La città di Zara in Dalmazia soffriva con impazienza il giogo de' Veneziani; più volte erasi ribellata contro di loro, ed altrettante aveva chiamato in suo aiuto il re d'Ungheria. I Zaratini o abitanti di Zara, e tutti i sudditi de' Veneziani in Dalmazia ed in Croazia, trovavansi legati agli Schiavoni ed agli altri sudditi di Luigi per relazioni di lingua, di costumi, di nome e di onore nazionale. Situati lungo le coste d'un paese, dal quale sembravano violentemente staccati, ed al quale erano attaccati per sentimento, nutrivano altrettanto odio pei Veneziani quanto era l'amore che portavano agli Ungari. Mentre i primi, per istabilire il loro dominio sul mare Adriatico, avevano quasi affatto distrutto il commercio e la navigazione dei Dalmatini, i secondi avrebbero potuto arricchire i loro porti destinati dalla natura a servire di mercato alle fertili campagne dell'Ungheria. Di già sette volte, stando agli storici ungari[374], la città di Zara erasi ribellata per darsi alla corona d'Ungheria; e, sebbene i predecessori di Luigi non fossero mai stati pacifici possessori di questa città o delle altre piazze marittime della Dalmazia e della Croazia, Luigi risguardava tutte queste fortezze come dipendenze della sua corona. Perciò le richiese ai Veneziani, ed ostinatamente rifiutò di transigere intorno a questi pretesi diritti, rigettando come oltraggiosa la proposta della signoria, che voleva calmarlo coll'offerta di un tributo, o di una somma di danaro. Dopo avere rimandati bruscamente Marco Cornaro e Marin Grimani, ambasciatori della repubblica, si apparecchiò ad attaccare simultaneamente da una banda Zara, Spalatro, Traù e Nona in Dalmazia, dall'altra Treviso, la sola città che Venezia possedesse di que' tempi nel continente d'Italia[375].
Luigi d'Ungheria aveva ordinato ai suoi baroni di adunarsi a Sagabria, sui confini della Schiavonia, e vi si recò egli medesimo nel mese di maggio. Ben tosto ebbe intorno tanta cavalleria, che l'intera Lombardia cominciò a considerare atterrita l'invasione ond'era minacciata[376].
Gl'Italiani, che nelle loro più importanti guerre radunavano rare volte più di tre mila corazzieri, potevano a stento figurarsi l'esistenza di un'armata di quaranta o cinquanta mila cavalli, quale era quella che il re d'Ungheria mise più volte in campagna. Erasi fino allora creduta cosa impossibile l'unione di tanta gente, e, vedendola unita, ogni stato disperava di poterle far testa. Ma le truppe assoldate dei Tedeschi, degl'Italiani, o de' Francesi, non rassomigliavansi in verun modo alle armate feudali degli Ungari, le quali non avevano fino allora fatta la guerra che a popoli tartari, e l'armatura e la disciplina loro non li rendevano capaci d'altre guerre.
A quest'epoca tutte le terre degli Ungari erano ancora feudi eventuali della corona; feudi che, a guisa delle starostie di Polonia, non venivano trasmessi da padre in figlio. Il re li dava e li ripigliava a suo piacere, o tutt'al più li lasciava al feudatario finchè viveva. In iscambio il barone obbligavasi a mettere in campagna un certo numero di cavalieri qualunque volta lo richiedesse il monarca. Tutti gli Ungari facevano la guerra a cavallo, ma questi cavalieri non avevano altre armi che un arco, delle frecce ed una lunga spada. Non portavano essi corazza, nè cotte di maglia, e le loro armi difensive riducevansi al solo abito, composto di un giubbone di cordovano coperto da un secondo, poi da un terzo e da un quarto cuciti assieme di mano in mano che il primo, di cui non spogliavansi mai, si andava consumando. La stoffa così raddoppiata e rinforzata dalla polvere medesima, ond'era impregnata, formava una specie di corazza, che difficilmente poteva sforarsi con una freccia o colla spada.
