Intanto avendo l'imperatore fatta occupare la fortezza della Gosta, che Castruccio aveva fabbricata in Lucca, si videro rientrare in Pisa i soldati che la custodivano per parte della repubblica. L'indignazione si rese universale; ma i Raspanti furono i primi a prendere le armi contro i Tedeschi: ne uccisero cento cinquanta, ed assediarono la cattedrale, ove dimorava Carlo IV dopo l'incendio del pubblico palazzo. Paffetta, conte di Monte Scudajo, vedeva con dispiacere i suoi partigiani unirsi ai Bergolini, ed eseguire gli ordini de' Gambacorti, e ne ritirò il più che gli fu possibile dalle file de' sediziosi; indi venne alla loro testa innanzi all'imperatore, assicurandolo che i soli Bergolini avevano eccitata la rivoluzione, ed offrendogli in pari tempo il suo ajuto. I Gambacorti, trovandosi in allora parte presso l'imperatore e parte presso il cardinale d'Ostia, furono tutti imprigionati; e gl'insorgenti, abbandonati dai Raspanti, ed attaccati dal conte Paffetta e dai Tedeschi si dispersero[326]. Le case dei Gambacorti vennero attaccate dalle truppe imperiali, prese d'assalto e bruciate; quelle de' Sismondi e de' Gualandi, dopo una ostinata resistenza, soggiacquero alla stessa sorte, ed i Lanfranchi abbandonarono vilmente la zuffa[327]. Cinque Gambacorti, Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi, ed altri otto distinti cittadini, vennero arrestati e chiusi nelle prigioni dell'imperatore[328].

Questa sedizione era scoppiata il 21 maggio, e lo stesso giorno ne fu data notizia ai Lucchesi, i quali credettero giunto l'istante della loro liberazione. Carlo IV aveva di già fatto travedere d'essere loro favorevole, e la sedizione di Pisa doveva tenerlo più fermo in queste disposizioni, mentre i Pisani trovavansi indeboliti dalle domestiche loro discordie e dalla diffidenza in cui si trovavano rispetto all'imperatore.

I Lucchesi si procurarono delle armi; fecero, durante la notte, avanzare fin presso le mura tutti i contadini delle campagne, che non erano meno di loro zelanti della libertà; ed all'indomani Lucca avrebbe spezzate le sue catene, se i suoi antichi cittadini fossero stati chiamati soli a parte del segreto de' congiurati. Ma quando Mastino della Scala aveva ceduto i castelli di Val di Nievole ai Fiorentini, alcuni zelanti Ghibellini di questa provincia avevano abbandonata la loro patria per ripararsi in Lucca. Costoro temevano assai più il trionfo de' Guelfi che la servitù, temevano che i Lucchesi, tornati in libertà, non s'associassero ai Fiorentini, e palesarono ai Pisani le segrete pratiche dei Lucchesi. I Garzoni ed i Bardini, famiglie trapiantate da Pescia a Lucca, posero de' segni sulla torre ghibellina, che osservati e ripetuti dalle guardie accantonate sul monte san Giuliano, fecero conoscere a Pisa il pericolo in cui si trovava la guarnigione di Lucca[329]; imperciocchè i contadini armati, che occupavano tutte le uscite della città, non lasciavano passare i corrieri[330].

Appena si ebbe in Pisa avviso dell'insurrezione de' Lucchesi, le due fazioni che si erano battute la vigilia, obbliarono i loro odj per salvare i diritti della loro patria[331]. Il quartiere di Chinzica parti lo stesso giorno alla volta di Lucca; i nobili formavano la cavalleria, mentre il popolo doveva combattere a piedi. Ma questa prima truppa non si trovò abbastanza forte per rompere un corpo di sei mila paesani, che loro chiudeva il passaggio per giugnere alla città. All'indomani le milizie del quartiere del ponte vennero ad ingrossare l'armata, ed i paesani furono rotti e dispersi. La guarnigione pisana di Lucca, che, avvisata dai Garzoni de' progetti degl'insorgenti, erasi tenuta in possesso delle porte e delle mura, aprì la città alle milizie che giugnevano di Pisa. I Tedeschi volevano mostrare di starsi neutrali nella fortezza di Gosta, ma furono attaccati i primi ed obbligati di cederla ai Pisani. In seguito venne appiccato il fuoco alle case che circondavano san Michele, ed i Lucchesi, rinserrati tra il fuoco ed i loro nemici, furono forzati a deporre le armi[332]. Tutti coloro che la nascita, le ricchezze e il credito loro innalzavano al di sopra della gente volgare trovaronsi costretti ad andarsene esuli; gli altri furono disarmati con estremo rigore; ed il governo de' Pisani, che da lungo tempo era duro e severo, dopo questa sedizione si rese ancora più tirannico[333].

