La presenza dell'imperatore in Italia ed in seno ad una repubblica, riuniva intorno a lui tutti i partigiani della sua autorità. Essi sceglievano lui medesimo per giudice degli odj tra le fazioni, e delle guerre tra gli stati vicini. Essi sostenevano che il governo municipale non era stato istituito, che per rimpiazzare in sua assenza il legittimo sovrano; che all'arrivo del monarca ogni altra giurisdizione rimaneva di sua natura sospesa; che a lui si doveva immediatamente attribuire la signoria, e che essenzialmente nulle erano tutte le condizioni che gli si volevano imporre.
Carlo IV dimorò in Pisa dal 18 gennajo al 22 marzo per trattare coi comuni della Toscana, mentre l'imperatrice ed i principali baroni della Germania andavano giugnendo alla sua corte. I grandi feudatarj erano obbligati dalle costituzioni dell'impero ad accompagnare l'imperatore in Italia, e ad assistere alla sua coronazione. La curiosità e l'amore della magnificenza erano cagione che soddisfacessero più regolarmente a questo dovere che agli altri, e Carlo IV si trovò alla testa di quattro mila uomini di cavalleria, scelti tra il fiore della nobiltà tedesca[289].
Era questa la seconda volta che Carlo visitava l'Italia, essendovi venuto la prima come principe reale di Boemia con suo padre il re Giovanni; egli aveva per qualche tempo governato Lucca, e si era interamente guadagnato l'affetto dei Lucchesi; egli era, non v'ha dubbio, superiore a Spinola che lo aveva preceduto, ed a Mastino della Scala che gli era succeduto nell'amministrazione della stessa città. Altronde Carlo aveva una certa affabilità, uno spirito di giustizia, ed altre virtù che lo resero caro ai suoi immediati sudditi, mentre tutto il restante dell'Italia e della Germania non poteva perdonargli i difetti del suo carattere. I Lucchesi riguardavano quale monumento dell'affetto di Carlo IV la fortezza di Monte Carlo, ch'egli aveva fabbricata nel 1332 presso al Ceruglio, per chiudere il loro territorio dalla banda di Val di Nievole alle incursioni de' Fiorentini[290]. Il governo oppressivo de' Pisani faceva sempre più sospirare ai Lucchesi le speranze che Carlo aveva fatto concepir loro nel tempo del suo breve soggiorno. Quando venne innalzato alla dignità imperiale, non dubitarono che questo monarca non s'interessasse a loro favore, perchè essi sempre si ricordavano di lui. Di già avevano scritto in Germania per implorare la sua protezione; lo invitarono a Lucca e gli diedero infinite prove del loro amore[291]. Il re de' Romani non fu insensibile a queste dimostrazioni di attaccamento, e conferì con alcuni cittadini di Lucca intorno ai mezzi di tornare in libertà la loro patria.
Ma Carlo era di già legato coi Pisani, che non voleva inimicarsi per favorire i Lucchesi. Aveva trovati a Mantova gli ambasciatori dei primi, e con loro aveva conchiuso un trattato, reso inviolabile dai giuramenti; aveva promesso di rispettare la libertà di Pisa, di conservarle il dominio di Lucca e di mantenere alla testa del governo la fazione de' Bergolini e la famiglia Gambacorti. D'altra parte la repubblica si era obbligata a pagargli sessanta mila fiorini per le spese della sua coronazione[292].
La città di Pisa trovavasi divisa in due fazioni, dette dei Bergolini e dei Raspanti. La prima in addietro era stata quella della nobiltà, ed aveva per capo Francesco Gambacorta, ricco mercante, che, col titolo di conservatore del buono stato, era alla testa di tutta la repubblica. Alcuni potenti borghesi, come pure le tre famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano a lui attaccati, ma la peste aveva private queste famiglie de' loro capi, e de' più bravi soldati. L'opposta fazione dei Raspanti, chiamati ancora Maltraversi, conservavasi affezionata alla famiglia dei conti della Gherardesca. Paffetta, conte di Montescudaio, uscito da questa medesima famiglia, era stato esiliato dalla patria; onde essendo entrato al servizio dell'imperatore aveva qualche credito presso di lui quando tornò col suo seguito a Pisa. All'indomani del suo ritorno, il 19 gennajo, mentre Carlo andava alla cattedrale per ricevere in pieno parlamento l'omaggio della città, gli amici di Paffetta e tutti i Raspanti, da lui eccitati, presero le armi gridando per le strade viva l'imperatore e la libertà! muoja il conservatore! Carlo per altro mise fine al disordine, e fece mettere giù le armi ai sediziosi[293]: ma Gambacorta, spaventato dal corso pericolo, volle colla devozione all'imperatore bilanciare il credito del Paffetta[294], e fece dare all'imperatore la signoria della città colla guardia delle porte e l'amministrazione del tesoro.
