I Visconti, informati della ribellione del loro luogotenente, spedirono un'armata contro di lui[370]; ma non ottennero d'impadronirsi di Bologna per sorpresa, nè si trovarono abbastanza forti per intraprenderne il regolare assedio; onde le loro truppe si ritirarono, dopo aver guastato il territorio bolognese[371]; ed altri avvenimenti, più a loro vicini, rimossero questi principi dal fare per qualche tempo nuove intraprese.

Il maggiore de' fratelli Visconti, Matteo, non si prendeva quasi veruna cura del governo; perduto nelle dissolutezze non era circondato che da donne rapite ai loro mariti, o di fanciulle tolte ai loro genitori. Un giorno fece chiamare un assai rispettato cittadino di Milano, che aveva bella e giovane sposa, e gli ordinò sotto pena di morte di condurre egli stesso la moglie nel serraglio, ch'egli si era formato. Questo cittadino andò, piangendo, a raccontare a Barnabò Visconti l'insultante ordine che aveva ricevuto, implorando la sua protezione. Barnabò recossi subito da Galeazzo, altro suo fratello; essi conobbero di comune accordo che il popolo, spinto agli estremi dalla tirannia di Matteo, potrebbe punirli tutti egualmente de' suoi disordini. L'amor fraterno aveva poca influenza sul cuore di questi principi, e facilmente dava luogo all'interesse ed all'ambizione: lo stesso giorno la mensa di Matteo fu servita di quaglie avvelenate, ed all'indomani il maggiore de' tre signori di Milano fu trovato morto nel suo letto[372].

CAPITOLO XLIV.

La Dalmazia vien tolta dagli Ungari ai Veneziani. — Guerra de' principi Lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo dei Bussolari a Pavia.

1356 = 1359.

Abbiamo di già veduto il re d'Ungheria condurre successivamente due armate nel regno di Napoli per vendicare la morte di suo fratello. Abbiamo veduto questo monarca con un carattere cavalleresco, ma incostante, sommovere tutto il Levante d'Europa per vendicare la propria ingiuria, coprire la Puglia e la Calabria colle sue armate, stendere le sue devastazioni da un mare all'altro, confondere nella sua collera gl'innocenti coi colpevoli, e lordare la sua gloria colla morte di Carlo di Durazzo, colla prigionia de' principi del sangue, che riposavano sulla data fede; in appresso lo abbiamo veduto dimenticare tutt'ad un tratto il suo risentimento, riconoscere l'innocenza di Giovanna, senza alcun motivo di cambiare opinione, liberare i principi del sangue, perdonare a Luigi di Taranto, e rilasciare generosamente al regno di Napoli i rimborsi cui davagli pieno diritto la sentenza pontificia.

Il lungo regno di Luigi forma il più brillante periodo della storia d'Ungheria. Prima di lui questo regno era ancora barbaro, dopo di lui venne esaurito dalle guerre civili, o indebolito dai vizj della sua costituzione; ma finchè visse Luigi l'Ungheria figurò tra le prime potenze dell'Europa, dominò sui popoli schiavoni che la circondavano, si fece rispettare dalla Germania, e tenne l'Italia in timore e quasi nella sua dipendenza. Le costituzioni feudali hanno tutte un periodo di grandissima potenza, quello in cui i grandi hanno acquistata tutta l'energia che nasce in loro dalla propria situazione, senza che abbiano ancora sentita la loro indipendenza. Il re dirige in allora immense forze, che però non tarderanno molto a rivoltarsi contro di lui. Egli fa la guerra senza tesori e senza soldati, ed è ubbidito dai suoi vassalli soltanto a motivo de' feudi loro dati. Ma l'ubbidienza de' feudatarj non ha lunga durata; perciocchè non tardano ad accorgersi che i feudi non possono essere loro ritolti da colui che li diede, ed all'istante in cui pensano di scuotere il giogo, cessa il potere del monarca. Luigi d'Ungheria andò debitore di tutto lo splendore del suo regno assai meno al proprio carattere che alle circostanze in cui si trovò la nazione nel momento in cui usciva dalla barbarie. «Era (come racconta uno di que' contemporanei, che conosceva e giudicava accortamente degli uomini), era un principe di gran cuore, ardito, valoroso; grandi erano le sue intraprese nella prosperità; le avanzava caldamente, coraggiosamente ed ancora con alquanto di asprezza; sapeva incutere timore ai suoi baroni, nè loro permetteva di fare negligentemente i servigi che gli dovevano. Ma spesse volte intraprendeva grandi cose senza essere bastantemente preparato a condurle a termine, abbandonandosi alla propria fortuna, fidandosi nel coraggio de' soldati come questi confidavano nel suo, tanto più che le sue gentili e cortesi maniere gli assicuravano l'affetto de' sudditi. Più d'una volta diede prove di sollecitudine e di leggerezza nelle cose di somma importanza; e seppe meglio uscire dalle avversità, abbandonando le sue intraprese, che opponendo loro il suo coraggio e le sue virtù[373]

Le relazioni del re Luigi coll'Italia avevano avuto principio nel 1345 in occasione delle sue controversie coi Veneziani. La morte di suo fratello Andrea, e la guerra portata nel regno di Napoli, avevano sospesa la vendetta che voleva fare contro la potente repubblica di Venezia; ma i Genovesi avendo di nuovo ravvivata la sua animosità, egli aveva nel 1353 dichiarata la guerra alla signoria di Venezia, e minacciata ogni anno l'Italia d'una formidabile invasione.