Non erano passati che pochi mesi da che l'imperatore Carlo IV erasi allontanato dalla Toscana, dopo avervi cagionate tante rivoluzioni, quando il capo de' Ghibellini in questa contrada, Pietro Saccone dei Tarlati terminò la sua lunga carriera. Esiliato da Arezzo, ov'era stato lungo tempo signore, Saccone risiedeva nel castello di Pietra Mala, antica fortezza di sua famiglia, posta in su gli Appennini. Colà stando, dirigeva le intraprese di tutti i Ghibellini delle montagne, eccitava tutti i movimenti che vedevansi scoppiare nelle meno potenti città della Toscana, in Arezzo, Cortona, Città di Castello, Borgo san Sepolcro e Chiusi, e stendeva altresì i suoi maneggi nel Mugello e nel Casentino, province che appartenevano a Firenze. Sebbene avesse più volte nelle battaglie dato prova del suo valore, egli aveva ancora maggior nome per i colpi di mano, per la piccola guerra e per l'arte di sorprendere le piazze. Giunto all'età di 96 anni sentì in principio del 1356 d'essere vicino a morte; e leggendo sul volto de' suoi servi la costernazione, fece avvicinare al letto Marco de' Tarlati, suo figliuolo. «Tu vedi, gli disse, che più non si dubita ch'io non sia prossimo al termine di mia vita; ed al certo che la notizia si è già sparsa tra i nostri nemici, e nell'istante in cui il vecchio Saccone prende congedo dal mondo, essi credono di non dovere più guardarsi da lui. Il castello di Gressa del vescovo d'Arezzo sarebbe per la nostra famiglia un'importante conquista; ecco qual è l'altezza delle sue mura, che io ho fatte misurare; attaccalo questa stessa notte dandogli la scalata, e fa che prima di morire io provi la gioja di saperlo in tuo potere.» Marco Tarlati lasciò il letto del moribondo, ed uscì di Pietra Mala con un ristretto numero di fedeli soldati. Valendosi delle indicazioni dategli dal padre, sorprese Gressa; ma gli abitanti che amavano assai il loro signore, presero le armi e costrinsero i Tarlati ad uscire con perdita dalle loro mura. Il vecchio Saccone visse abbastanza per avere notizia del cattivo successo dell'attacco da lui ordinato, lo che rese più penosi gli ultimi istanti del viver suo[437]. Finchè visse, gli Aretini non avevano mai osato di appigliarsi a vigorose misure per respingerlo, ma quando furono informati della di lui morte, afforzarono l'ingresso del loro territorio, ordinarono le loro milizie, e si posero in istato di più non temere i suoi successori[438].
Mentre la morte di Saccone liberava la repubblica fiorentina ed i suoi alleati dagli attacchi de' Ghibellini delle montagne, il partito di questi ultimi acquistava una più decisa influenza ne' consigli di Pisa, e turbava la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più potenti comuni di Toscana. I Pisani avevano imprigionato Paffetta, conte di Monte Scudajo, l'autore della ruina e della morte dei Gambacorti, facendolo custodire nella fortezza di Lucca, ed avevano esiliati alcuni de' suoi partigiani. Ma nell'istesso tempo avevano riconfermato l'esilio del rimanente della famiglia Gambacorti che si era domiciliata in Firenze; e non perdevano occasione di far conoscere quanto il partito dominante de' Raspanti fosse attaccato al partito ghibellino. Tutti gli abitanti de' castelli posti ai confini dello stato fiorentino, che in altri tempi avevano dato prove di zelo contro i Guelfi, erano sicuri d'essere favorevolmente accolti dal governo di Pisa. Venivano spesso segretamente eccitati a distinguersi con qualche ardito tentativo in vantaggio della loro fazione, ed alcuni Ghibellini di Sorana, castello di Val di Nievole, situato quattro miglia sopra Pescia, cedendo a queste sollicitazioni, abbandonarono la loro fortezza ad alcuni soldati pisani, i quali pochi giorni prima che ciò accadesse erano stati licenziati dalla signoria di Pisa, affinchè i Fiorentini non potessero incolparla di questa ostilità. I soldati avevano preso possesso di Sorana in loro proprio nome, e di là questi banditi infestavano coi loro ladronecci tutta la Val di Nievole, e cercavano di sollevare questa provincia[439].
