CAPITOLO XLIII.
Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove, ed a Pisa quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia della Sicilia e di Napoli. — Conquista di Albornoz; discordia tra i Visconti.
1354 = 1355.
L'arcivescovo di Milano aveva condisceso alla pace colle repubbliche toscane, per aver tempo di prepararsi contro gli ambiziosi progetti ch'egli supponeva ad Innocenzo VI; ed infatti questo pontefice era appena salito sul trono che aveva preso a ridurre sotto la sua ubbidienza tutti i paesi dipendenti dalla santa sede. Ma le conquiste d'Albornoz negli stati della chiesa, erano pel Visconti un argomento di sicurezza, perchè il papa non era nè abbastanza ricco, nè potente abbastanza per fare ad un tempo la guerra in Lombardia e nelle vicinanze di Roma. Se voleva sottomettere i tiranni che si avevano diviso il patrimonio di san Pietro, era forzato di conservare la pace coi signori di Milano, e porre da banda gli odj, che nello spazio di cinquant'anni avevano contro di loro manifestato i suoi predecessori. Giovanni Visconti credette adunque di potere nuovamente riprendere i suoi progetti d'ingrandimento. Pochi mesi dopo la pace di Sarzana, egli acquistò la signoria di Genova, come si è veduto nel precedente capitolo, e si trovò ben tosto mal suo grado impegnato nella guerra di questa città colla repubblica di Venezia.
Il Visconti aveva già dati non pochi motivi di doglianze ai quattro signori della Marca Veronese, la quale separava i suoi stati da quelli di Venezia; egli aveva cercato di approfittare di tutti gl'intrighi di queste piccole corti per formarsi in seno a ciascheduna un partito, ed ancora per cercare d'impadronirsi di quelle città. Ma i signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Padova, deboli per sè medesimi, ed inoltre tra loro divisi, appena osavano palesare il loro malcontento, temendo che le loro lagnanze potessero allegarsi dal Visconti come un pretesto per conquistare i loro stati. La signoria di Venezia, che in allora altro non possedeva sul continente che la città di Treviso, aveva bisogno di farsi degli alleati in terra ferma, onde muover guerra al signore di Milano. Prese perciò a cuore e di rappacificare i piccoli principi della Marca Veronese, e di armarli contro il loro naturale nemico. Gli ambasciatori veneziani recaronsi più volte in questa provincia; invitarono i principi a varj congressi[275]; e per ultimo li ridussero nel dicembre del 1353 a sottoscrivere un'alleanza, in forza della quale dovevano allestire quattro mila cavalli per le susseguenti campagne, onde attaccare l'arcivescovo di Milano. Le case d'Este, di Gonzaga, di Carrara e della Scala, unironsi ai Veneziani per determinare i Fiorentini a prendere parte nella stessa alleanza: ma i loro ambasciatori non persuasero questa repubblica a rinunciare alla pace di fresco conchiusa. La lega formata dai Veneziani si rivolse in appresso a Carlo di Boemia, re de' Romani, facendo rivivere le negoziazioni con lui aperte dai Fiorentini, e gli offrì il suo ajuto per procurargli la corona dell'impero, purchè dal canto suo il re di Boemia attaccasse il signore di Milano[276].
Era Carlo IV un principe intrigante ed avido, ma senza coraggio; onde sagrificava sempre gl'interessi dell'impero a quelli del suo regno di Boemia, e l'onor suo alla cupidigia. Tutte queste negoziazioni cogl'Italiani non miravano che ad ingannarli, perciocchè egli non pensava altrimenti di prendere parte alle loro contese, e mentre trattava con tutti i nemici del Visconti, aveva ricevuti ancora i di lui ambasciatori, ed esaminate le condizioni proposte per un'alleanza col signore di Milano. Sembrò a Carlo che queste contraddittorie negoziazioni avessero finalmente rimosse dalla spedizione d'Italia quelle difficoltà che avevano sconsigliati dall'intraprenderla i suoi predecessori[277]. I comuni della Toscana, in ogni tempo nemici degl'imperatori, erano stati i primi ad invitarlo. Venezia, Verona, Padova, Ferrara e Mantova cercavano la sua alleanza; il signore di Milano e del rimanente della Lombardia gli offriva la sua amicizia; per ultimo la corte d'Avignone l'aveva creato re de' Romani, dando così motivo ai suoi nemici di chiamarlo il re dei preti. Carlo IV, che bramava l' onore della corona imperiale, mandò deputati ad Innocenzo VI per rinnovare le promesse che fatte aveva ai suoi predecessori, chiedendo che il papa gli permettesse d'entrare in Italia, e nominasse i legati che dovevano coronarlo. Una deliberazione del concistoro nel febbrajo del 1354 soddisfece interamente ai suoi desiderj[278].
Frattanto era scoppiata la guerra tra l'arcivescovo di Milano e la lega della Venezia: il 18 maggio del 1354 Francesco Castracani, generale del Visconti, erasi avanzato ad assediare Modena, che ubbidiva ai marchesi d'Este. La famiglia dei Pii e tutti i Ghibellini di Modena passarono nel campo milanese, e diedero all'armata dell'arcivescovo molte terre murate[279]. Dall'altro canto i Guelfi di Bologna ed il partito repubblicano aveva voluto scuotere il giogo di Visconti d'Oleggio, che comandava in questa città a nome del signore di Milano. La ribellione era scoppiata il 10 di giugno; si era furiosamente combattuto nelle strade; ma i repubblicani erano rimasti soccombenti, e dodici de' più distinti cittadini di Bologna periti sul patibolo[280].
Eransi consumati alcuni mesi da ambe le parti, prima che le potenze nemiche si fossero poste in misura di spingere con vigore le ostilità; ma la lega Veneta avea preso al suo soldo la grande compagnia formata dal cavaliere di Moriale, e comandata dal conte Lando. Già si aspettavano importanti operazioni militari, quando furono sospese in un modo impensato. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morì subitaneamente il 5 ottobre del 1354, nel farsi levare un carbonchio, che due giorni prima era comparso sulla sua fronte, e che si credeva poco pericoloso[281].