Era troppo tardi: il legato dopo avere sottomessa più che la metà dello stato della chiesa, trovavasi abbastanza forte per isfidare questa lega; altronde altri principi, meno preveggenti, cercavano ancora la di lui amicizia, e Ridolfo da Varano, signore di Camerino, chiese per sè il comando dell'armata che Gentile da Mogliano aveva rinunciato. Da principio Ridolfo fu sorpreso da Francesco degli Ordelaffi, e la sua armata rotta e dispersa[358]; ma egli si rifece da questa perdita, battendo poco dopo e facendo prigioniero Galeotto Malatesti, fratello del signore di Rimini, ed uno de' migliori capitani d'Italia[359]. Questa disfatta scoraggiò il Malatesta, che abbandonò il primo la lega da lui formata, e offrì condizioni di pace al legato; e perchè era d'origine Guelfo, le città guelfe lo raccomandarono alle generosità del cardinale Albornoz. Questi gli fece giurare fedeltà alla chiesa, gli accordò, mediante una leggiera contribuzione, per dodici anni il governo di Rimini, di Pesaro, di Fano e di Fossombrone; ma dichiarò libere sotto la protezione della chiesa Sinigaglia ed Ancona[360].
La sommissione de' Malatesti fu cagione dell'immediata ruina di Gentile da Mogliano. La città di Fermo gli si ribellò, ed aprì le porte al cardinale[361]. Raineri de' Manfredi, signore di Faenza, quasi chiuso nello stato di Bologna, non era per anco esposto agli attacchi del legato; ma Francesco degli Ordelaffi, capitano di Forlì, rimasto solo in guerra colla chiesa, doveva prevedere l'avvicinamento della burrasca, e vi si preparò coraggiosamente[362]. Egli si chiuse nella sua capitale, ed affidò alla consorte non meno di lui coraggiosa, la difesa di Cesena; non fece verun conto della crociata e della scomunica pubblicata contro di lui, e senza alleati osò solo disprezzare in queste due piccole città tutta la potenza della santa sede[363].
Prima che il cardinale legato potesse condurre la sua armata sotto Forlì, la rivoluzione scoppiata in una delle più potenti città dipendenti dall'alto dominio della santa sede, presentò nuova esca alla di lui ambizione, e gli offrì la speranza di nuova conquista. La santa sede aveva sopra Bologna gli stessi diritti che Albornoz aveva fatti valere rispetto alle altre città della Romagna; ma Bologna ubbidiva ai Visconti, e questi potenti signori non potevano essere spogliati come i piccoli principi d'Agobbio, di Viterbo e di Fermo. Il cardinale non dava indizio di nutrire progetti ostili contro Bologna; pure la vide con piacere tolta ai signori di Milano da un tiranno più debole, che sperava di potere all'opportunità spogliare di così ragguardevole città.
I Bolognesi soffrivano con impazienza la signoria de' Visconti, e fino dal giugno del 1354 avevano tentato di scuoterne il giogo: ma Giovanni Visconti d'Oleggio, cui l'arcivescovo di Milano aveva confidato il governo della loro città, scoprì la congiura ordita contro di lui, mandò al supplicio due de' principali cittadini, disarmò gli altri, e ridusse i Bolognesi in così servile condizione[364], che, nella guerra degli alleati contro i Visconti, Oleggio condusse nel territorio di Modena le milizie borghesi non d'altro armate che di bastone. Giunto al campo distribuì loro le armi per combattere, e dopo avere rotte le truppe del marchese d'Este, loro ritolse quelle armi, che lo avevano renduto vittorioso, per ricondurli in città col solo bastone in mano.
Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano, Bologna era toccata nella divisione dell'eredità a Matteo, il maggiore de' nipoti, e questi avea raffermato Oleggio nel suo governo. Ma i nuovi signori diffidavano di questo comandante, la cui politica e dissimulazione non erano minori del valore militare; oltrecchè il favore dell'arcivescovo, di cui era creduto figliuolo, lo aveva accostumato ai più ambiziosi progetti. Una gelosia di amore s'aggiunse a quella del potere in seno a Galeazzo, uno de' fratelli Visconti[365]. Essi determinarono di privare Oleggio della sua carica, ma questi avendo avuto sentore de' loro divisamenti prese le convenienti misure per conservarla loro malgrado.
