I Visconti per vendicarsi, invece di attaccare il Monferrato, volsero le loro armi contro i Beccaria, creduti più deboli del marchese. Fecero marciare nel mese di maggio una numerosa armata[399], la quale, cingendo Pavia d'assedio, alzò da tre lati tre ridotti di legno, allora chiamati bastie; pose in tutti una grossa guernigione, e si ritirò, lasciando la città così strettamente bloccata, che difficilmente poteva essere vittovagliata[400].
Eravi fondamento di credere che Pavia non avrebbe potuto difendersi lungamente. La famiglia dei Beccaria, che signoreggiava la città, aveva molti capi tra loro discordi, ognuno de' quali aveva fortezze ed alleanze particolari; anzi uno di loro, chiamato Milano, aveva abbandonato la parte ghibellina attaccata da lungo tempo alla propria famiglia, per unirsi ai conti di Langusco, capi de' Guelfi pavesi[401]. Una causa di ruina, ancora più immediata che la discordia della famiglia Beccaria, erano i depravati costumi de' principi e del popolo, l'immoralità, e la lascivia che i capi del governo ostentavano perfino nelle pubbliche feste[402].
Ma per rispingere gli attacchi de' Visconti un affatto inaspettato vigore venne comunicato ai Pavesi dalle prediche di un monaco repubblicano. Fra Giacomo de' Bussolari aveva in fresca gioventù abbandonato il mondo per consacrarsi ad una vita penitente sotto la regola di sant'Agostino. Dopo aver vissuto alcun tempo come eremita ne' deserti, era stato dai superiori del suo ordine rimandato a Pavia, sua patria. Fu colà incaricato di predicare il mercoledì delle ceneri nella sala del vescovado, ed aveva in tale circostanza mostrato tanta pietà, fervore ed eloquenza, che il popolo lo aveva supplicato di predicare ogni giorno tutta la quaresima, ed il vescovo glielo aveva ordinato. L'impudenza del vizio e la corruzione, di cui davano il più scandaloso esempio i giovani Beccaria, offendevano la sua anima pura ed elevata. Egli aveva predicato contro l'aperta incontinenza delle donne e contro l'usura, e la sua santa eloquenza era stata cagione di una visibile riforma ne' costumi de' cittadini[403]. I giovani Beccaria erano omai i soli che non pensassero a correggersi; mentre i capi della loro casa, Castellino e Fiorello, che temevano gli effetti dei vizj e delle dissensioni dei loro nipoti, eccitavano il monaco a predicare coraggiosamente ed a non risparmiare chicchefosse. Castellino Beccaria, ch'era ammalato, facevasi sempre portare in lettica alle sue prediche[404].
Infatti frate Giacomo più non si limitò ad attaccare i vizj privati; inveì dal pulpito contro quelli della nazione e contro quelli de' principi, contro la viltà de' cittadini, contro il loro egoismo, contro la loro tolleranza della schiavitù, contro la corruzione, l'ingiustizia e la crudeltà de' tiranni. Con questi discorsi risvegliò l'amore di patria ne' cuori in cui da lungo tempo era già spento, facendolo a bella prima agire contro i tiranni di Milano che in allora cercavano di rapire ai Pavesi l'indipendenza nazionale, come i tiranni domestici avevano loro tolta la libertà. Eccitò il popolo a riprendere, per sua difesa, le armi da lungo tempo deposte in mano di soldati mercenarj; chiese ed ottenne i soccorsi dal marchese di Monferrato; indi fece preparare delle scale, ed il 27 di maggio in sul fare del giorno sortì egli stesso alla testa d'un corpo di fedeli che aveva adunati nella chiesa e di cui avea fatta un'armata, e la condusse da valoroso capitano contro il primo ridotto de' Milanesi posto sul Ticino. I Tedeschi al soldo de' Visconti, che custodivano questo ridotto, sconcertati dall'impeto straordinario de' Pavesi, opposero loro breve resistenza; la bastia fu presa ed abbruciata, ed uccisi, fatti prigionieri o dispersi coloro che l'occupavano. Frate Giacomo avanti che s'intiepidisse l'entusiasmo de' suoi concittadini li condusse immediatamente ad attaccare il secondo ridotto dall'altra banda del Ticino, ove i Tedeschi, spaventati dalla disfatta dei loro compagni, non fecero maggior resistenza: dietro al secondo fu preso anche il terzo ed abbruciato come gli altri due. Dopo i ridotti vennero in potere de' vincitori diverse barche nemiche adunate sul Po dalla banda di Piacenza; e per tal modo fu in un solo giorno levato l'assedio di Pavia, e dispersi i soldati che vi teneva il nemico, quando tutta l'Italia credeva che quella città dovesse arrendersi[405].
I Visconti occupati a tale epoca in altre intraprese, non mandarono immediatamente nuove truppe contro Pavia. Mentre facevano la guerra nel Monferrato, e strignevano con un'altra armata i Gonzaghi nello stato di Mantova[406], cercavano di staccare dai suoi alleati e d'ingannare con proposizioni di pace Giovanni d'Oleggio, tiranno di Bologna, non lasciando in pari tempo di mantenere segrete intelligenze tra i suoi sudditi e i suoi soldati per togliergli il potere e la vita[407]. D'altra parte non erano tranquilli sull'avvicinamento della grande compagnia, la quale, condotta dal conte Lando, aveva abbandonato il regno di Napoli, poi, col favore d'un trattato fatto col cardinale Albornoz, attraversata, senza guastare le campagne[408], la Marca d'Ancona, e di là era entrata nelle terre di Bernardino da Polenta, signore di Ravenna[409]. Dopo avere spogliata questa provincia, e minacciato, quando l'uno e quando l'altro, tutti gli stati d'Italia, finalmente il 18 di settembre erasi posta al soldo della lega formata contro i Visconti dai signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Bologna[410].
