Vero è che non si tardò a vedere che il re, abbandonando il territorio veneziano, non aveva perciò rinunciato alla guerra. Le tre armate gli erano sembrate troppo numerose per trovare viveri e foraggi; d'altronde il tempo del servizio feudale era troppo limitato, perchè potesse fare un'importante conquista avanti che i suoi baroni ritornassero ai loro focolari. Aveva perciò mutato il suo sistema; destinava molti grandi signori dell'Ungheria per succedersi gli uni agli altri, onde continuare la guerra ciascuno alla testa di cinque mila cavalli. E perchè il servizio feudale non era che di tre mesi, ogni capo di armata doveva passare due soli mesi sul territorio veneziano, ed impiegare il terzo per l'andata e pel ritorno. Il primo de' generali di Luigi giunse il 15 ottobre a Conegliano, ed attraversò il territorio di Treviso, senza che i Veneziani, che appena avevano tanta gente che bastasse alla custodia delle fortezze, osassero tentare di difendere la campagna col venire a battaglia[385].

Prima della ritirata del re d'Ungheria il doge Giovanni Gradenigo era morto l'otto agosto del 1356, e il 13 agosto i quaranta elettori gli avevano sostituito Giovanni Dolfino, che allora trovavasi provveditore a Treviso. La signoria fece chiedere al re d'Ungheria, se permetterebbe al nuovo doge di uscire dalla città assediata per venire a prendere le redini del governo, ed il re, che non veniva mai meno a coloro che fidavansi alla sua generosità, vi acconsentì all'istante[386].

La nomina d'un nuovo doge dava opportunità alla signoria di far nuove proposizioni di pace, ed i suoi ambasciatori vennero incaricati di offrire al re tutte le piazze della Dalmazia, ad eccezione della sola Zara; ma queste offerte furono di nuovo rifiutate. Allorchè gli abitanti delle città della Dalmazia ebbero notizia di queste offerte, quelli di Traù e di Spalatro vedendo che la repubblica era disposta a cederli al re, risolsero di prevenire il trattato di pace, e di cattivarsi il favore del re con una pronta sommissione, invece d'aspettare che fosse di loro disposto; attaccarono quindi all'improvviso le guarnigioni che la repubblica teneva nelle loro città, le disarmarono, ed aprirono le porte agli Ungari[387].

Nel 1357 il re Luigi continuò con accanimento la guerra contro i Veneziani; mantenne costantemente nel territorio di Treviso un'armata destinata a bloccare la città, ed a spogliare le campagne. In pari tempo il congresso de' baroni di Bosnia aveva condotta una seconda armata nella Dalmazia veneta, ed aveva assediata Zara, città fortissima, che i predecessori di Luigi avevano più volte assediata con infelice riuscita. Il congresso de' baroni di Bosnia si tenne un intero anno sotto le sue mura, e già disperava di riuscire nell'intento a forza aperta, quando la seduzione compì i suoi desiderj[388]. Due ufficiali tedeschi della sua armata ebbero segrete intelligenze col priore del monastero di san Crisogono contiguo alle mura[389]. Il priore, ch'era tedesco, provvide di scale i suoi compatriotti, ed introdusse gli assedianti nella sua chiesa; le guardie della vicina porta furono sorprese ed uccise, e l'armata ungara entrò in città per questa porta. La guarnigione veneziana, dopo una vigorosa resistenza, fu costretta a ripararsi nel castello[390].

I Veneziani, abbattuti da tante calamità e spaventati dalla perseveranza del loro nemico, risolvettero in ultimo di chiedere la pace al re d'Ungheria riportandosi per le condizioni alla di lui generosità. Scelsero ambasciatori tra i gentiluomini i più ragguardevoli, e fecero col mezzo loro pregare il re di stender egli medesimo un trattato, che promisero di sottoscrivere all'istante. Luigi, commosso da tanta confidenza, rispose, ch'egli non aveva fatta la guerra che per ricuperare le città spettanti alla sua corona. Queste sole egli domandava, e la rinuncia del doge e della signoria ad ogni titolo e diritto sopra le medesime. Soggiunse che non aveva bisogno di danaro, e che non voleva tributi, ch'era apparecchiato a rendere i castelli conquistati nel territorio di Treviso, perchè non pensava ad ingrandirsi con ingiusti acquisti, ma soltanto chiedeva, che, trovandosi egli obbligato a sostenere qualche guerra marittima, la signoria gli somministrasse ventiquattro galere, di cui pagherebbe egli le spese[391].