I signori di Milano attaccarono da principio gli ufficiali subalterni che Oleggio aveva promossi; richiamarono da Bologna varj corpi di truppe, e citarono molti capitani innanzi ad un tribunale straordinario per rendere conto dei ladronecci ond'erano accusati. Pareva di già pendere sul capo loro una sentenza infamante[366], quando in aprile del 1355 un luogotenente di Matteo Visconti venne a chiedere a Giovanni d'Oleggio, in nome del signore di Milano, la consegna di Bologna con tutte le sue fortezze, ordinandogli in pari tempo di allontanarsene all'istante.
Oleggio si mostrò disposto ad ubbidire, e consegnò al suo successore le chiavi de' principali castelli, consigliandolo ad assicurarsene avanti che i Bolognesi avessero sentore dell'ordine ond'era incaricato. Quando il nuovo governatore fu appena uscito di città per eseguire questo consiglio, Oleggio ritenne in palazzo il 17 aprile i rettori e gli ufficiali di giustizia; vi fece pure chiamare tutti i cittadini, e loro annunziò, che i Visconti avevano determinato di togliergli il governo, dopo averlo forzato, diceva egli, a trattare i Bolognesi con una durezza tutt'affatto contraria al suo cuore. Essi soli, soggiugneva, erano colpevoli della sua precedente tirannica condotta; essi gli avevano chiesto altro sangue, ed oggi lo privavano della sua carica per punirlo della soverchia sua dolcezza. «Ho risoluto, disse finalmente, di sottrarvi al capriccio di questi tiranni; io abjuro i crudeli loro ordini, rinuncio alla loro ubbidenza. Consolate le vostre famiglie colla certezza che non avrete che me solo per vostro signore; o piuttosto dite loro che noi governeremo tutti assieme, imperciocchè, incominciando da questo giorno, i cittadini di Bologna divideranno col loro principe gli onori e le fatiche dell'amministrazione.»
I Bolognesi ascoltarono questo discorso con un cupo scoraggiamento; conoscevano l'Oleggio da molto tempo ed a lui solo attribuivano tutte le violenze che gli avevano veduto commettere. Quand'anche avessero potuto desiderare di ricuperare l'indipendenza sotto un così fatto signore, sospettavano che le sue parole velassero qualche coperto inganno, e temettero d'essere da lui sagrificati al signore di Milano. Scusaronsi lungo tempo dal prendere nessuna parte, sotto pretesto ch'erano senz'armi. Finalmente i Maltraversi ed i Ghibellini, più affezionati ad Oleggio, persuasero i loro concittadini, indifferenti di servire all'uno o all'altro de' tiranni cui erano venduti[367]. L'assemblea proclamò Giovanni Visconti d'Oleggio perpetuo signore di Bologna, ed in quella stessa notte furono restituite le armi ai cittadini.
In appresso Oleggio chiamò gli uni dopo gli altri i capitani delle truppe; comunicò loro le procedure di già incominciate contro di loro, facendo loro sentire, che la ribellione era omai il solo mezzo che loro rimanesse per salvare le loro teste[368]. Molti di costoro, attaccati da molto tempo alla sorte dell'Oleggio, abjurarono il partito de' Visconti, e gli giurarono fedeltà; ed un solo terzo, a dir molto, de' soldati ricusò di riconoscerlo per signore di Bologna. Oleggio li fece uscire di città, dopo averli disarmati, nominò altri rettori ossia ufficiali di giustizia invece di quelli che aveva ritenuti in palazzo; mandò con estrema sollecitudine contr'ordini a tutti i suoi castellani, perchè non aprissero le fortezze al nuovo governatore, e tutte furono salvate, tranne quella di Lucco. Gli alleati di Venezia, in guerra coi fratelli Visconti, si affrettarono di riconoscerlo e di promettergli soccorso; il marchese d'Este gli mandò immediatamente due cento cinquanta cavalli; in fine la mattina del 20 aprile Oleggio si trovò assoluto signore di Bologna, e la rivoluzione fu compiuta[369].