Carlo venne consacrato nella basilica del Vaticano dal cardinale vescovo d'Ostia. Giovanni di Vico, prefetto di Roma, e per lo innanzi signore di Viterbo e di Orvieto, gli pose in capo la corona d'oro, e Carlo colle proprie mani coronò l'imperatrice. In seguito partì con tutto il corteggio, e, coperto degli imperiali ornamenti, attraversò la città di Roma in quasi tutta la sua maggiore estensione per recarsi al palazzo di san Giovanni di Laterano, ove gli era preparato un banchetto. Per altro la sera medesima uscì di città ed andò a dormire a san Lorenzo delle Vigne. Cinque mila cavalieri tedeschi e dieci mila italiani avevano formato il suo seguito fino all'esecuzione della ceremonia, dopo la quale cominciarono a disperdersi, ripigliando quasi tutti la strada del loro paese[312].

Il 19 aprile l'imperatore tornò a Siena. Scontrò il cardinale Egidio Albornoz, che, quale legato della santa sede, aveva in primavera ricominciata la guerra contro i tiranni della Marca e della Romagna[313]. Carlo gli aveva sovvenuti cinquecento corazzieri per attaccare i Malatesti, signori di Rimini, e questa fu la sola azione militare che facesse in Italia[314]. Straniero a tutti i partiti, indifferente per tutto ciò che non risguardava il suo regno di Boemia, insensibile all'onore della corona imperiale, Carlo non chiedeva agli Italiani che danaro, e perciò non poteva avere alcun motivo di fare la guerra a chicchefosse.

L'imperatore trovò Siena, come l'aveva lasciata, nel caldo della rivoluzione cagionata dalla caduta dell'ordine dei nove. Il popolo aveva escluso a perpetuità quest'ordine dall'amministrazione; aveva fatto cancellare il nome dei nove da tutti i luoghi pubblici, da tutte le leggi, da tutti i libri dello stato. Aveva voluto che la nuova signoria fosse composta di dodici governatori o amministratori, invece di nove; gli aveva scelti tra i popolani, ed aveva fatti distribuire nelle borse i loro nomi, per rinnovare a sorte la signoria ogni due mesi. Così la rivoluzione aveva cambiate le persone che governavano, ne aveva mutato il numero ed i titoli, conservando i medesimi principj; e sulle ruine d'un'oligarchia plebea, ne aveva innalzata un'altra ancora più plebea[315].

I Sanesi avevano per altro data alla nobiltà qualche parte nel nuovo governo, aggiugnendo alla signoria un collegio di sei nobili, e chiamando cento cinquanta gentiluomini nel consiglio generale dei quattrocento.

Carlo propose loro, per completare la costituzione, di dare un capo allo stato, che fosse l'arbitro delle parti ed il moderatore delle contese; ed ottenne, che riconoscessero in tale qualità il vescovo d'Aquilea[316], suo fratello naturale, che, valendosi egli della propria autorità, investì della signoria di Siena[317].

Ma l'imperatore partì il 5 maggio da questa città per restituirsi a Pisa[318], e suo fratello non ritenne che un ristretto numero di cavalli. Il popolo vedeva con estrema gelosia occupato dal patriarca il palazzo pubblico, e rilegata la signoria in una casa privata; onde prese le armi il 18 di maggio, ripristinò agli angoli d'ogni strada le catene di ferro destinate a fermare la cavalleria, e costrinse il patriarca a rimettere i dodici signori nel palazzo[319]. Quattro giorni dopo scoppiò in Siena una nuova congiura provocata da una contesa ch'ebbe luogo tra alcuni borghesi ed artigiani. Carlo, già abbandonato da' suoi baroni tedeschi, trovavasi in Pisa circondato dai malcontenti, non meno che suo fratello in Siena; onde, altro non potendo, scrisse ai Sienesi, quand'ebbe notizia della presente sollevazione, per pregarli a mandar via sano e salvo il patriarca d'Aquilea, loro promettendo di non più imbarrazzarsi nel governo della repubblica[320]. I dodici signori fecero allora venire il patriarca nel consiglio generale; gli fecero deporre il bastone del comando e rinunciare con atto autentico alla signoria che gli era stata accordata, obbligandolo a rendere agli ufficj della repubblica tutti i castelli in cui aveva posta guarnigione, e lo mandarono a suo fratello il 27 maggio[321].

Frattanto l'imperatore soggiornava in Pisa, e dava un magnifico spettacolo agli abitanti di questa città. Adunò il popolo a parlamento sulla piazza del duomo, e prendendo per mano Zanobio di Strata, fiorentino, capo di una scuola di rettorica e di belle lettere, gli diede il titolo di poeta e lo coronò d'alloro. Zanobio trovavasi in allora tra le persone addette a Nicola Acciajuoli, grande siniscalco del regno di Napoli, aveva molta fama, ed era amico del Petrarca. Per altro questi, che dieci anni prima era stato coronato in Campidoglio, a stento seppe nascondere la propria invidia pel trionfo d'un nuovo poeta. Zanobio corse a cavallo le strade di Pisa, circondato dai primi signori dell'impero, in mezzo agli applausi del popolo. Ma breve fu la sua gloria, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna sua opera[322].

Mentre Carlo trovavasi a Pisa, tutti i Lucchesi, che lo avevano conosciuto nel 1332, accorrevano a lui supplicandolo ad avere pietà della loro patria[323]. I mercanti emigrati di Lucca si mostravano disposti a fare i più grandi sagrificj per rientrare nella loro patria, e le loro offerte pecuniarie avevano ben maggiore influenza su l'avido spirito del monarca, che le preghiere e la compassione. Si dice che i soli Lucchesi dimoranti in Francia offrirono all'imperatore cento venti mila fiorini per prezzo della libertà della loro patria[324]. Questi trattati non erano affatto ignoti ai Pisani, quando il fuoco distrusse gran parte del palazzo del comune abitato dall'imperatore. Durante tale incendio tutto il popolo si tenne costantemente armato; ed i Raspanti ed i Bergolini, adunati assieme nelle medesime piazze d'armi, promisero vicendevolmente di scordare le antiche loro discordie, e di concorrere amichevolmente alla conservazione dell'autorità della repubblica sopra la città di Lucca da lei conquistata[325].