I cittadini delle opposte fazioni non tardarono a pentirsi d'avere sagrificata la libertà alle loro gelose passioni. I magistrati chiamarono presso di loro i capi de' Bergolini e dei Raspanti per vedere di riconciliarli. Furono nominati dodici deputati dalle due parti per istabilire le condizioni della pace. Dopo di che il Gambacorta ed il Paffetta chiesero all'imperatore di restituire ai loro concittadini que' privilegi, cui essi avevano rinunciato in un momento di accecamento. Carlo, che in allora non aveva che la debole scorta de' cavalieri che avevano con lui attraversata la Lombardia, non essendogli ancora giunti i rinforzi ch'ebbe più tardi dalla Germania, acconsentì di buona grazia al desiderio de' Pisani che potevano imporgli la legge, e ripristinò nella piena loro autorità le magistrature repubblicane[295].
Avevano i Pisani in ogni tempo seguita la parte ghibellina, onde riguardavano l'imperatore come capo del loro partito, e protettore della città: i Guelfi per lo contrario credevano di avere un nemico nell'erede degli antichi loro oppressori. Firenze, Siena e Perugia, unite meno da un'antica alleanza che dai comuni interessi, avevano convenuto di contenersi in un modo uniforme in faccia all'imperatore; i loro ambasciatori dovevano presentarsi insieme al monarca, ed agire di comune accordo; ma ben tosto i Perugini approfittarono della circostanza di essere dipendenti dalla chiesa e non dall'impero, onde rifiutare di associarsi ai Fiorentini ed ai Sienesi.
A Siena il governo più non era tra le mani del popolo, ma in quelle d'una oligarchia artigianesca formata già da settant'anni sotto nome di ordine dei nove. Alcuni ambiziosi avevano artificiosamente approfittato del modo con cui si eleggevano le magistrature per concentrare in onta alla costituzione ed alle leggi l'autorità nelle mani di novanta cittadini. Mantenevansi nell'interno coi mezzi della corruzione e coll'intrigo contro l'odio della nobiltà e del popolo[296]: al di fuori speravano d'ingrandirsi colla perfidia. Ordinarono ai loro ambasciatori di unirsi ai Fiorentini, e di promettere che agirebbero di concerto, onde far loro tenere una più ardita condotta, volendo poi l'imperatore rendersi ben affetto col separarsi spontaneamente da loro.
Gli ambasciatori delle due repubbliche furono introdotti il 30 gennajo all'udienza di Carlo. Parlarono prima i Fiorentini, e chiesero all'imperatore di accordare al loro comune la sua protezione e la sua amicizia, e di mantenere il loro popolo nella consueta libertà. Rispettoso fu il loro discorso ma senza espressioni di sommissione, senza promessa d'ubbidienza. I Fiorentini schivarono perfino di dare a Carlo verun titolo, ch'egli potesse interpretare quale riconoscimento della sua autorità[297]. Parlarono dopo i Sienesi, e, contro la promessa fatta ai loro alleati, non solo chiamarono Carlo loro imperatore e loro signore, ma spontaneamente gli offrirono la signoria del loro comune, senza riserva d'alcuna preventiva condizione[298]. Il monarca, cui costumavasi di parlare stando in ginocchio, soleva tenere in mano alcune bacchette di salice da cui andava levando la corteccia con un temperino, mentre i suoi occhi erravano distratti su tutta l'udienza. Non pertanto rispose alle due ambasciate ponderatamente e con nobiltà e moderazione, mostrando maggiore benevolenza ai Sienesi, ma promettendo ai Fiorentini di fare per loro tutto quanto sarebbe compatibile coll'onore della sua corona[299].