In seguito si riaccese una furiosa guerra tra i diversi partiti della nobiltà, che si protrasse fino all'agosto del 1353. A quest'epoca, stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro signori, nominarono di nuovo un capo plebeo, Francesco Baroncelli, scrivano o notajo del senato. In sull'esempio di Cola da Rienzo, questi prese il titolo di tribuno, mandò al supplicio i nobili più sediziosi, e costrinse gli altri alla quiete[260]. Il Baroncelli governava Roma, quando il cardinale Albornoz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello stato della chiesa. Fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col legato a nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Aquapendente e Bolzena, aprirono le porte ai rappresentanti del romano pontefice; ma Giovanni di Vico, che portava il titolo di prefetto di Roma, pose in istato di difesa le sette città[261] di cui erasi fatto padrone, e si apparecchiò a sostenere la guerra[262].

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani, non le ultime stravaganze, ma i bei tempi del suo governo, e le speranze che aveva loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla ad incontrarlo a Montefiascone. «Torna a Roma, gli dicevano, torna nella tua città; a te s'aspetta il liberarla dai suoi mali; fattene signore, e noi ti sosterremo con tutte le nostre forze; non dubitare, tu non fosti desiderato mai, nè fosti amato mai tanto come in questo giorno[263].» Ma Cola più non era indipendente; tutti i suoi atti erano subordinati alla politica del cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signoria di Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso, che ad approfittare dell'influenza che quest'uomo aveva sui Romani, onde renderlo utile ad altri disegni. Lungi dal prestare a Rienzo pochi corazzieri per condurlo al Campidoglio, chiese ai deputati, che si erano a lui presentati, d'armare il popolo romano contro il prefetto di Vico, se desideravano che in appresso Cola ristabilisse in Roma il buono stato.

Mentre ciò accadeva, il prefetto, che aveva dovuto avvedersi dell'odio che gli portavano grandissimo i cittadini di Viterbo e di Orvieto, volle dare ai più arditi opportunità di manifestare i loro sentimenti, onde potere castigarli. Dopo avere nascostamente accresciuto il numero de' suoi sgherri, li distribuì in tutti i luoghi afforzati delle due città, con ordine di tenersi pronti ad agire. In appresso fece da alcuni suoi fidati gridare alle armi, viva il popolo! Tutti coloro che sopportavano impazientemente la tirannide s'affollarono a tali voci nelle strade. Giovanni di Vico a Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che non aspettavano che questo segno, uscirono dai loro nascondigli coi soldati, e piombando a dosso ai sediziosi, ne fecero una generale carnificina[264].

Con tale esecuzione, credeva il prefetto di avere rassicurata la sua sovranità, ed invece accrebbe i pericoli della sua situazione, perchè il popolo sdegnato rifiutava omai di difenderlo contro il legato. In marzo del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio assediò contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con mille trecento cavalli e dieci mila fanti. I Romani andavano ingrossando il campo d'Albornoz, ed altri rinforzi gli giugnevano da altre bande. Giovanni di Vico non osò esporsi al risentimento del popolo, che poteva adesso manifestarsi senza pericolo. S'arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto la protezione della chiesa. Per altro Albornoz, in considerazione della pronta sommissione del prefetto, gli lasciò il governo di Corneto, Cività Vecchia e Respampano[265]. In giugno rivolse poi le sue armi contro Giovanni de' Gabrielli, tiranno di Agobbio, e lo costrinse egualmente a rimettere in libertà la sua patria[266].

La sommissione del prefetto toglieva ad Albornoz ogni pretesto di ritenere più oltre presso di sè Cola da Rienzo. Gli accordò quindi la dignità di senatore di Roma, in conformità degli ordini che aveva ricevuti dal papa[267], e lo lasciò partire alla volta di quella capitale senza soldati e senza danaro. Cola si era fatti troppi nemici tra la nobiltà per potere attraversare la campagna di Roma ed il patrimonio senza avere alcune compagnie di corazzieri che lo accompagnassero. In questo tempo i due fratelli del Moriale, arricchiti dai di lui assassinj, trovavansi a Perugia. Cola andò a trovarli, espose loro i suoi progetti per la prosperità dell'Italia, gli esortò ad associarsi alla sua gloria, ed al potere che stava per ricuperare; e con quella persuasiva eloquenza, che nessun altro possedeva in così alto grado, gli ridusse in fine a sovvenirgli una ragguardevole somma pel ristabilimento del buono stato. Quando Cola, dopo poche settimane, fece arrestare il cavaliere di Moriale, che meno facile dei suoi fratelli ad essere sedotto dalle illusioni, veniva a Roma per tenere gli occhi addosso al tribuno, e forzarlo a mantenere le promesse, l'ingratitudine di Cola, che condannava questo temuto avventuriere al supplicio, fu assai più notata che la giustizia della sua sentenza[268].

