Lasciava suoi successori tre nipoti; figliuoli di suo fratello Stefano Visconti, e la di lui eredità venne divisa tra di loro. Siccome trovavansi circondati dai soldati adunati dall'arcivescovo per combattere la lega, non incontrarono difficoltà nel farsi proclamare signori da tutte le città del loro dominio. Questa cerimonia, che ricordava ancora que' diritti che il popolo più non esercitava, si fece in Milano il 12 ottobre del 1354. I tre fratelli divisero in appresso i loro stati e la loro autorità, di modo che ognuno di loro ebbe un appannaggio in proprietà, senza che la sovranità fosse divisa. La città di Milano, centro del governo, rimase comune ai fratelli Visconti, siccome quella di Genova. Matteo, il maggiore dei tre, uomo voluttuoso e corrotto, prese per sua parte Piacenza, Parma, Bologna, Lodi e Bobbio, e non domandò altra parte nell'amministrazione generale, che d'essere nominato il primo in tutti gli atti. Barnabò, il secondo, ebbe Cremona, Crema, Brescia e Bergamo, ed in pari tempo egli si prese il carico del dipartimento della guerra. L'ultimo, Galeazzo, prese sopra di sè l'amministrazione interna ed ebbe per suo appannaggio Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona ed Alessandria[282].
Seppesi pochi giorni dopo che Carlo IV, re di Boemia e de' Romani, era giunto in Udine il 14 ottobre ed era colà stato ricevuto da suo fratello naturale, il patriarca d'Aquilea. Ogni stato ed ogni fazione d'Italia aveva negoziato coll'imperatore eletto, ed eransi tutti lusingati di valersi della sua potenza contro i loro nemici; ma seppero con estrema sorpresa che il monarca dell'Occidente non aveva altro seguito che quello di trecento cavalieri disarmati. Carlo con questo debole accompagnamento fece successivamente il suo ingresso in Padova ed in Mantova; ed in queste due città venne ricevuto con eguale rispetto dai Carrara e dai Gonzaga[283].
Durante il suo soggiorno in Mantova Carlo IV si offrì mediatore della pace tra la lega veneta ed i Visconti. Ridusse la prima a congedare la grande compagnia, che si gettò nello stato di Ravenna per saccheggiarlo: ma, giunta a Milano la notizia della rotta data dei Genovesi ai Veneziani a Porto Longo il 3 novembre del 1354, i Visconti accrebbero le pretensioni, e l'imperatore eletto si limitò a conchiudere tra le potenze belligeranti una tregua, che doveva durare fino al susseguente maggio. Tostocchè fu firmata questa tregua, Carlo IV passò a Milano per ricevervi la corona ferrea di Lombardia[284].
I Visconti non videro senza stupore porsi in loro balìa col suo seguito disarmato quel monarca, il di cui nome era stato lungo tempo grandissimo oggetto di timore[285]. Essi vollero dargli almeno un'alta idea della loro potenza, e lo circondarono nel loro palazzo di tutto il tumulto di un'accampamento; perciò adunarono in Milano sotto i loro ordini sei mila cavalli e dieci mila pedoni. I medesimi soldati passavano ogni giorno più volte sotto le finestre di Carlo IV per fargli credere che l'armata loro fosse ancora più numerosa. Si portò da Monza a Milano la corona di ferro, e la ceremonia della coronazione si eseguì il 6 gennajo del 1355 nella basilica di sant'Ambrogio.
Carlo non mostrò verun sospetto dell'apparecchio militare da cui vedevasi circondato, pure uscì con piacere da questa specie di prigionia quand'ebbe ricevuta la corona di ferro, e partì alla volta della Toscana. In tutte le città, che attraversava, trovò duplicate le sentinelle: i Visconti lo seguirono con un grosso corpo di truppe, mentre il monarca, circondato da cavalieri disarmati, e montato sopra un ronzino pareva, piuttosto che un imperatore, un mercante, cui preme di giugnere presto alla fiera[286]. Giunse perciò a Pisa molti giorni prima che vi fosse aspettato.
I Fiorentini, sbalorditi nell'udire che avevano così vicino l'imperatore, pensarono di porsi in istato di difesa, come se venisse ad attaccarli, e chiusero nelle terre murate i loro bestiami e tutte le vittovaglie sparse nel territorio. Per altro mandarono in pari tempo sei ambasciatori a Carlo, offrendo di trattare con lui ad onorevoli condizioni[287].
Sebbene l'imperatore fosse entrato in Toscana senza truppe, la sua presenza rese ben tosto assai difficile la situazione delle repubbliche italiane. Abbiamo osservato fino dai tempi della spedizione di Enrico VII quanto la pubblica opinione, e quella in particolare dei letterati favoreggiasse le pretensioni imperiali. Petrarca e Cola da Rienzo avevano sostenuto che la sovranità del mondo apparteneva sempre a Roma ed all'impero romano. Il primo colle sue lettere, l'altro co' suoi discorsi avevano frequentemente eccitato Carlo IV ad usare de' suoi diritti, come se fossero costantemente riconosciuti da tutti i popoli. Vero è che i più zelanti repubblicani di Firenze, e tra questi il nostro storico Matteo Villani, figuravansi di trovare nelle leggi e ne' monumenti dell'antichità una guarenzia della libertà di Roma e della Toscana. Credevano, appoggiandosi alle prime dichiarazioni di Augusto e di Tiberio, che gli antichi imperatori, padroni del mondo romano, si fossero sempre conservati subordinati al senato ed al popolo di Roma; pretendevano che i Cesari ubbidissero ai cittadini, in tempo che tutte le nazioni erano tributarie de' Cesari; e perchè le città toscane erano state ammesse di buon ora alla cittadinanza romana, credevano di essere tuttavia quello stesso popolo, cui gl'imperatori erano tenuti di ubbidire[288]. La costituzione di Roma, quale esisteva ai tempi di Augusto o di Trajano, loro sembrava la sola origine del diritto pubblico, e se l'avessero essi meglio conosciuta, avrebbero trovate illegittime tutte le loro pretese alla libertà.