I Fiorentini avevano a quest'epoca deboli e mal esperti priori, che non seppero porre la repubblica in istato di difendersi. Andato a vuoto il tentativo fatto coi Pisani per rispingere d'accordo il nemico, non riuscirono a mettere un'armata in campagna. Nel mese di luglio del 1354 la compagnia guastò per otto giorni continui la Val d'Elsa e le vicinanze di Staggia e di san Casciano senza trovare resistenza: essa era in allora composta di sette mila cavalli, due mila de' quali erano, a dir vero, forzati di servire a piedi sotto l'armatura de' corazzieri per avere perduti i cavalli, di mille cinquecento uomini di fanteria scelta, che allora chiamavansi masnadieri, e di una truppa di servi, di vivandieri, di gente di perduti costumi, che valutavansi circa venti mila. Moriale sapeva impiegare vantaggiosamente questa gente, che seguiva il suo campo, per saccheggiare le campagne, e procacciare vittovaglie ai soldati[244]. I Fiorentini risolvettero all'ultimo di pagare venticinque mila fiorini al tesoro della compagnia, ed i Pisani sedici mila[245], oltre i considerabili regali fatti ai diversi suoi capi; e Moriale promise alle due repubbliche, che per due anni non entrerebbe più nel loro territorio. Raccolse in seguito il rimanente delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, indi condusse la sua truppa in Lombardia, ove ad istigazione de' Veneziani erasi formata una lega contro l'arcivescovo di Milano. Moriale si pose colla sua truppa al soldo della lega, che gli promise cento cinquanta mila fiorini per quattro mesi di servizio[246].
Dopo avere assicurata con questo trattato la sussistenza della grande compagnia per tutto l'inverno, il cavaliere di Moriale ne affidò il comando ad un tedesco, chiamato dagl'Italiani il conte Lando. Egli con poco seguito si recò a Perugia e poscia a Roma sotto colore di regolare i suoi domestici affari, ma in fatto per formare corrispondenze nel mezzogiorno d'Italia, ove pensava di ricondurre in primavera la formidabile sua truppa. I Perugini, spaventati ancora della sua potenza, lo accolsero rispettosamente, e gli diedero nelle loro terre il diritto di cittadinanza: Moriale passò in seguito a Roma. Egli credeva di avere diritto alla protezione del governo di questa città, perchè i suoi due fratelli, che aveva lasciati a Perugia, avevano di fresco dato a Cola da Rienzo il danaro che questo celebre uomo aveva impiegato nella leva di alcuni soldati, coi quali era rientrato trionfante in Roma.
Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si risguardò di nuovo quale rappresentante dell'antica repubblica romana, quale protettore dell'universo, quale vendicatore dei delitti commessi in qualunque parte d'Italia. Fece dunque imprigionare il cavaliere di Moriale e lo fece tradurre innanzi al suo tribunale; lo accusò d'avere attaccate, senz'esserne provocato, le città della Marca e della Romagna, di avere portato il ferro ed il fuoco nelle campagne di Firenze, di Siena e d'Arezzo, di avere comandata una truppa di assassini, colpevoli di ladronecci e di omicidj: e perchè il Moriale non opponeva a fatti così notorj, che il preteso diritto della guerra, il tribuno dichiarò che il titolo di generale punto non iscemava i delitti che punivansi nelle persone degli altri malfattori; condannò Moriale alla pena di morte, e gli fece tagliare il capo in Roma il 29 agosto del 1354 nella piazza delle esecuzioni[247].
Cola da Rienzo, che in dicembre del 1347 era fuggito dal Campidoglio, ed un mese dopo da castel sant'Angelo travestito, Cola da Rienzo, ch'era stato condannato come eretico e come ribelle, che aveva languito ora nelle prigioni dell'imperatore a Praga, ora in quelle del papa in Avignone, per uno strano cambiamento di fortuna, trovavasi di nuovo rivestito d'una sovrana autorità nella città medesima da cui era stato scacciato.