Al suo arrivo a Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con entusiasmo, perchè il suo esilio aveva cancellata la memoria della sua vanità. L'autorità, che gli confidava il popolo, veniva resa più forte dalle decorazioni di cui lo aveva rivestito il papa. Non solo Innocenzo VI l'aveva nominato senatore, ma riconosciuto inoltre nobile e cavaliere, e ratificata in tal modo la bizzarra cerimonia della conca di san Silvestro, in virtù della quale aveva Cola preso il titolo di cavaliere di santo Spirito[269]. Ma il senatore tribuno invece di correggersi de' suoi difetti aveva nell'esilio perduto quell'entusiasmo per le virtù e per la patria, che compensava i suoi difetti. Più difficile erasi fatta la sua situazione per dover conciliare la volontà del pontefice con quella del popolo. Il supplicio di Moriale, e quello di Pandolfo Pandolfucci, cittadino romano universalmente stimato, gli furono imputati quali atti d'iniquità; e la guerra che doveva sostenere contro i Colonna raddoppiava il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane, rimasto capo di questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo averla in vano assediata, era stato obbligato a ricondurre i suoi soldati a Roma senza aver danaro per pagarli[270]. Cercò in tale penosa situazione di levare una nuova imposta, ma il popolo non la sostenne lungo tempo.

L'otto ottobre scoppiò contemporaneamente una sedizione ne' due quartieri di Roma, a Rizza ed in piazza Colonna. Alcuni forsennati adunaronsi al grido di viva il popolo, muoja il traditore Cola da Rienzo! S'avvicinarono al Campidoglio, ed il tribuno si trovò abbandonato dalle sue guardie, da' suoi ministri e dai servitori, tranne tre sole persone. Non pertanto aveva fatte chiudere le porte del palazzo; il popolo v'appicò il fuoco, che, avendo investita la scala, chiuse il passaggio agli assalitori. Cola vestì la sua armatura di cavaliere, e preso in mano lo stendardo del popolo si presentò alla finestra d'una sala superiore, e fece segno di voler parlare. Tale era il prodigioso impero della sua eloquenza, che, se gli fosse stato concesso di parlare, avrebbe senza dubbio calmata la moltitudine. Ma il popolo ricusava ostinatamente di ascoltarlo, e scagliava pietre contro di lui per forzarlo a ritirarsi dalla finestra; onde dopo aver fatti inutili sforzi pel calmare que' forsennati, essendo stato ferito in un braccio, ritirossi entro il palazzo[271].

Non perciò perdette ogni speranza di ridurre il popolo alla quiete quando potesse parlare. Si fece calare a basso in alcuni lenzuoli legati alle finestre, onde giugnere sul terrazzo della cancelleria, che trovavasi allo scoperto, ma dove più difficilmente poteva essere offeso. Di là tentò nuovamente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu vano. Allora fu veduto pendere indeciso tra una morte gloriosa combattendo e tra la speranza della fuga; spogliarsi dell'armatura, poi rivestirla per levarsela di nuovo[272]. Finalmente si applicò a quest'ultimo partito. Il palazzo era già preso dalla plebaglia, la quale saccheggiava le sale che l'incendio separava dal luogo in cui trovavasi Cola. Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portiere, si pose in sul capo alcune coltri da letto, e come persona che tornasse allora dal saccheggio, attraversando arditamente il fuoco, indicava agli aggressori in lingua romanesca[273] il luogo di dove veniva colla preda, e gl'incoraggiava ad avanzarsi ancor essi. Passò in tal guisa senz'essere conosciuto le due prime porte e la prima scala; e se avesse potuto egualmente superare la seconda, era salvo; ma un Romano lo trattenne avanti all'ultima porta, e presolo pel braccio, gli disse: ove vai tu?

Cola fermato non cercò più di nascondersi. Gettò le coperte che aveva sul capo, e dichiarò di essere il tribuno. Fu allora condotto fino in fondo alla seconda scala del Campidoglio, avanti al Leone di porfido egizio. Colà egli medesimo costumava di far leggere le sentenze di condanna. Tra i forsennati che lo circondavano, niuno osava toccarlo, un profondo silenzio era succeduto alle furibonde grida, ed egli colle braccia incrocicchiate sul petto aspettava la decisione della sua sorte. Bentosto alzò gli occhi, e girando lo sguardo sulla moltitudine disponevasi ad approfittare del silenzio del popolo per arringarlo, quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli stava al fianco, temendo gli effetti della sua eloquenza, gl'immerse il suo stocco nel ventre. Allora tutti coloro che gli erano vicini s'affrettarono a percuoterlo, ed il suo capo fu separato dal corpo, che coperto di ferite venne strascinato per la città, ed appeso presso san Marcello all'uncino d'un macellajo[274].

Così morì un uomo, che due volte rialzò la gloria del nome romano, e due volte fu sagrificato dal popolo, cui aveva consacrata la propria esistenza.