Queste condizioni vennero subito accettate dalla repubblica di Venezia, e la pace fra i due stati si pubblicò in febbrajo del 1358[392]. Il doge che, dopo la conquista di Costantinopoli, portava il titolo di duca di Venezia, di Dalmazia, di Croazia, e di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano, fu costretto, dopo questo trattato, e fino al 1387, in cui la signoria ricuperò la Dalmazia, di accontentarsi del più modesto titolo di duca di Venezia[393].

A quest'epoca molte guerre devastavano simultaneamente l'Italia, e perchè cominciate per diversi motivi e continuate indipendentemente le une dalle altre, ci è forza di separarne interamente il racconto. Mentre gli Ungari guastavano lo stato di Treviso, il limitrofo principato di Padova trovavasi in una guerra coi fratelli Visconti, che non aveva verun rapporto con quelle de' Veneziani e del re Luigi. I quattro principati di Padova, Verona, Mantova e Ferrara, eransi collegati, come fu detto altrove, per difendersi contro i signori di Milano, e, nel tempo che Visconti d'Oleggio avea fatta ribellare Bologna, egli pure era entrato in quell'alleanza, che talvolta abbiamo accennata sotto nome di lega di Venezia. Vero è che la guerra tra questi piccoli signori ed i Visconti trattavasi lentamente; alcune scorrerie di cavalli, che non miravano che a guastare il territorio, ruinavano i contadini, ed esponevano a tutti i disastri della guerra le terre aperte, senza recare verun decisivo vantaggio all'una o all'altra parte. Ma l'ambizione e l'orgoglio de' signori di Milano sollevarono ben tosto contro di loro nuovi nemici, che accrebbero le difficoltà della presente loro situazione.

Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, era da molto tempo l'amico e l'alleato de' Visconti; ma l'impunità di un'offesa fatta ad alcuni suoi ufficiali nello stesso palazzo de' Visconti, venne risguardata da lui come una prova della poca stima che questi orgogliosi signori avevano di lui, e bastò questo perchè egli si staccasse dalla loro alleanza[394]. Il marchese di Monferrato aveva accompagnato a Roma Carlo IV, ed il riconoscente monarca lo aveva nominato vicario imperiale in Piemonte e legittimati i suoi titoli alla signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino e di più di cento castella nominate nell'imperiale diploma[395]. Il marchese, di ritorno da Roma, rese più intima l'alleanza che da molto tempo univa la sua famiglia con quella de' Beccaria, che da quarantatre anni governava Pavia. Questa andava debitrice alla protezione dei Visconti della lunga sua signoria su quella città: e, strettamente parlando, i Beccaria erano piuttosto i luogotenenti che gli alleati dei signori di Milano. In una lunga pace avevano essi ragunate grandi ricchezze, e procurata una costante prosperità alla città da loro dipendente[396]. Posti tra i Visconti ed il marchese di Monferrato, eransi, per la vicendevole gelosia de' vicini signori, conservati più potenti di loro.

Assicuratosi dell'alleanza de' Beccaria, il marchese di Monferrato s'apparecchiò apertamente a fare la guerra ai Visconti; nè appena furono palesi le sue intenzioni, che tutte le città del Piemonte soggette a Galeazzo Visconti, Chieri, Chierasco, Asti, Alba, Valenza e Tortona, presero le armi per iscuotere l'odioso giogo di questi tiranni. Galeazzo opprimeva i sudditi colle imposte, pagava male i suoi impiegati, vendeva la giustizia e tormentava colla sua avarizia le province a lui toccate in sorte nella divisione[397]; mentre all'opposto il marchese di Monferrato era quello de' sovrani, sotto cui i Piemontesi desideravano di vivere. Onde nell'inverno del 1355 al 1356, tutte le città del Piemonte passarono sotto il suo dominio[398].