In allora i signori di Milano mandarono una nuova armata per ricominciare l'assedio di Pavia; avvicinandosi la quale, temendo fra Bussolari che il palazzo dei Beccaria non servisse di fortezza ad alcuni loro partigiani, eccitò il popolo ad atterrarlo, ed a formare nel luogo, in cui altra volta abitavano i tiranni, una pubblica piazza. La folla, uscendo dalla predica, si precipitò verso questo palazzo, e lavorò con tanto ardore a demolirlo, che in poco tempo più non rimase pietra sopra pietra, ed ogni cittadino portò seco qualche parte de' materiali per conservarli quale monumento della caduta della tirannia[429].
Per sostenere la guerra era necessario il danaro, ed era inoltre necessario per pagare i sussidj al marchese di Monferrato, che solo era in istato di far levare l'assedio di Pavia. Frate Bussolari esortò i cittadini a sagrificare tutte le loro ricchezze alla difesa della patria, gli esortò a rinunciare al lusso degli abiti e delle pietre preziose, raccomandando loro di accontentarsi d'un sajo grossolano di color nero. La repubblica destinò ufficiali incaricati di reprimere il lusso delle donne, con ordine di stracciare gli abiti di quelle che si presentassero in pubblico con vesti ricamate, o di stoffa di seta. D'allora in avanti più non si videro vestite che d'un manto nero, e con un velo in sul capo. Tutti i loro giojelli furono mandati al frate, che li fece vendere a Venezia, onde impiegare il valore in difesa dello stato[430].
Frattanto i Visconti avevano bloccata Pavia, ed innalzate in faccia alle porte nuove bastie per levare agli assediati ogni comunicazione colla campagna. In luglio del 1359, il marchese di Monferrato sorprese queste bastie, e rinfrescò di vittovaglie la città assediata[431]; ma le forze de' signori di Milano erano tanto superiori quelle de' Pavesi, che malgrado questo piccolo successo, la città venne più stretta di quel che lo fosse mai stata prima. I conti di Langusco e tutti i Guelfi, in addietro esiliati, erano stati richiamati a Pavia; ma i Beccaria, vivendo ne' loro castelli, avevano riacquistata l'antica influenza sui Ghibellini delle campagne, di cui erano lungamente stati i capi. I campagnuoli, avendo poca parte all'amministrazione della repubblica, prendevano sempre minore interessamento all'indipendenza della loro patria che al trionfo del loro partito, e tutti coloro che non assistevano alle prediche di fra Bussolari, ponevansi volentieri sotto le insegne d'una famiglia che gli aveva governati molti anni. Tutto il distretto d'oltre Po, si sottomise ai Beccaria, tranne i castelli di san Paolo, Stradella e Cicognola; in appresso tutta la Lomellina si arrese ai signori di Milano, fuorchè i castelli di Brencida e Durno; per ultimo il terzo distretto al nord del Ticino, detto Campagna, venne occupato dai Ghibellini, ad eccezione del castello di Curbisto[432]. Il marchese di Monferrato più non poteva soccorrere i Pavesi, essendo egli stato indegnamente tradito dalla grande compagnia, che aveva di nuovo assoldata dopo una spedizione fatta da questa nella Romagna e nella Toscana, di cui dovremo parlare più abbasso. Il conte Lando lo aveva abbandonato per passare con mille cinquecento corazzieri nel campo de' Visconti, e poco poco gli aveva sviato tutto il rimanente della compagnia, che dopo la sua diserzione ubbidiva ad Anichino Bongarten[433].
Conobbe in allora frate Bussolari la necessità di dare Pavia ai Visconti, tanto più che una crudele epidemia, manifestatasi in città, abbatteva il coraggio degli abitanti. Stese egli stesso gli articoli della capitolazione. Assicurò ai Guelfi che aveva chiamati in Pavia, il diritto di risiedervi; ottenne la conferma del governo municipale da lui stabilito, e che doveva conservarsi sotto la sovranità de' Visconti. Ma egli sdegnò d'aggiugnere al trattato veruna condizione per sè medesimo, e mentre stipulava per la libertà della città, per la sicurezza de' cittadini e delle proprietà, non domandò nè meno una salvaguardia per la sua persona. Galeazzo Visconti accettò senza difficoltà queste condizioni, ma quando si trovò padrone della città e delle fortezze, dichiarò che nella sua qualità di vicario imperiale di Lombardia, non era legato da verun patto contrario ai diritti dell'impero o agl'interessi del fisco. Citò le leggi romane ed i giureconsulti che lo scioglievano dalle contratte obbligazioni; perciocchè d'ogni tempo trovaronsi uomini dotti, abbastanza vili per sostenere le più odiose massime del despotismo. Rimandò quindi al luogo del loro esilio i conti di Langusco ed i principali Guelfi di Pavia, abbrogò tutte le costituzioni municipali di questa città, e la sottopose al suo assoluto potere[434].
In mezzo alle loro calamità, avevano i Pavesi conservata tutta la loro venerazione per fra Bussolari; essi lo seguivano con sollecitudine e gli davano commoventi prove del loro rispetto e del loro amore. Ma quando Galeazzo Visconti tornò da Pavia a Milano seco condusse il monaco per allontanarlo dai suoi partigiani; e quando l'ebbe nell'assoluta sua dipendenza, fece formare contro di lui un processo dai superiori del suo ordine per titolo di disubbidienza ecclesiastica, e lo fece chiudere nella prigione del suo convento a Vercelli, ove quest'uomo degno di miglior sorte e di maggior gloria, terminò miseramente i suoi giorni[435].
I Visconti innalzarono in Pavia una fortezza, e vi posero grossa guarnigione per assicurarsi il possesso di quest'importante conquista. In pari tempo cercarono di spaventare i loro nemici cogli atroci tormenti che facevano soffrire a coloro che avevano la sventura di cadere nelle loro mani. Barnabò Visconti, il più crudele dei due fratelli, ordinò con pubblico editto a tutti i tribunali di prolungare quaranta giorni il supplicio de' colpevoli di delitti di stato. I tormenti non dovevano ricominciare che un giorno ogni due, e ne' giorni pari i dannati al supplicio venivano lasciati in un orrendo riposo. Il primo, il terzo, il quinto ed il settimo giorno dovevano ricevere cinque tratti di corda; due giorni si faceva loro bevere acqua mista di calce e di aceto; due giorni dopo aver loro strappata la pelle dalle piante dei piedi si facevano camminare sopra ceci; in appresso si cavava un occhio, indi l'altro; si tagliavano il naso, le mani, i piedi del condannato, e finalmente il quarantunesimo giorno quest'infelici erano tanagliati, e terminavano i patimenti sulla ruota. Molte vittime nel 1362 e 1363 furono condannate a quest'orrendo supplicio, ed il tiranno osò pubblicare la sua infernale ordinanza, che avrebbe dovuto contro di lui armare la chiesa e l'impero, e tutti i popoli, e gli stessi suoi vili ministri[436].
CAPITOLO XLV.
Affari della Toscana. — Rivalità di Firenze e di Pisa; guerra di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. — Sommissione della Romagna alla Chiesa.
1356 = 1359.