Gli Ungari, avvezzi a guerreggiare nei deserti contro i Bulgari, i Russi, i Tartari, i Serviani, accostumavano i loro cavalli a nudrirsi al pascolo senza scostarsi gli uni dagli altri. Le loro selle erano fatte in maniera da potere indifferentemente servire la notte al cavaliere per letto o per copertura. Ognuno di loro portava sul cavallo un sacco pieno di certa polvere fatta di carne secca, e quali possono presso a poco essere i nostri pani di brodo. Bastava far bollire una piccolissima quantità di tale polvere con molt'acqua per formarne grandi masse di gelatina sostanziosissima. In mezzo ai deserti gli Ungari si accontentavano di questo cibo; ma poichè guerreggiarono in paesi inciviliti, ove trovavano pane, vino e carni fresche, essi si annojarono delle insipide loro gelatine, e più non vollero farne uso. I campi non somministravano ai loro cavalli foraggi ugualmente buoni di quelli delle diserte praterie della Bulgaria e della Valacchia: le vittovaglie venivano chiuse entro le terre murate, che lungo tempo resistevano ai loro attacchi, e quanto più grande era il numero degli Ungari che passavano in Italia, più presto erano vinti dalla mancanza di munizioni e di foraggi[377].
Il re d'Ungheria si fece precedere da mille cavalli capitanati da Corrado di Wolfart, tedesco, che gl'Italiani chiamarono Lupo, e che aveva di già militato nel regno di Napoli. Lo accompagnavano i baroni di Bosnia ed il conte d'Aquilizia. Quest'avanguardia di una più considerabile armata giunse il 28 giugno del 1356 sotto Treviso[378]. Fantino Morosini era inallora podestà di questa città per la repubblica, e gli erano stati mandati tre provveditori per ajutarlo nelle presenti difficili circostanze[379]; i quali magistrati distrussero i sobborghi di Treviso, la grossa terra di Mestre, e tutti i villaggi, che credettero incapaci di difendersi. Intanto il re si avanzava con quaranta mila cavalli, e Francesco di Carrara, signore di Padova, sebbene alleato della repubblica, si affrettò d'accettare la neutralità offertagli dagli Ungari a condizione di somministrare le vittovaglie all'armata[380].
La vanguardia ungara si era lasciato a dietro il castello di Conegliano, destinato a chiudere l'ingresso del territorio trivigiano. Il re lo cinse d'assedio e lo prese l'undici luglio[381]. In appresso occupò subito Asolo e Ceneda, indi condusse tutta l'armata intorno a Treviso, Fortissime erano le mura di questa città, e circondate da larghe fosse piene di acqua. I minatori non potevano rendersi utili agli assedianti, perchè tutta quella campagna è così abbondante di sorgenti sotterranee, che non potevasi scavare quattro piedi sotto terra senza che le acque filtrassero nel cavo. L'armata ungara non aveva altri mezzi per impadronirsi di Treviso che quelli della fame e di un lungo blocco. Ma assai prima degli assediati cominciò il re a sentire la mancanza delle vittovaglie, perchè gli Ungari, insofferenti di disciplina, non rispettarono il territorio di Padova, e spogliarono i mercanti che portavano vittovaglie al campo. Più non si trovò persona che osasse continuare così pericoloso commercio, e gli assedianti si videro tutt'ad un tratto ridotti ad un'estrema carestia[382].
In pari tempo i Veneziani facevano al re le più vantaggiose proposizioni per ottenere la pace. Offrivano di rendere a Zara l'antica sua libertà, purchè la sua indipendenza venisse riconosciuta ancora dalla corona d'Ungheria. Proponevano di cedere al re alcune città della Dalmazia, di ritenerne altre, ma quali feudi della sua corona, cui pagherebbero un tributo. Luigi non volle ascoltare veruna delle proposte condizioni, e dichiarò che non accorderebbe la pace ai Veneziani finchè non gli rendessero tutta la costa dell'Illiria[383]. Ma era appena stato comunicato al senato cotale rifiuto, che un nuovo corriere gli portò la notizia della ritirata del re, e della liberazione di Treviso. Luigi, disgustato di così lunga intrapresa a motivo di qualche sedizione scoppiata nel suo campo, e della difficoltà di procurarsi le vittovaglie, il 23 agosto risolse di ritirarsi, e lo stesso giorno, ripassata la Piave, tornava in Ungheria con un'armata di cinquanta mila combattenti. Due mila cavalli si lasciava a dietro per guardare Conegliano[384].