Finalmente il papa cedette alle istanze dell'amica e de' cortigiani, ed il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei cardinali, che in considerazione della sommissione dell'arcivescovo di Milano, e della sua santa ubbidienza, annullava tutti i processi incominciati contro di lui, e rivocava le scomuniche e gl'interdetti fulminati contro il medesimo. Gli ambasciatori del signore di Milano presentarono a Clemente VI le chiavi di Bologna, quasi in atto di rendergli quella città, ma il papa gliele restituì. Nello stesso tempo fece cessione per dodici anni della sovranità di Bologna al Visconti come di un feudo della chiesa, contro il pagamento annuo di dodici mila fiorini[225]. Cento mila fiorini furono pagati dal signore di Milano alla camera apostolica per le spese della precedente guerra in Romagna. Più di duecento mila fiorini erano stati erogati nel sedurre i più importanti personaggi della corte di Avignone, e per ottenere un così vantaggioso trattato[226].

Intanto le repubbliche toscane, costrette di rinunciare ai soccorsi del loro naturale alleato, eransi rivolte all'erede di una famiglia, contro i di cui antenati avevano guerreggiato, al nipote d'Enrico VII, al figlio di Giovanni di Boemia, Carlo IV, che in allora era re de' Romani. Gli rappresentarono, che quell'avanzo di potere che gl'imperatori conservavano ancora in Italia verrebbe in breve usurpato dai Visconti, se il monarca non poneva finalmente freno alla smisurata loro ambizione; si offrivano d'assecondarlo con tutte le loro forze onde abbassare l'alterigia del signore di Milano, di levare perciò un'armata, e di pagare a Carlo i sussidj quando scenderebbe in Italia a prendere le due corone de' Lombardi e dell'Impero Romano[227]. Venne a Firenze un cancelliere di Carlo IV per continuare questo trattato. Il sussidio da pagarsi all'imperatore venne portato a dugento mila fiorini, doveva comandare un'armata di sei mila cavalli, di cui soltanto un terzo sarebbe da lui pagato, ed i magistrati delle repubbliche dovevano prendere il titolo di vicarj imperiali. Il trattato si pubblicò in Firenze in maggio del 1352, ma Carlo IV non potendo ancora allontanarsi dal suo regno di Boemia, rifiutò di ratificarlo[228].

Nella campagna del 1352 l'arcivescovo di Milano non aveva tentato d'invadere la Toscana con un'armata considerabile; ma aveva distribuite le sue forze sopra diversi punti, e soccorsi tutti i nemici delle repubbliche. Egli eccitò contro Perugia e Siena il conte d'Urbino, della famiglia di Montefeltro, il signore di Cortona ed il prefetto di Vico, che governava diverse città dello stato della Chiesa. Negli Appennini il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, era tuttavia, sebbene in età di novant'anni, il più attivo nemico dei Guelfi, egli sorprendeva e guastava con inaspettate incursioni ora le campagne di Mugello, ora quelle d'Arezzo. Aveva occupato Borgo san Sepolcro, importante fortezza de' Perugini, e poco dopo Anghiari ed altri due castelli[229]. Finalmente Francesco Castracani intraprendeva nella Garfagnana l'assedio di Barga con forze considerabili, somministrategli dall'arcivescovo. Ma la lega guelfa uscì gloriosamente da questa lotta: riacquistò dopo lungo assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona posto ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai Ghibellini[230]; forzò il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo averlo disfatto nella Garfagnana[231]; e Pietro Saccone, rotto presso Bibiena, andò debitore della sua salvezza alla bontà del cavallo[232].

La guerra non sostenevasi da ambe le parti con forze proporzionate alla potenza dell'arcivescovo di Milano e de' Fiorentini. Non pertanto i due partiti desideravano egualmente la pace. Temeva il Visconti gli effetti delle negoziazioni cominciate dai Guelfi con Carlo IV; temeva inoltre di cambiamento nelle disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era morto il 5 dicembre del 1352, dopo avere vissuto non come conviensi ad un capo della chiesa, ma come un sovrano voluttuoso e magnifico, circondato da dame e da cavalieri, nel fasto e ne' piaceri[233]. Il vescovo di Clermont, cardinale d'Ostia, datogli per successore il 28 dicembre, sotto nome d'Innocenzo VI, poteva essere intenzionato di rompere un trattato estorto al suo predecessore dalla venalità de' cortigiani. L'arcivescovo di Milano credette opportuno di fare la pace coi Guelfi per non aver nulla a temere dal canto della chiesa. Propose alle repubbliche toscane d'aprire un congresso a Sarzana; gli ambasciatori vi si recarono da ambedue le parti, e cominciarono le loro conferenze il primo gennajo del 1353[234]. Fu accettata la mediazione dei Gambacorti e della repubblica di Pisa, ch'eransi conservati neutrali tra l'arcivescovo ed i Fiorentini; e colla loro mediazione fu conchiuso un trattato di pace tra il Visconti e le repubbliche di Firenze, Perugia, Siena, Arezzo e Pistoja. Pochi castelli presi da una parte e dall'altra furono restituiti, e la repubblica di Pisa si chiamò garante dell'esecuzione del trattato[235].