Gli alleati, per accrescere riputazione alle loro armi, si volsero all'imperatore chiedendogli qualche soccorso. Carlo aveva avuta giusta cagione di dolersi dei Visconti, i quali nel suo ritorno da Roma avevano di lui mostrata non minore diffidenza che disprezzo, ed accolse con piacere l'opportunità di vendicarsi di loro, purchè potesse farlo senza correre verun pericolo e senza dispendio. Partendo da Pisa aveva colà lasciato Marcovaldo vescovo d'Augusta col titolo di vicario imperiale; questi era ormai stanco di soggiornare in una città ove non aveva alcun potere. Carlo gli concesse di recarsi all'armata della lega, a condizione di non fare uso del suo nome, e di non ispiegarvi la rappresentanza imperiale, se non quando l'armata degli alleati sarebbe abbastanza forte per assicurare la vittoria[411]. Il vescovo d'Augusta ch'era coraggiosissimo e cercava qualche occasione per farsi più nome, passò subito all'armata, di già ingrossata dall'unione della grande compagnia; vi fece spiegare lo stendardo imperiale, e, nella sua qualità di vicario dell'impero, citò i due fratelli Visconti al suo tribunale, accusandoli di ribellione contro il sovrano, di tirannide, di tradimento[412].
I Visconti rigettarono con disprezzo tale intima; risposero ne' loro manifesti che, essendo essi medesimi vicarj perpetui dell'impero, intendevano d'assoggettare l'arcivescovo a pena capitale per essersi posto alla testa di una banda di assassini[413]; ma gli effetti non corrisposero alle loro minacce. Mentre il vescovo d'Augusta, dopo essere passato in faccia a Parma, il 10 ottobre, senza trovare resistenza, stava disegnando il suo campo in distanza di cinque miglia da Piacenza, l'armata de' Visconti, composta di quattro mila cavalli tedeschi e brabantesi, ricusava di uscire dalla città, sotto pretesto che i soldati dell'impero non potevano portare le armi contro lo stendardo dell'imperatore, loro signore. Fatto è ch'essi non volevano combattere contro la compagnia, perchè tutti i soldati stranieri, che allora servivano in Italia, erano associati ai di lei profitti e da lei pagati, e volevano sempre avere aperto un rifugio nelle sue file quando venissero licenziati altrove. I Visconti dissimularono coi loro soldati, e non li congedarono, persuasi che sarebbero tutti all'istante passati nel campo nemico. Si accontentarono adunque di provvedere alla guardia della città, abbandonando al sacco le campagne[414].
Ma la grande compagnia non guerreggiava con migliore buona fede dei soldati de' Visconti. Invano il marchese di Monferrato, ch'erasi recato all'armata, affrettava il conte Lando a marciare sopra Milano e ad attaccare quella città, onde abbattere con un solo colpo tutta la potenza de' Visconti: la grande compagnia, acquartierata presso Maggenta, ruinava il paese, spogliava le campagne, disonorava le donne e le fanciulle, e rifiutava di marciare. Conobbe allora il marchese di Monferrato, che i soldati delle due armate erano fra loro d'accordo, e che, nella simulata loro guerra, non erano nemici che degli abitanti che ruinavano. Temette che questi mercenarj lo vendessero ai Visconti, che avevano posto una taglia sul di lui capo, ed abbandonò l'armata con cinquecento cavalieri, coi quali occupò Novara per sorpresa[415]. Azzo da Correggio, che militava sotto le medesime insegne s'allontanò pochi giorni dopo con settecento cavalli, per sorprendere Vercelli, ma la sua intrapresa andò a vuoto[416].
I signori di Milano avevano dato il comando delle loro truppe al vecchio Lodovico Visconti, loro parente; quel medesimo che nel 1322 aveva ristabilita la repubblica milanese, che nel 1327 aveva dato Galeazzo in mano a Luigi di Baviera, e che nel 1339 aveva condotta la terribile compagnia di san Giorgio a Parabiago contro il signore di Milano. Tra i grandi avvenimenti cui Lodrisio aveva presa parte, il suo carattere era equivoco, ma non era dubbioso il di lui valore, e verun italiano aveva saputo meglio di lui conciliarsi l'affetto ed il rispetto de' soldati tedeschi.
Tosto che questo vecchio generale si pose alla testa dell'armata, i mercenarj non osarono disubbidirgli; promisero di seguirlo ovunque volesse condurli, e di combattere contro la grande compagnia, sebbene portasse le insegne imperiali. Altronde aveva Lodrisio seco condotto un rinforzo di tre mila cavalli italiani, in tempo che l'armata nemica trovavasi indebolita per l'assenza del marchese di Monferrato, di Azzo da Correggio, e di mille duecento cavalli che questi avevano seco condotti. Il vescovo d'Augusta per tenersi in sicuro da ogni sorpresa, aveva cominciato il 13 novembre a portare l'armata al di là del Ticino, quando fu bruscamente attaccato da Lodrisio e posto in fuga, malgrado la più vigorosa resistenza. Egli stesso cadde nelle mani di Lodrisio con seicento de' suoi corazzieri. I vincitori avevano fatti prigionieri moltissimi altri cavalieri, e tra questi quasi tutti i capi della compagnia, il conte Lando, messer Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo; ma coloro che gli avevano fatti prigionieri erano tedeschi, tutti segretamente associati alla compagnia, onde li sottrassero ai loro generali, ed in appresso trovarono il modo di farli fuggire[417].