Quando gli ambasciatori sanesi, di ritorno nella loro patria, resero conto della loro missione, il popolo, adunato in parlamento, confermò, non senza per altro qualche disamina, l'offerta fatta dalla signoria all'imperatore[300]. Le città di Volterra e di Samminiato, che, in ragione della loro debolezza erano più gelose dei Fiorentini che premurose della propria libertà, si diedero ancor esse a Carlo IV[301]. La città di Arezzo non fu ritenuta che dal timore de' Ghibellini che vedeva favoriti alla corte, e quella di Pistoja, che trovavasi sotto la salvaguardia di Firenze, fece alcuni sforzi per imitare questi dannosi esempi. In pari tempo tutti i capi delle famiglie ghibelline delle montagne, il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, Ubertini vescovo d'Arezzo, Neri della Faggiuola, figliuolo d'Uguccione, ed i Pazzi di Val d'Arno, si portarono a Pisa con armi e cavalli, ingrossando la corte dell'imperatore. Essi facevansi vanto presso di lui de' loro servigi e di quelli degli antenati loro costantemente addetti al partito ghibellino, ed eccitavano Carlo a vendicare le offese che suo padre e suo avo avevano ricevuto dai Fiorentini[302].
Ma se Carlo eccitava l'animosità de' Ghibellini, se approvava i loro progetti di vendetta, se dava pubblicità alle loro offerte, non aveva altra mira che di spaventare la repubblica, onde averne più danaro. Chiedeva ch'ella si riscuotesse dalle condanne contro di lei pronunciate da Enrico VII suo avo, ed a questo prezzo acconsentiva di confermare in parte la sua libertà ed i suoi privilegi. Per essere rimessi nella grazia imperiale i Fiorentini offrivano cinquanta mila fiorini; assai più ne chiedeva l'imperatore, e muoveva dubbj intorno ad alcuni articoli della convenzione; in ultimo le condizioni del trattato furono fissate nel seguente modo. L'imperatore annullò tutte le condanne pronunciate contro Firenze, contro i cittadini, e contro i conti di Battifolle, Doadola, Mangone e Vernia[303]; li ristabilì nel pieno godimento dei loro onori e diritti; autorizzò il popolo a governarsi cogli statuti e proprie leggi municipali, e ramificò colla sua imperiale autorità tutte le leggi, tanto le già esistenti, che quelle che si farebbero in avvenire dall'autorità legislativa della repubblica, purchè non fossero espressamente contrarie al diritto pubblico. Diede irrevocabilmente il titolo di vicarj imperiali a tutti i confalonieri di giustizia e priori delle arti, cui il popolo affiderebbe il governo della repubblica. Finalmente per non turbare la tranquillità di Firenze promise di non entrare in città, nè in verun castello del suo territorio. In contraccambio di tali concessioni, ed a saldo di quanto poteva essere dai Fiorentini dovuto all'impero, accettò la somma di cento mila fiorini, pagabile in tre rate prima del seguente agosto[304].
Questo trattato, che rimetteva Firenze nel rango delle città imperiali, le conservava tutti i diritti e privilegi della più libera repubblica. Questa città veniva di nuovo riconosciuta come membro dell'impero romano, e questo titolo, lungi dal toglierle veruna delle sue prerogative, le dava anzi diritto ad una potente protezione. Non pertanto fu meno difficile il far accettare queste condizioni al popolo, che il farle aggradire all'imperatore. Il consiglio del popolo venne adunato il 12 marzo per udirne la lettura; ma a Pietro di Grifo, notajo delle riformagioni, quando la cominciò, la voce rimase soffocata dai singhiozzi, ed il suo dolore si comunicò all'istante agli uditori, onde tutto il consiglio non risuonando che di pianti e di gemiti, si dovette protrarre la lettura all'indomani. In questo intervallo i capi delle magistrature sforzavansi di far sentire ai cittadini, che il trattato coll'imperatore, che si offriva alla loro approvazione, non derogava all'onore della repubblica, nè era contrario alla sua indipendenza. Il 13 fu di nuovo adunato il consiglio, e, posta alle voci la proposizione d'approvare il trattato, fu sette volte rigettata con maggiorità di suffragi. Frattanto tutti i cittadini che avevano maggior credito od autorità, parlarono per richiamare il consiglio del popolo a più prudente condotta, e la proposizione della signoria venne finalmente sanzionata, ed all'indomani fu confermata dal consiglio comune con minore ripugnanza[305]. Il 21 marzo il trattato fu dall'imperatore pubblicato nel parlamento di Pisa, ed il 13 dalla signoria in quello di Firenze; ma pochi cittadini intervennero a quest'ultimo, e non si vedevano dare veruna dimostrazione di gioja, sebbene le campane della città suonassero in segno di allegrezza[306].
Appena terminate le negoziazioni colla repubblica fiorentina, l'imperatore partì alla volta di Siena, ove fece il suo ingresso il 23 di marzo. Questa città, dopo il 1283, era governata da una fazione chiamata il monte dei nove. In origine questa fazione era formata dai capi del partito popolare, che per escludere la nobiltà dal governo e assicurare la superiorità ai Guelfi, avevano stabilita una signoria press'a poco simile a quella dei priori di Firenze. L'avevano composta di nove magistrati, tre per cadauno de' quartieri della città. I nove signori dovevano essere plebei, e scelti dal consiglio del popolo in una generale elezione. I loro nomi venivano poi distribuiti nelle borse come costumavasi a Firenze, ed estratti a sorte per avere due mesi il governo.