Ma la pace di Sarzana non procurò ai Fiorentini che pochi mesi di tranquillità. Bentosto un'armata più formidabile che non era quella dell'arcivescovo, saccheggiò la Marca d'Ancona e la Romagna, ed una più disastrosa guerra minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo provenzale, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, frate Monreale d'Albano, che gl'Italiani chiamarono fra Moriale[236], erasi distinto servendo il re d'Ungheria nelle guerre del regno di Napoli. In queste sventurate province, abbandonate a tutte le vessazioni de' soldati, aveva il cavaliere imparato a dare una tal quale regolarità all'assassinio ed a mantenere una certa disciplina tra i suoi soldati, ai quali erano permessi tutti i delitti. Con quest'associazione della regola alla licenza, aveva adunata una compagnia di ventura, colla quale era rimasto nel regno di Napoli dopo la partenza di Luigi d'Ungheria. La regina Giovanna per liberarsene, aveva preso al suo soldo Malatesta, signore di Rimini, con una forte armata; questi nel 1352 aveva assediato in Aversa Moriale, e forzatolo a capitolare ed a uscire dal regno, restituendo tutta la preda che aveva ammassata[237]. Moriale, col piccolo numero de' soldati rimasti fedeli, erasi posto al soldo del prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, e d'alcune altre città del patrimonio di san Pietro; ma egli covava ancora in così basso stato più vasti progetti. Aveva scritto a tutti i contestabili, che avevano soldati da loro dipendenti in Italia, offrendo loro paga e servigio come a truppe regolari, e significando loro inoltre, che goderebbero sotto i di lui ordini di tutta la licenza permessa ai soldati delle compagnie avventuriere. Con tali promesse raccolse sotto le sue bandiere mille cinquecento cavalli e due mila fanti, ch'egli condusse subito nel territorio del signore di Rimini, di cui voleva vendicarsi. Entrato in questo piccolo stato nel novembre del 1353, aveva, prima che terminasse l'inverno, di già presi quarantaquattro castelli[238].

Mentre Moriale metteva la Romagna a fuoco e sangue, dava alla sua compagnia una forma regolare. Aveva nominati un tesoriere, consiglieri e segretarj, coi quali deliberava intorno ai comuni interessi. Alcuni giudici mantenevano la pace nel campo, e facevano osservare tra i soldati la più rigorosa giustizia, mentre loro permettevano ogni sorta di delitti a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. La preda si divideva in un modo regolare tra gli ufficiali ed i soldati; era poi venduta a certi mercanti, che seguivano l'armata per fare acquisto degli effetti rubati, e Moriale voleva che si rispettassero le persone e le proprietà di questa classe d'uomini. Con tale disciplina faceva regnare l'abbondanza nel campo, e le persone addette alla milizia d'altro non parlavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano sotto le sue bandiere. Coloro che trovavansi al servigio dei principi o delle repubbliche aspettavano con impazienza il termine del loro servigio per abbandonarli e recarsi al campo di Moriale; e molti ancora commettevano qualche volontario fallo per farsi congedare prima che spirasse il tempo del loro servizio[239].

Il Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a chiedere soccorso alle tre comuni guelfe di Toscana. Rappresentò loro che questi assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, abbandonerebbero tra poco il suo principato omai esausto per attaccare la Toscana, ove speravano di trovare maggiori ricchezze, che, ove non si punissero sollecitamente, l'esempio loro sedurrebbe tutti i soldati d'Italia, e farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società medesima. Malgrado così potenti motivi Perugia e Siena rifiutarono di provocare un nemico che non le aveva attaccate. Firenze accordò qualche soccorso a Malatesta, ma così sproporzionato al bisogno, che fu da lui rinviato, ed egli cominciò a trattare d'accordo colla compagnia. Le promise quaranta mila fiorini perchè uscissero dalle sue terre, e le diede per ostaggio uno de' suoi figli[240]. Egli non potè pagare così grossa somma che licenziando tutte le sue truppe, le quali passarono al servigio di Moriale. Nello stesso tempo (1354) molti de' principali baroni di Germania entrarono nella grande compagnia, che diventò più formidabile di quel che lo fosse mai stata[241].

Le repubbliche toscane, che non avevano approfittato delle più favorevoli circostanze per attaccare la gran compagnia, eransi per altro collegate per la comune difesa, ed avevano convenuto di montare tre mila cavalli, ed il contingente de' Fiorentini era di già arrivato a Perugia. Ma Moriale ottenne facilmente lo scioglimento di tale lega. Egli cercò l'amicizia de' Perugini, dichiarando che rispetterebbe scrupolosamente la neutralità loro; chiese di potere attraversare il loro territorio senza fermarsi e pagando a danaro contante tutto quanto gli abbisognasse. Lusingati di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza spesa, i Pistojesi vilmente abbandonarono i loro alleati, e fecero separata pace con Moriale[242]. Allora la compagnia entrò per Asciano e Montepulciano sul territorio di Siena; onde i Sienesi, atterriti nel vedersi abbandonati dai loro vicini, trattarono ancor essi con Moriale, e gli contarono sedici mila fiorini, affinchè continuasse la marcia senza fermarsi nel loro territorio[243].