La gioja che questa vittoria dovette cagionare ai Visconti venne scemata dalla notizia che ricevettero poco dopo della rivoluzione di una delle più importanti città del loro dominio. Nell'imbarazzo in cui gli avea posti la guerra coi Veneziani, i Genovesi s'erano appigliati al duro partito di sottomettersi volontariamente all'arcivescovo di Milano; ma troppo erano essi attaccati alla loro libertà per rimanere lungo tempo sotto il giogo; tanto più che i nuovi signori di Milano avevano di già cercato di renderlo più pesante: risolvettero adunque di approfittare del presente imbarazzo de' Visconti, e non avendo ancora avviso della vittoria che questi avevano ottenuta il 13 sul Ticino, presero le armi il 15 di novembre, ed adunandosi alla voce di viva la libertà! morte ai tiranni! attaccarono il pubblico palazzo, ove il vicario dei Visconti non potè difendersi lungamente: egli fu costretto d'uscire di città co' suoi soldati. Allora i Genovesi mandarono a cercare a Pisa Simone Boccanegra, quello che pel primo era stato decorato del titolo di doge; lo installarono nuovamente in tale dignità e colle prerogative medesime accordategli la prima volta. I Pisani mandarono con Boccanegra un corpo di cavalleria, onde ajutarlo a rimettere la sua patria in libertà[418]. Le due Riviere si posero all'istante sotto l'ubbidienza del nuovo doge, tranne Savona, Ventimiglia e Monaco, che però egli sottomise successivamente colle armi[419].

Intanto il predicatore di Pavia, frate Giacomo dei Bussolari, dopo avere liberata la sua patria dall'armata dei Visconti che la stringeva d'assedio, aveva continuato a predicare contro la corruzione de' costumi e contro i vizj de' tiranni. I signori Beccaria, che avevano fatto plauso alle sue prediche, finchè le avea dirette contro i soli Visconti, loro nemici, cominciarono ad essere inquieti, quando lo udirono attaccare la tirannide in generale. Tutto il vantaggio che potevano da lui sperare, l'avevano omai ottenuto quando i Pavesi, riscaldati dai suoi sermoni, eransi impadroniti colla spada alla mano dei ridotti che chiudevano la città. Gli sforzi di Giacomo dei Bussolari per comunicare una nuova energia ad un popolo suddito, non potevano che riuscire dannosi ai padroni di quel medesimo popolo. I signori di Pavia determinarono adunque di farlo morire, e Castellino e Milano dei Beccaria s'incaricarono di assassinarlo; ma l'accorto frate scoprì, e rese vane tutte le loro pratiche. I cittadini, temendo per la vita del loro apostolo, formarono una guardia volontaria che lo accompagnava in ogni luogo, onde il Bussolari si rese più coraggioso nel rinfacciare ai Beccaria dall'alto del pulpito le loro crudeltà ed i precedenti omicidj[420].

Prima di tentare una rivoluzione nel governo, frate Giacomo volle avere l'assenso del marchese di Monferrato. Questo signore era stato da Carlo IV nominato vicario imperiale a Pavia, onde aveva un legittimo titolo per governare questa città, in tempo che il potere che si arrogavano i Beccaria era usurpato. Il monaco, sostenuto dall'autorità del marchese, fece nel suo primo sermone un quadro dei costumi depravati dei tiranni, della corruzione d'ogni giustizia e dell'avvilimento del popolo in tutte le città cadute sotto il dominio di un usurpatore: in appresso si fece a dimostrare da quanti delitti era stata macchiata Pavia dopo che i Beccaria avevano usurpato il sovrano potere; raccontò come poco era mancato ch'egli medesimo non fosse assassinato d'ordine de' tiranni; esortò i Pavesi a non sostenere più lungo tempo così vergognoso giogo, ed indicò dal pulpito venti cittadini che trovavansi tra gli uditori, i quali nominò capitani e tribuni del popolo. Ordinò loro di formare venti compagnie di cento uomini cadauna nel rispettivo quartiere; nominò pure quattro capi di questa milizia, e quand'ebbe finita la predica il popolo ratificò co' suoi suffragi le nomine fatte dal predicatore. Tutti gli eletti accettarono l'impiego loro affidato pel ristabilimento della religione e della libertà[421].