Il governo di Pisa dichiarò a quello di Firenze di non avere avuta veruna parte nella presa di Sorana, e ch'egli non proteggerebbe i banditi che occupavano quel castello; ma in pari tempo offesero i Fiorentini in un modo più diretto, sebbene meno grave. Col trattato conchiuso tra i due popoli nel 1342 i Fiorentini dovevano essere in Pisa esenti da ogni gabella. Non pertanto i Pisani, sotto pretesto d'armare alcune galere per nettare il mare dai corsari, ordinarono in giugno del 1356, che tutte le mercanzie che entrerebbero nel loro porto pagassero un'imposta di due denari per ogni lira del loro valore[440]. Invano chiesero i Fiorentini che non si pregiudicasse la loro franchigia; non si volle far eccezione alla legge generale in favor loro. Questi rifiutarono di soggiacere a questa gabella, per timore che ad un'imposta da prima tenue, non tenessero dietro più gravose tasse. Altronde erano essi determinati a non essere i primi a dichiarare la guerra, tanto più che i magistrati di Pisa segretamente la desideravano, per far dimenticare le civili discordie. Tutti i mercanti e sudditi fiorentini ebbero allora ordine di terminare avanti il primo novembre i loro affari di commercio che avevano a Pisa, onde a tale epoca uscire tutti senza danni da questa città[441].
D'altra parte, vergognandosi la repubblica di Siena d'aver mancato di fede ai Fiorentini nel precedente anno, trattando coll'imperatore, fece loro proporre una stretta alleanza[442]. Dieci nuovi magistrati, detti i dieci signori del mare, erano stati incaricati di proteggere il commercio marittimo dei Fiorentini. Questi accettarono le proposizioni de' Sienesi, e formarono il progetto di sostituire, per le merci destinate per Firenze, al porto di Pisa quello di Telamone nella Maremma sienese. La signoria di Siena si obbligò di fortificare il porto di Telamone, di far riparare le strade, d'aprire ai mercanti fiorentini dei magazzini, e di rompere ogni comunicazione mercantile coi Pisani. Una corrisponsione di sette mila fiorini d'oro all'anno venne stabilita in luogo di qualunque gabella, ed i Fiorentini promisero di trasportare a Telamone tutti i banchi che avevano a Pisa e di mantenersi per dieci anni in questo nuovo stabilimento[443].
Quando i mercanti fiorentini abbandonarono Pisa il primo di novembre per ritirarsi a Telamone, il commercio della prima città cadde in un estremo languore. Tutti i mercanti delle altre parti d'Italia, stabiliti in Pisa, si videro forzati a trasportare altresì i loro banchi a Telamone, per continuare gli affari che avevano intrapresi coi Fiorentini. Gli artigiani di Pisa e tutti quelli che ritraevano il sostentamento loro dal commercio, si trovarono tutto ad un tratto spogliati d'ogni guadagno[444]; e le loro lagnanze determinarono la signoria ad abbandonare ogni pretesa, ed a fare ai Fiorentini, per richiamarli nella loro città, le più vantaggiose offerte, ma non furono accettate. Si volle far sentire ai Pisani che non avevano bisogno di loro, e che per castigare la loro arroganza non erano costretti di prendere le armi[445].
