Bartolomeo di Casale, signore di Cortona, erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, ed aveva ottenuto dalla medesima il diritto di cittadinanza[452]. Aveva presi i Sienesi per garanti del trattato precedentemente conchiuso coi Perugini; ed i Sienesi di già irritati dalla ribellione che i Perugini avevano contro di loro eccitata a Montepulciano, ad altro più non pensarono che a difendere con tutte le forze il loro alleato. Chiamarono al loro soldo Anichino Bongarten, gentiluomo tedesco, che aveva formata una compagnia di mille duecento avventurieri[453]; aggiunsero a questa truppa seicento corazzieri che avevano precedentemente al loro servigio, e facendoli attraversare i pantani delle Chiane, forzarono i Perugini a levar l'assedio di Cortona per andare a difendere il proprio paese[454].
I Perugini dal canto loro adunarono un'armata di forze quasi uguali sotto il comando di Smoduccio da san Severino. L'un popolo e l'altro desiderava di non venire a battaglia, ed i due capitani avevano ordine di cercare, se possibile fosse, gloria senza pericoli, minacciare e non combattere. Volle l'accidente che le due armate si scontrassero il 10 aprile presso a Torrita, e che gli avamposti cominciassero una zuffa che in breve si fece generale. I Sienesi furono battuti, ed il loro capitano Anichino di Bongarten fatto prigioniere[455]. I Perugini entrarono ancor essi nel territorio sienese, ed il 29 d'aprile si presentarono in faccia alla capitale. Per altro perchè bramavano la pace si astennero dal guastarne il territorio[456]. I Fiorentini vedevano con rincrescimento le due repubbliche consumare le loro forze le une contro le altre, onde offrirono la loro mediazione, e si sforzarono d'aprire qualche trattato; ma i Sienesi che avevano opinione d'essere il più orgoglioso popolo della Toscana, vollero, prima di negoziare, lavare la vergogna della disfatta sofferta a Torrita. Questo ardente desiderio di vendetta fece loro scordare gli interessi del proprio partito, quelli della libertà e delle antiche loro alleanze; chiesero soccorsi ai Visconti di Milano, nominarono capitano di guerra il prefetto di Vico, e per ultimo offrirono danaro alla grande compagnia del conte Lando per tirarla in Toscana, a condizione che accamperebbe un mese nel territorio perugino per guastarlo affatto[457].
La grande compagnia trovavasi allora in Toscana sui confini del Bolognese, ed era, in assenza del conte Lando, che aveva fatto un viaggio in Germania, comandata dal conte Broccardo e da Amerigo di Cavalletto. Era numerosa di tre mila cinquecento cavalieri, e di molta infanteria. Nel mese di luglio fece domandare il passaggio ai Fiorentini per recarsi nel territorio di Perugia. Il raccolto non era ancora terminato, e la repubblica non aveva forze da opporre a così formidabile compagnia. Pure risolse di vietarle l'ingresso in Toscana: fece di concerto coi conti Guidi ed Ubaldini fortificare i passaggi degli Appennini; e nello stesso tempo spedì ambasciatori alla compagnia per far valere un trattato col conte Lando, in forza del quale la compagnia non doveva entrare in Toscana che passati due anni[458].
Il conte Lando, che giugneva appunto allora dalla Germania, indusse gli ambasciatori fiorentini ad indicare alla compagnia una strada intorno ai confini toscani, onde attraversare le terre de' feudatarj, in mezzo agli Appennini, senza discendere nel piano fiorentino[459]. I condottieri per loro sicurezza in mezzo a queste montagne, ritennero come ostaggi gli ambasciatori, i quali erano stati scelti tra i più potenti cittadini della repubblica, e che avevano fatta questa convenzione senz'autorizzazione della signoria[460].
Ma gli ostaggi non bastavano alla sicurezza della compagnia, se questa attraversando le montagne provocava coi furti gli abitanti; ed i soldati avventurieri erano talmente indisciplinati, che anche per l'interesse loro non seppero astenersi dal rubare. Il 24 di luglio trovandosi accampati tra Castiglione e Biforco, essi saccheggiarono questi due villaggi, i di cui abitanti erano vassalli, i primi del conte Guido di Battifolle, gli altri del conte Alberghettino degli Ubaldini. Questi alpigiani, avvezzi ad affrontare i pericoli, si concertarono per castigare i ladri che gli spogliavano. All'indomani la compagnia doveva entrare in una stretta e chiusa valle, in fondo alla quale le acque d'un torrente si precipitano tra i dirupi. Da questa valle, che giace in mezzo alle più alte cime degli Appennini ed è lunga due miglia, si esce per un angusto passaggio detto la Scalella, ove un angusto e tortuoso sentiere sale verso una valle più alta attraversando praterie assai ripide.