I Beccaria, che dal solo impero della parola si vedevano spogliati della propria autorità, senza un fatto d'armi, senza violenza, e soltanto perchè il popolo aveva cessato di ubbidire loro, non vedevano altro mezzo di ricuperare il perduto potere, che la morte di questo monaco sedizioso. Tentarono perciò di ottenere l'intento, ora colla sorpresa, ora coll'aperta forza, ma le guardie che il popolo aveva date al predicatore rispinsero costantemente i loro satelliti. Per ultimo s'addirizzarono ai Visconti, de' quali erano stati lungo tempo dipendenti, riconciliaronsi con loro, e cercarono il mezzo di aprire alle loro milizie le porte di Pavia. Ma il monaco, che teneva gli occhi aperti sui Beccaria, dopo avere dal pulpito informato il popolo de' loro complotti, mandò un centurione a Milano de' Beccaria, per portargli l'ordine d'uscire subito dalla città e dal suo territorio. Milano ubbidì tremando, e colla famiglia si ritirò in uno de' suoi castelli, ove ben tosto lo raggiunse suo fratello. Allora diedero ai Visconti tutte le fortezze che possedevano nel territorio di Pavia, assoldarono truppe e rinnovarono i loro intrighi in città perchè i loro partigiani ne aprissero le porte ai Visconti. Questa trama fu pure scoperta, onde dodici congiurati perdettero la testa, e tutti i Beccaria furono cacciati fuori di città[422].

Dopo questa rivoluzione i Visconti essendosi riconciliati con tutti i Beccaria, si tennero sicuri di poter occupare Pavia; e tentarono, se possibile fosse, di ridurre lo stesso monaco a rinunciare alla difesa de' suoi concittadini. Il Petrarca aveva strette relazioni con Giacomo de' Bussolari; egli rendeva giustizia a' suoi talenti, ed avrebbe dovuto amarlo perchè nemico della tirannide; ma Petrarca, sedotto dalle cortesie de' Visconti, viveva di que' tempi alla loro corte, e riceveva impieghi da costoro, sebbene fossero nemici della sua patria, della chiesa e dell'impero, sebbene macchiati di tutti i vizj e di tutti i delitti. A loro istigazione il poeta fiorentino scrisse a fra Bussolari una lunga lettera per esortarlo a predicare la pace e non la guerra, la sommissione e non la ribellione[423]. Per altro questa lettera, che non è che un tessuto di luoghi comuni, non ebbe sul predicatore pavese veruna influenza.

Fra Bussolari non accordò maggiore deferenza agli ordini che i Visconti gli fecero dare da alcuni superiori della sua religione, che trovavansi ne' loro dominj. Egli non si limitò a dirigere dalla cattedra i consigli della nuova repubblica, seguì la sua greggia in campagna, e protetto dal marchese di Monferrato, fece ricuperare ai Pavesi sul territorio milanese il raccolto, che avevano perduto nel proprio territorio[424].

I Visconti in tutto l'anno 1357 non opposero grandi forze ai cittadini di Pavia; avevano essi divisa l'armata loro in più corpi per combattere su tutti i punti delle loro frontiere più formidabili nemici che non erano i Pavesi. Nello stato di Modena i vantaggi furono compensati, e dopo varie battaglie le truppe de' signori di Milano si ritirarono senza aver mandati ad effetto i loro progetti[425]. Altri corpi d'armata erano opposti al marchese di Monferrato, altri ai Genovesi, e l'armata principale chiudeva alla grande compagnia l'ingresso del territorio milanese dalla banda di Mantova. Ma tutti i mercenari tedeschi erano segretamente associati a questa grande compagnia, onde non si battevano mai di buona fede; rifiutavano di avventurare contro la medesima una battaglia generale, e facevano andare a vuoto tutti i progetti de' signori cui servivano. Spesse volte mille o duemila cavalieri della compagnia avevano attraversata tutta l'armata de' Visconti, e guastato il territorio fin presso alle porte di Milano, senza che le forze infinitamente superiori che custodivano il milanese, li fermassero, o chiudessero loro la ritirata, quando ritornavano al campo carichi di bottino[426].

Stanchi i Visconti d'essere serviti da soldati senza fede, e scoraggiati dalla perdita di tutte le città del Piemonte, di Novara, di Como, di Pavia e di Genova, risolsero finalmente di chiedere la pace. Gli alleati non erano meno di loro stanchi della guerra, poichè già da tre anni le loro campagne venivano continuamente saccheggiate dai nemici o dai proprj soldati. Feltrino Gonzaga, uno de' signori di Mantova, offrì la sua mediazione alle potenze belligeranti, e la pace venne finalmente conchiusa in maggio del 1358, e pubblicata ne' primi giorni del seguente mese[427].

In virtù di questo trattato il marchese di Monferrato doveva restituire Asti ai signori di Milano, e Pavia doveva continuare a governarsi popolarmente; ma la lega degli alleati lombardi essendosi sciolta, ognuno di loro prese pochissimo interesse alla sorte de' suoi antichi alleati, e trascurò di far eseguire le condizioni che non lo risguardavano. I Visconti non rinunciarono alle loro pretensioni sopra Pavia, il marchese di Monferrato non restituì Asti, e la guerra si continuò in Piemonte ed in Lombardia; e soltanto invece d'essere sostenuta in comune da tutta la lega, il marchese di Monferrato e la città di Pavia rimasero soli esposti alle vendette de' Visconti[428].