Il primo asilo di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era stata la corte del re Lodovico d'Ungheria. Ma quando questo principe abbandonò improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi senza difesa, era passato in Germania per implorare la protezione di Carlo IV[248], sperando di poter comunicare al re de' Romani il proprio entusiasmo per Roma, e di rendere questo monarca degno dei titoli ch'egli portava. Nello stesso senso il Petrarca aveva più volte scritto allo stesso Carlo per ricordargli i doveri degl'imperatori[249]. Ma il discendente della casa di Lussemburgo, che non aveva ereditata la generosità, la lealtà, o altra delle virtù cavalleresche di Enrico VII, o di Giovanni di Boemia, diede vergognosamente Cola in mano del papa nel 1352, ed il tribuno giunse in Avignone in mezzo a due arceri[250]. La morte di Clemente VI, il rispetto che ispiravano l'eloquenza ed i suoi distinti talenti, e senza dubbio le raccomandazioni del Petrarca, che scriveva al popolo romano per interessarlo a favore del suo magistrato, salvarono Cola dal supplicio di cui era minacciato[251]. Alcun tempo dopo, Innocenzo VI, avendo risolto di liberare tutte le città de' suoi stati dai tiranni che le governavano, e di ridurle sotto l'immediata autorità della chiesa, mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, incaricato di tale missione, affinchè questo prelato si giovasse dei suoi talenti, della sua eloquenza, e dell'opinione che ancora aveva in Roma[252].
Egidio Albornoz si diceva disceso dalle reali case di Leone e di Arragona; era stato nominato assai giovane arcivescovo di Toledo, lo che non gli aveva impedito di fare la guerra ai Mori, e di rendersi glorioso contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tariffa, aveva di propria mano armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 1343 aveva diretto l'assedio d'Algesiras. Quando morì Alfonso XI Albornoz venne alla corte d'Avignone, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalizio. Innocenzo VI l'anno 1353 dovendo nominare un generale nel sacro collegio, giudicò il cardinale spagnuolo più capace di ogni altro a riconquistare gli stati della chiesa[253].
Albornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe e di danaro, ma con promesse di larghi sussidj. Sebbene la di lui venuta eccitasse la diffidenza dell'arcivescovo Visconti, questi lo accolse onorevolmente[254]. Il cardinale prese in appresso la via di Firenze, ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla repubblica il piccolo sussidio di cento cinquanta cavalli. Fin qui le truppe d'Albornoz trovaronsi sproporzionate affatto a' suoi vasti progetti; ma egli fidava assai meno nell'armata, che nelle disposizioni de' popoli; imperciocchè la sua missione tornava utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di rendere alle città la libertà, e quel governo repubblicano, di cui avevano goduto lungo tempo sotto la protezione della chiesa, e veniva per fare la guerra a piccoli tiranni, non meno nemici del popolo che del papa, a tiranni la di cui autorità era odiosa, ed alle di cui passioni venivano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI aveva prima di morire pubblicata una bolla di scomunica contro tutti gli usurpatori, e nominatamente contro Giovanni di Vico tiranno di Viterbo e d'Orvieto, Francesco degli Ordelaffi tiranno di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de' Manfredi tiranni di Faenza[255].
I Romani furono i primi a riconciliarsi colla chiesa per l'intromissione d'Albornoz; ma piuttosto fecero alleanza, con un atto di sommissione alla sua autorità[256]. Dopo la fuga di Cola da Rienzo avevano sofferte le più disastrose rivoluzioni; i nobili, tornati in Roma, avevano ricominciate le loro soverchierie, onde il popolo, sotto la condotta di Giovanni Ceroni, demagogo, che fu installato in Campidoglio col titolo di rettore, gli aveva di nuovo cacciati di città[257]; poi gli aveva richiamati per difendere Roma contro il prefetto di Vico. I nobili, che mai non sapevano approfittare delle lezioni dell'esperienza, avevano ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo invano chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere l'ordine, abdicò la sua dignità, e si allontanò da una città intollerante d'ogni governo[258].
Quando Innocenzo VI successe a Clemente, egli, di concerto col popolo, incaricò due senatori, Bertoldo Orsini e Stefano Colonna dell'amministrazione di Roma; ma poche settimane dopo la loro installazione, avendo la carenza delle vittovaglie eccitate le lagnanze del popolo, venne assediato il Campidoglio, lapidato l'Orsini, e il Colonna non si sottrasse alla morte che fuggendo travestito da una finestra[259].