L'armata del conte Lando era divisa in tre corpi quando giunse a questo passaggio. Gli ambasciatori fiorentini trovavansi coll'avanguardia comandata da Amerigo di Cavalletto. Questi attraversò la Scalella senza trovare ostacolo, e continuò la marcia. Il conte Lando, che comandava il corpo di battaglia, quando giunse allo stesso luogo trovò la sommità della Scalella occupata da ottanta contadini. Questo pugno di gente fermò il primo squadrone, che voleva passare, facendo ritolare grosse pietre sopra di lui. A questo segno si videro comparire sulla cima di tutte le montagne contadini armati, che signoreggiando la cavalleria rinserrata nell'angusta valle come in una prigione, la schiacciava sotto gli enormi massi di pietre che facevano precipitar giù dalla cima del monte. Invano il conte Lando mandò un corpo d'Ungari a piedi per mettere in fuga i montanari; gli Ungari furono respinti da que' precipizj, che non potevano sormontare, in fondo alla valle. Mentre ciò accadeva, il conte Brocardo, che comandava la retroguardia, entrava in questo periglioso ricinto; un gran masso staccato dall'alto del monte lo strascinò col suo cavallo nel torrente ove perì. L'universale disordine, lo spavento de' cavalli che s'impennavano in un'angusta strada, e l'inutilità de' loro mezzi di difesa, avevano di già scoraggiati i soldati, quando i contadini scesero da tutte le parti delle montagne, e senza interamente perdere il vantaggio del terreno, cercarono con lunghe picche o lance di spingere a basso ne' precipizj i soldati che trovavansi al di sotto di loro. Dodici montanari fecero prigioniero il conte Lando, di già ferito nella testa; ma, sedotti da una grossa taglia, gli permisero in appresso di fuggire a Bologna. Trecento cavalieri furono uccisi, e presi moltissimi, oltre mille cavalli da guerra, trecento palafreni ed un ricco bottino. Gli altri soldati gettarono fuggendo le loro armi e bagaglio, onde sottrarsi più presto al pericolo[461].
La sola vanguardia comandata da Amerigo di Cavaletto non aveva avuto alcun sinistro, ed era giunta presso a Belforte quando le fu recata la notizia della totale disfatta dell'armata che la seguiva. I soldati sottratisi al ferro o alla prigione, erano dispersi e non potevano in verun luogo fare resistenza, e questa terribile compagnia poteva essere affatto distrutta. I furti che aveva commessi in Castiglione ed in Biforco, annullavano le convenzioni con lei fatte; i conti Guidi ed i loro vassalli erano impazienti di attaccarli, ed i Fiorentini tenevano nelle montagne quasi dodici mila uomini sotto le armi. Amerigo, che conosceva il pericolo della sua posizione, condusse la sua truppa a Decomano e vi si fortificò, minacciando in pari tempo gli ambasciatori fiorentini, che faceva gelosamente custodire, di farli morire se non provvedevano alla sua sicurezza. La signoria diede bensì l'ordine d'attaccare a Decomano il rimanente della compagnia, ma gli ambasciatori per salvare la propria vita, lo contramandarono; fecero inoltre posare le armi ai contadini, e consigliarono Amerigo a fare quarantadue miglia, a traverso le montagne, in un sol giorno; per tal modo egli uscì dagli Appennini pel passaggio dello Stalo, e fu condotto nel territorio d'Imola. Colà fu raggiunto dagli altri della compagnia, caldi di vendicarsi dei Fiorentini. Questi, con riprovevole indulgenza, non punirono gli ambasciatori, che avevano di propria autorità rivocati gli ordini della signoria, e che per salvare la loro vita avevano esposto tutto lo stato[462].
La compagnia accantonata in Romagna ricevette ben tosto un rinforzo di due mila cavalli condotti da Anichino di Bongarten. Erano tutti i corazzieri tedeschi, che di comune accordo, avevano in agosto abbandonate le due armate de' Sienesi e de' Perugini per unirsi ai loro compatriotti a far vendetta insieme sui fiorentini dell'affronto che la milizia tedesca aveva ricevuto negli Appennini[463]; ma i Fiorentini avevano con ogni diligenza fortificato tutti i passaggi delle montagne, e provvedutili di milizie, di modo che la compagnia fu ritenuta in Romagna tutto il rimanente dell'anno, senza poter mandare ad effetto le sue minacce[464].
Frattanto i Fiorentini avevano approfittato della debolezza cui trovavansi ridotti, dopo la partenza della loro cavalleria, i Sienesi ed i Perugini, onde ridurre questi due popoli a fare la pace. La signoria di Firenze essendo stata da loro riconosciuta per arbitra, dettò l'ultimo giorno di ottobre le condizioni della pace in forma di sentenza. Accordò per quattro anni ai Perugini il diritto di nominare un podestà a Cortona; sospese per cinque anni il diritto di cui avevano goduto i Sienesi di nominare il podestà di Montepulciano; e guarentì per ogni altro riguardo l'indipendenza dei due più deboli comuni contro i due più forti. Questa sentenza arbitramentale non fu ricevuta senza riclami, ma venne osservata, e così fu ridonata la pace alla Toscana[465].