I Raspanti che governavano Pisa avrebbero preferita un'aperta rottura, perchè l'antico odio de' loro compatriotti contro i Fiorentini sarebbesi ravvivato nelle battaglie, e l'entusiasmo militare avrebbe fatto scordare i rimproveri che facevansi alla loro amministrazione. Vedendo tornar vane le loro pratiche per riconciliare i due stati, cercarono invece di provocare la signoria di Firenze, perchè fosse la prima a dichiarare la guerra. Tentarono di sorprendere il castello di Uzzano in Val di Nievole per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate con alcuni abitanti. I Fiorentini scoprirono le loro trame, raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono[446]. I Pisani d'accordo coi Genovesi, armarono in appresso alcune galere, per costringere le navi mercantili dirette verso i lidi della Toscana a dar fondo nel loro porto. Dopo avervele forzatamente fatte entrare, loro accordavano in città tutte le esenzioni riservate ai popoli più favoriti, senza levare la menoma tassa sulle mercanzie che venivano sbarcate per rispedirle altrove di transito. Altri mercanti sarebbersi lasciati forzare a far quello che tornava realmente a loro vantaggio; ma i Fiorentini piuttosto che approfittare della franchigia che loro offrivano i Pisani, fecero venire con grandissima spesa le loro mercanzie per terra da Venezia, da Avignone, ed ancora dalle Fiandre, mentre il loro governo faceva armare vascelli in Provenza per proteggere il loro commercio[447].
Nel tempo in cui le crescenti animosità delle due repubbliche facevano temere un'imminente rottura, un'inaspettata guerra scoppiò nell'altra estremità della Toscana tra la repubblica di Perugia ed il signore di Cortona. I Perugini non eransi sollevati ad un distinto rango tra i popoli d'Italia che nel decorso secolo; il soggiorno della corte di Roma al di là dei monti, aveva lasciato acquistare maggiore indipendenza alle città soggette alla chiesa. Vero è che la maggior parte erano cadute sotto il giogo dei tiranni; ma i Perugini che si erano costantemente conservati liberi, prosperarono in mezzo alle calamità dei loro vicini, ed erano succeduti a Bologna nel commercio e nelle ricchezze, dopo che questa città aveva, colla libertà, perduta anche la sua potenza. L'alto dominio dei papi sopra Perugia, lungi dal nuocere alla sua indipendenza, l'aveva anzi salvata dalle pretese degl'imperatori sopra le altre città libere. Intorno a questa potente città erano situati altri più deboli comuni, molti dei quali, venuti in mano di piccoli tiranni, trovavansi incapaci d'opporle una lunga resistenza quando fossero attaccati. Cortona città della Pieve, Todi, Chiusi, Assisi, Foligno e Borgo san Sepolcro dovevano successivamente cadere sotto il dominio de' Perugini, come Prato, Pistoja, Volterra, san Miniato e Colle erano cadute in potere dei Fiorentini[448]. Per dare esecuzione a questi progetti d'ingrandimento i Perugini attaccarono all'impensata il signore di Cortona in dicembre del 1357, sebbene fossero a lui legati con un trattato di pace fatto sotto la garanzia della repubblica fiorentina[449].
I Perugini prendendo le armi, cominciarono a lagnarsi pei primi, onde giustificare la loro mala fede. A Firenze i loro ambasciatori pretesero, che il signore di Cortona aveva tentato di sorprendere alcune loro castella. I Fiorentini, senza farsi carico di questi mendicati pretesti, intimarono alla repubblica, pel suo onore e per quello del partito guelfo, di rinunciare ad una ingiusta guerra[450].
Gli assalitori tenevano in Cortona segrete intelligenze che non riuscirono loro di verun vantaggio; e speravano che scoppiassero congiure in quella città contro il tiranno, che non era amato: ma i Cortonesi odiavano ancora più i Perugini che il loro signore, e si difesero coraggiosamente[451]. In febbrajo del 1358, ricevettero un soccorso di cento cinquanta cavalieri con pochi fanti da Siena, e questa repubblica promise in pari tempo di mandar loro fra poco più ragguardevoli sussidj.