Ma non avendo le prime elezioni designato che un ristretto numero di cittadini, ebbero questi l'arte di mantenere ed ancora di ristringere la loro oligarchia in tutte le successive elezioni. Entravano essi di pieno diritto nel consiglio del popolo incaricato di fare un nuovo scrutinio. In tale consiglio bastavano poche voci contrarie per impedire ad un nuovo cittadino d'entrare nella signoria, e per lo contrario richiedevasi una grande maggiorità per fare sortire dalle borse i nomi de' già ammessi cittadini. I capi dell'oligarchia, dopo avere fra di loro convenuto intorno alla prossima elezione, allontanavano dal consiglio del popolo, coll'unanime loro opposizione, tutti coloro che non volevano che fossero eletti. In tal modo avevano essi ridotta la sovrana autorità tra le mani di meno di novanta cittadini[307]. Ma questa medesima usurpazione gli avea renduti singolarmente odiosi ed alla nobiltà che le leggi escludevano dall'amministrazione, ed al popolo che vedevasi con frode spogliato dei diritti attribuitigli dalla costituzione.
L'odio de' loro concittadini ridusse i nove signori di Siena ad una condotta costantemente debole e perfida. Mentre le tre repubbliche guelfe della Toscana avrebbero dovuto difendere di comune accordo la loro libertà, i nove tradirono sempre la causa dei loro alleati, prima nelle loro relazioni coi Visconti, poi colla grande compagnia, e per ultimo coll'imperatore. Avevano assoggettata a quest'ultimo la loro patria per guadagnarsi la sua protezione; ma Carlo voleva amici che gli somministrassero forza e non cercassero di rendersi forti col di lui mezzo. Nell'istante in cui entrò in Siena, vi fu accolto colle grida di viva l'imperatore, muoja l'ordine dei nove! Vide alla testa de' malcontenti i capi della nobiltà, i Tolomei, i Malavolti, i Piccolomini, i Saricini e perfino parte dei Salimbeni, sebbene altri fossero addetti al governo. Vide inoltre nell'opposizione moltissimi ricchi borghesi e tutto il popolo; questo partito era patentemente il più forte; e fu perciò quello ch'egli trovò più prudente consiglio di abbracciare[308].
L'imperatore adunque non cercò nè il primo giorno nè all'indomani di sedare i tumultuosi movimenti del popolo. Nel terzo giorno la sedizione vestì un carattere più serio; vennero barricate le strade, ed i nove, assediati nel palazzo della signoria, supplicarono essi medesimi Carlo di recarsi colà a liberarli. Infatti l'imperatore si presentò alle porte del palazzo, che gli furono aperte, e vi entrò a cavallo. Ordinò ai nove di deporre a' suoi piedi il bastone del comando; chiese loro di liberarlo dalla promessa che aveva fatta di conservare la loro autorità; e, fattesi rendere le carte loro rilasciate, le fece abbruciare sotto i suoi occhi. Intanto il popolo forzava le prigioni, l'archivio dei nove, e la chiesa ove si conservavano le borse della signoria. Queste borse, colle bandiere dell'ordine, furono strascinate nel fango in presenza dell'imperatore. Tutta la città risuonava di una sola voce, muojano i nove! le loro case erano attaccate, insultate le loro persone, e molti di loro, cui non riuscì di nascondersi o di fuggire, furono fatti in pezzi. Vero è che l'imperatore salvò la vita dei signori ch'erano con lui nel palazzo, e ricusò di abbandonarli al popolo irritato[309]. Non pertanto pareva partecipare egli medesimo del furore popolare, e lo sanzionava coi decreti che andava emanando contro tutto l'ordine dei nove: ma in pari tempo si affrettò di far confermare da tutte le classi della nazione l'autorità sulla repubblica che la distrutta signoria gli aveva conferita. Nominò in appresso trenta commissarj, dodici nobili e diciotto plebei, per riformare il governo sotto la presidenza di suo fratello naturale, l'arcivescovo di Praga, patriarca d'Aquilea. Lasciò pure a Siena i Tarlati, il signore di Cortona ed i conti di Santafiora, per conservarvi la propria autorità, e tre giorni dopo, il 28 marzo, si rimise in viaggio alla volta di Roma[310].
La coronazione dell'imperatore eletto era stata fissata per la domenica di Pasqua, 5 aprile; Carlo aveva promesso al papa di non trattenersi che un solo giorno in Roma, e di partire appena terminata la cerimonia. Giunse non pertanto il giovedì 2 aprile innanzi alle porte della città; ma per non mancare alle sue promesse, entrò in Roma soltanto in figura di pellegrino, confuso tra i baroni e senz'essere conosciuto dai Romani. Ne' primi due giorni visitò le chiese per farvi le sue divozioni; la domenica uscì di città avanti lo spuntare del sole con tutto il suo seguito, onde rientrarvi pomposamente alcune ore dopo[311].