Per colmo de' mali, la grande compagnia, che in allora saccheggiava lo stato di Ravenna, preparavasi ad entrare nel regno di Napoli. Una privata ingiuria, che si era preso l'impegno di vendicare, l'aveva lungo tempo trattenuta negli stati di Bernardino da Polenta. Questo signore del 1350, in occasione che i pellegrini accorrevano in folla a Roma, fissò gli occhi sopra una contessa tedesca di singolare avvenenza, che si era fermata in un albergo: il tiranno più non le consentì di proseguire il suo divoto viaggio; egli voleva essere corrisposto in amore; onde dopo avere inutilmente adoperati per piacerle tutti gli accorgimenti della galanteria e della magnificenza, dopo avere lungo tempo adulato, supplicato, servito, tentò una colpevole violenza. La bella pellegrina salvò la sua castità con una morte volontaria. Il di lei scudiere portò in Germania la notizia di questo tragico avvenimento. Due cavalieri, fratelli della contessa, poveri, e fidati soltanto alla loro spada, scesero subito in Italia per vendicare la sorella, e trovarono la grande compagnia presso Mantova. Dopo la morte del cavaliere di Moriale era questa sotto gli ordini del conte Lando, loro compatriotto; essi comunicarono il proprio risentimento ai soldati, agli ufficiali, al medesimo generale, e fecero porre per conto loro lo stato di Ravenna a fuoco e a sangue[347].

Indi la gran compagnia penetrò negli Abruzzi in sul cominciare del 1355. Verun preparativo erasi fatto per resisterle, sebbene tutti gli alleati del re lo avessero avvisato, che dirigevasi verso i suoi stati; ma il carnovale era di già cominciato, e Luigi non voleva permettere che si turbassero le feste e le danze della corte con triste nuove, o con molesti pensieri di affari[348].

Dopo aver saccheggiati gli Abruzzi, la grande compagnia si avanzò verso la Puglia. La città di Guasto capitolò, e gli aprì le porte, ma gli assassini, condotti dal conte Lando, non rispettavano troppo i loro giuramenti; la città fu abbandonata al sacco, ed uccisi barbaramente gli abitanti[349]. Tutte le altre città della Puglia, atterrite da quest'esempio, ripararono le loro mura, e risolsero di difendersi fino all'ultima estremità; ma non pertanto trovaronsi ridotte alle sole forze dei proprj abitanti, perchè il re non mandò loro verun soccorso. Invece di levar truppe nel suo regno, si limitò a mandare in Toscana il suo gran siniscalco, Nicola Acciajuoli, per domandare l'assistenza de' suoi alleati, mentre egli continuava a darsi buon tempo colle feste, senza mostrar di curarsi degli avanzamenti della grande compagnia, nè della ruina de' suoi sudditi[350].

Poi ch'ebbe guastata la Puglia, il conte Lando condusse la gran compagnia nella Terra di Lavoro[351], e spinse le incursioni fino alle porte di Napoli. Affinchè niuna cosa si sottraesse alle diligenze della compagnia, divise l'armata in due corpi, che battevano tutto il paese. In verun luogo incontrava resistenza, onde i suoi cavalieri spesse volte uscivano senz'armi; si stabilivano nelle ville de' signori napoletani, cacciavano, e si davano feste a vicenda, obbligando i loro domestici a prendere a viva forza nelle case de' contadini tutto quanto poteva loro abbisognare[352].

Finalmente il gran siniscalco arrivò dalla Toscana con mille barbute, che così allora chiamavasi un cavaliere seguito da un sergente, montato anch'esso a cavallo. Ma il re, che aveva caldamente affrettata la venuta di queste truppe, non aveva danaro per pagarle, onde disertarono in pochi giorni, andando ad ingrossare l'armata del conte Lando[353]. Soltanto in settembre ottenne il re Luigi di mettere insieme con istraordinarie contribuzioni trentacinque mila fiorini, che questa volta rifiutò ai suoi piaceri ed all'avidità de' cortigiani. Diede questa somma alla compagnia, a condizione che s'allontanasse da Napoli per ritornare nella Puglia. Le promise di sborsare altri settanta mila fiorini in due termini, purchè uscisse da tutto il regno; ma finchè si effettuasse tale pagamento, acconsentì che la compagnia continuasse a vivere a discrezione nelle province lontane dalla capitale[354].

Mentre il regno di Napoli trovavasi così vergognosamente abbandonato dalla viltà del suo re ai guasti di un'armata d'assassini, il cardinale Egidio Albornoz continuava prosperamente negli stati della chiesa la guerra ch'egli aveva intrapresa per iscacciare o sottomettere i tiranni, che vi si erano stabiliti. La sua più grand'arte era quella di guadagnare al suo partito alcuni di que' piccoli signori, loro accordando vantaggiose condizioni; e suppliva in tal maniera agli scarsi sussidj che gli mandava la corte d'Avignone; approfittando inoltre della rivalità delle famiglie e delle vendette dei principi per rivolgere le armi degli uni contro gli altri.

La Marca d'Ancona e la Romagna, ove il cardinale faceva la guerra, erano pressocchè le sole province d'Italia, i di cui abitanti si fossero conservati bellicosi. I piccoli principi di queste contrade non fidavano, come quelli di Lombardia, la difesa degli stati loro a mercenarj tedeschi; comandavano essi medesimi le proprie armate composte de' gentiluomini dei loro piccoli principati, e de' contadini delle loro montagne. Essi li tenevano sempre esercitati, e quando non guerreggiavano per proprio loro conto, si ponevano per un determinato tempo ai servigi di qualche principe o repubblica più potente, piuttosto che rimanersene oziosi.

Gentile da Mogliano tiranno di Fermo fu il primo signore che il cardinale Albornoz guadagnò al suo partito. Il legato in sul cominciare dell'inverno aveva nominato Gentile gonfaloniere dell'armata della chiesa, e gli aveva conceduta la signoria di Fermo e del suo territorio, come feudo della santa sede[355]. Albornoz accordava di buon grado vantaggiose condizioni ai più piccoli signori, confidando, che, ove coll'ajuto loro gli riuscisse di sottomettere i più grandi, agevole poi gli sarebbe il ridurre i primi nella sua dipendenza. Egli aveva bisogno di tutte le sue forze per attaccare Malatesta, signore di Rimini, i di cui dominj stendevansi da Recanati fino ai confini del territorio di Forlì: era questo signore non meno formidabile pei suoi talenti politici e militari, che per le alleanze contratte colle repubbliche guelfe. Albornoz penetrò negli stati della Marca di Fermo, ed in gennajo sorprese la città di Recanati, che dichiarò libera sotto la protezione della chiesa[356].

Allora il Malatesta fece sentire ai signori dello stato ecclesiastico, che l'istante era giunto di mettere in disparte le antiche nimistà, e di unirsi per la comune difesa. La politica del legato era facilmente conosciuta. La chiesa non aveva maggiori motivi di muover guerra ai Malatesti, piuttosto che agli altri signori; ed ognuno doveva prevedere che sarebbe tosto o tardi attaccato. Il valoroso Francesco degli Ordelaffi, capitano o signore di Forlì, rinunciò il primo ad un'antica inimicizia che lo divideva dal Malatesti, e contrasse con questi una sincera alleanza; cui prese subito parte anche Raineri dei Manfredi, signore di Faenza. Gentile da Mogliano entrò ancor esso nella stessa lega, sorprese e cacciò da Fermo le truppe della chiesa introdottevi da lui medesimo, rimandò al legato il gonfalone che aveva da lui ricevuto; e diede pubblicità all'alleanza di fresco contratta coi signori della Romagna[357].