatamente e colle proprie loro forze le regole pittoriche ed i mezzi dell'esecuzione. Il genio nulla perde del suo nobile entusiasmo quando non si assoggetta alle leggi che dopo averle egli stesso dettate; così il primitivo fuoco della creazione risplende sempre nelle più castigate opere della scuola italiana. Vero è che la scultura va molto più debitrice all'antico, sia che il genio abbia minor parte in quest'arte, o che questo genio mai non abbia animati i moderni. Le antiche statue sono per noi il tipo della perfezione, ed una perfetta copia sarebbe agli occhi nostri un grandissimo capo d'opera. Non pertanto ancora nella scultura gl'Italiani crearono prima di copiare, ed è appunto perchè inventarono essi medesimi l'arte che praticarono nel 13.º e 14.º secolo, che nel 15.º furono a portata d'imitare i più grandi modelli[213].
Ma se questo spirito d'imitazione, sconosciuto ai Greci, formava un'estrema differenza fra loro e gl'Italiani, che pretendevano imitarli, dall'altro canto la rassomiglianza era diventata più esatta che giammai in una cosa non suscettibile d'imitazione, nella politica situazione de' due paesi. L'Italia era per ogni rispetto ciò che fu la Grecia; Atene riviveva in Firenze, Sparta in Venezia, Lucca ed il suo Castruccio ricordavano, sebbene con minori virtù, Tebe ed il suo Epaminonda, Pisa e Siena potevano paragonarsi a Megara ed a Corinto, Genova a Siracusa, mentre la fertile Lombardia, come in altri tempi le doviziose colonie dell'Asia minore, non aveva saputo conservare la libertà. I tiranni italiani rassomigliavano pure ai tiranni de' Greci. Nè i talenti, e nè meno le virtù d'un signore, potevano rendere legittimo un usurpato potere; rimanevano sempre al popolo odiosi, ed in preda ai loro sospetti: frequenti rivoluzioni li precipitavano dal trono, sul quale non potevano rassodarsi che coi delitti, mentre coloro che gl'Italiani chiamavano signori naturali, i re di Napoli, come altra volta quelli di Macedonia, l'imperatore, siccome il gran re di Persia, erano rispettati di generazione in generazione, e potevano dormire sul trono, senza che i sudditi loro tentassero di rovesciarli.
Tra le razze de' tiranni, ch'eransi innalzati sopra la ruina dei diritti dei popoli, quella de' Visconti richiamava più d'ogni altra gli sguardi su l'Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta intera questa contrada, ed i talenti che successivamente segnalarono molti capi di tale famiglia, mentre altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano a Verona, a Padova, a Mantova ed a Ferrara, le immense sue ricchezze, ed il potere che aveva di già acquistato, sembravano assicurarle il buon successo de' suoi progetti d'ingrandimento. Ella sapeva approfittare di tutte le rivoluzioni d'Italia per dilatare vie più ogni giorno il suo dominio. Ora riduceva i vicini stati a sottomettersi senza riserva, ora soltanto offriva loro la sua alleanza; ma la protezione, che accordava ai suoi alleati, li riduceva in servitù. Ella continuava a proteggere con tutte le sue forze il partito ghibellino, cui gloriavasi di mantenersi fedele; ma ciò praticava soltanto in quegli stati, ove, coll'ajuto di questo nome ancora potente, sperava di eccitare sediziosi movimenti. Non prendeva essa consiglio da questo spirito di parte nell'interna sua politica, ma cercava di tenerlo vivo soltanto presso i suoi rivali. Secondo che le tornava meglio cercava indifferentemente l'amicizia o dei papi o degl'imperatori; gli adulava ambidue, e non mantenevasi fedele ad alcuno, perchè la corruzione e la perfidia erano più utili alla sua ambizione di quel che avrebbero potuto esserlo la buona fede e la lealtà. Nelle città di suo dominio permetteva che si andassero spegnendo quelle fazioni, col favore delle quali le aveva spesso ridotte in servitù; ed i Lombardi, corrotti dalla fertilità delle loro campagne, scordavano volentieri nel lusso e nella mollezza, non solo gli antichi odj, ma la patria e la libertà, per le quali due secoli prima avevano fatte così grandi cose. Fra le tante città subordinate ai Visconti, la sola città d'Asti osava ognora lagnarsi delle violate capitolazioni, ed agitavasi ancora per le antiche contese degl'Isnardi e de' Gottuari[214].
Gli stati dell'arcivescovo Giovanni Visconti erano confinati a ponente da quelli di Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, da quelli di Amedeo VI di Savoja, detto il conte verde, e dai vassalli di questi, Giacomo, principe d'Acaja e conte del Piemonte, e Tommaso marchese di Saluzzo[215]. Tutte le città del Piemonte, in addietro libere, dipendevano da qualcuno di questi signori. Quelli della casa di Savoja erano allora minori, ed, in forza di un compromesso col marchese di Monferrato, avevano scelto l'arcivescovo di Milano per arbitro delle loro contese, il quale finchè visse mantenne la pace su questi confini.
Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti da quello della chiesa quattro signori: i Gonzaga avevano Mantova e Reggio, i marchesi d'Este Ferrara e Modena, i della Scala Verona e Vicenza, e Padova i Carrara. La potenza delle case d'Este e della Scala era più antica che quella de' Visconti, e tutti questi signori avevano titoli uguali; pure la potenza di queste famiglie era meno stabile assai di quella de' Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie giovani di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere desse loro il diritto di soddisfare le più vergognose passioni. Per godere a vicenda di tale prerogativa, e non già spinti da più nobile passione, i minori di ogni famiglia cercavano sempre di balzare dal trono i loro maggiori, i nipoti gli zii, i bastardi i fratelli legittimi. Nello spazio di pochi anni si videro queste quattro case scosse ed indebolite da tali congiure.
La guerra civile, che scoppiò nella casa d'Este, non mancava per altro di plausibile motivo. Il marchese Obizzo aveva, morendo, legittimato in marzo del 1352 i figli avuti da un'amante, ed aveva lasciato al maggiore, Aldobrandino, la successione alla sua sovranità. Suo nipote, Francesco, riclamò contro un atto che lo spogliava de' suoi diritti, e quando vide un bastardo in possesso dell'eredità della sua casa, ritirossi alla corte dei Visconti; e là ora coi maneggi, ora colle armi, cercò di ricuperare i diritti ch'egli credeva legittimi[216].