Carlo IV, avvilito per non essere riuscito ne' suoi progetti sopra Siena, sopra Pisa e sopra Lucca, cercava di vendicarsi di tante perdite e dell'abbassamento del presente suo stato. Nominò un giudice per esaminare i Gambacorti da lui tenuti in prigione, e gli ordinò di trovarli in qualunque modo colpevoli. Era non pertanto così aperto che questi illustri cittadini non avevano avuta alcuna parte all'insurrezione del 21 di maggio, che non furono pure esaminati intorno a quest'articolo; ma furono invece accusati d'avere ordita una congiura contro l'imperatore per farlo morire. Quando videro che si voleva ad ogni modo la loro morte, per non essere più lungamente tormentati, risolsero di confessare tutto quanto verrebbe loro chiesto, ed il 26 di maggio sette prigionieri furono condannati come traditori dell'imperatore[334], e perdettero la testa sulla piazza degli anziani, di cui erano chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche[335].

Dopo avere corrisposto con tanta ingratitudine alla fedeltà d'una famiglia, che la prima in tutta la Toscana erasi consacrata al suo servigio[336], Carlo si affrettò di allontanarsi da un paese, ove era detestato. Partì da Pisa il 27 di maggio, ed andò a chiudersi nella fortezza di Pietrasanta, che si era fatta dare dai Pisani[337]. Colà si trattenne fino all'undici di giugno per aspettare il saldo del pagamento promessogli dai Fiorentini, come pure una contribuzione che aveva estorta ai Pisani come compenso dei danni a lui cagionati dall'ultima sollevazione[338]. Quand'ebbe ricevute queste due somme partì alla volta della Germania. I Visconti, dei quali attraversò il territorio, lungi dal dargli segni di rispetto, lo trattarono con estrema diffidenza, facendogli negare l'ingresso in tutte le loro città. Accordarongli soltanto, e come per grazia, la licenza di trattenersi una notte in Cremona, ma separato dal suo seguito, che obbligarono a deporre le armi[339].

Tutta l'autorità che Carlo aveva ricuperata sopra l'Italia sfumò all'istante che ne fu uscito. Durante la sua spedizione erasi mostrato estremamente avido di danaro, e ne aveva raccolto assai; ma si era mostrato indifferente sul conto della pubblica opinione, ed aveva svergognata quella dignità imperiale che gli Italiani erano ancora disposti a rispettare[340].

Dopo la partenza dell'imperatore l'Italia rimase in preda a molte guerre, che contemporaneamente ruinavano i suoi diversi stati. La condizione del regno di Sicilia aveva sempre peggiorato dopo la morte di Federico d'Arragona, suo fondatore. Due fazioni vi si erano formate, una detta dei Catalani, l'altra degl'Italiani o Chiaramontesi; le quali furono sempre in guerra, mentre s'andarono succedendo l'uno all'altro diversi re quasi sempre minori. Lungi dal poter ridurre i loro baroni all'ubbidienza, trovavansi anzi i sovrani medesimi dipendenti dalle stesse fazioni e travolti spesso dall'una all'altra. La Sicilia, un tempo granajo dell'Italia, era ruinata dalle sue guerre civili, che, avendo levati gli abitanti all'agricoltura, erano state cagione di varie carestie. Il partito italiano, di questi tempi opposto alla corte, erasi alleato col re Luigi e la regina Giovanna di Napoli, ed aveva loro aperte le porte di Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e di cento dodici città o terre murate, onde il re di Napoli, malgrado l'esaurimento del suo tesoro, la debolezza delle sue armate, l'anarchia de' suoi stati e la viltà del suo proprio carattere, si trovava più vicino a fare l'intero acquisto della Sicilia di quello che mai lo fossero stato i due Carli, o Roberto d'Angiò, in tempo della più alta loro potenza[341]. Il re di Sicilia, della casa d'Arragona, che ancor esso aveva nome Luigi, erasi rifugiato a Catania. Nella campagna del 1355, riacquistò parte delle città perdute[342], ma morì nello stesso anno, come morì pure il suo secondo fratello don Pietro, e la corona passò sul capo del più giovane, don Federico, sotto il quale il regno fu travagliato dai disordini d'una minorità più burrascosa delle precedenti[343].

In questo abbassamento della casa di Arragona, quella d'Angiò avrebbe potuto agevolmente vendicare l'antico affronto dei vesperi siciliani, se Luigi di Napoli non fosse caduto egli medesimo nel più vergognoso stato d'abbassamento e di debolezza per la corona, ed il più funesto per i suoi sudditi. Gli sregolamenti della regina Giovanna, sua sposa, lo coprivano di disprezzo in faccia a tutti gli uomini. I principi del sangue, che il re d'Ungheria aveva posti in libertà nel 1353[344], avevano manifestato, appena rientrati nel regno, le più allarmanti pretensioni. Il duca di Durazzo ed il conte Palatino di Minerbino tenevano i loro feudi in aperta ribellione contro la corona[345]. Un semplice borghese degli Abruzzi, messer Lallo, avea occupata la città dell'Aquila ed erasi guadagnato l'affetto de' suoi cittadini, che egli governava come assoluto principe. Luigi, che voleva ricuperare questa città, non seppe impadronirsene che incaricando suo fratello maggiore, che prendeva il titolo d'imperatore di Costantinopoli, di assassinare messer Lallo: e l'imperatore fu abbastanza vile per eseguire quest'infame commissione[346].