Ma a Firenze, siccome nell'antica Roma, le civili discordie succedevano continuamente alle guerre straniere. Appena cessate le inquietudini cagionate dall'avvicinamento della grande compagnia, e dalla guerra di Cortona, le interne turbolenze cominciarono ad agitare lo stato.
Tutti i cittadini non nobili, potevano, secondo le leggi di Firenze, giugnere indifferentemente alle pubbliche cariche. Non pertanto quanto più una famiglia era antica e numerosa, più rendevasi difficile ai suoi membri l'aver luogo nella signoria, perchè in virtù della legge del divieto due uomini dello stesso casato non potevano trovarsi insieme tra i priori, tra i buoni uomini, o tra i gonfalonieri; e per tal cagione quando un membro di una famiglia era in carica, egli escludeva tutti i suoi agnati, e questi ultimi, se la sorte li chiamava ad un impiego, perdevano la volta loro nell'estrazione della loro balla. Ora le antiche famiglie erano prodigiosamente numerose; le nuove per lo contrario non conoscevano nemmeno i loro parenti, e non portavano lo stesso nome. I primi erano continuamente respinti dal divieto; i secondi non lo erano mai: di modo che il governo andava poc'a poco a concentrarsi nelle mani d'uomini nuovi, quasi tutti ignoranti ed incapaci. Le antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che d'ogni tempo erano state fedeli al partito guelfo, lagnavansi, non senza ragione, d'essere soppiantate da gente, che in gran parte erano forse d'origine ghibellina.
Da principio i Ghibellini non meno de' Guelfi erano stati favorevoli alla libertà: molte repubbliche si erano dichiarate a favore dei Ghibellini, e molti tiranni si erano sollevati tra i Guelfi: ma dopo che la famiglia Visconti ebbe acquistata in Italia una decisa superiorità, si fece carico di favorire ad un tempo i Ghibellini e gli usurpatori, e di confondere il suo proprio partito con quello dell'autorità monarchica. Quando un Guelfo giugneva alla tirannide abbracciava il partito ghibellino per avere il favore dei signori di Milano; e quando una città ghibellina scuoteva il giogo del suo principe, spiegava lo stendardo dei Guelfi per entrare nell'alleanza de' Fiorentini. Perciò quando fu annunciato al popolo di Firenze che molti antichi Ghibellini avevano preso parte all'amministrazione, tutti gli amici della libertà ne rimasero costernati.
Eranvi a Firenze da quasi un secolo de' capi naturali e costituzionali della parte guelfa: erano questi i consoli di cavalleria, o capitani di parte, istituiti nel 1267 per amministrare i beni confiscati a pregiudizio de' Ghibellini. Due di questi capitani erano nobili, altri due plebei, ed ogni due mesi venivano rinnovati a sorte come i priori della repubblica. Coloro ch'erano entrati in carica in gennajo del 1358, erano uomini ambiziosi ed avidi, che seppero approfittare dell'inquietudine inspirata da loro stessi, per farsi accordare la più pericolosa autorità. Fecero sanzionare una legge, in forza della quale qualunque Ghibellino che accettasse pubblico impiego dovesse essere dal podestà condannato ad una pena arbitraria dalle 500 lire fino alla perdita della vita. La denuncia doveva ritenersi come provata quando fosse appoggiata a sei testimonj; il diritto di esaminare questi testimonj, e di giudicare intorno alla loro credibilità veniva esclusivamente attribuito ai capitani di parte ed ai consoli delle arti; finalmente il cittadino una sola volta condannato ad un'ammenda, s'intenderebbe per sempre escluso da ogni pubblico ufficio[466].
Poco dopo la pubblicazione di tale legge, si sparse voce in Firenze che i capitani di parte avevano fatta una lista di settanta cittadini che volevano accusare. I primi che trassero in giudizio erano effettivamente Ghibellini, ma tutta la città fu spaventata dalle forme tenute dal nuovo tribunale nel fare il loro processo, siccome quelle che attentavano ai diritti ed all'esistenza di tutti[467]. I Guelfi più zelanti pretendevano di voler salvare con tanto rigore la minacciata libertà; ma tutti gli altri cittadini chiedevano che si modificasse la legge. Dopo calde dispute si convenne di mutare non la legge ma la magistratura di parte guelfa, onde renderla più popolare. Furonvi introdotti due nuovi cittadini, rendendo accessibili a tutti i nobili le due piazze per lo innanzi riservate a due cavalieri, e quando i capitani di parte avessero con due terzi dei suffragi dichiarato ghibellino un cittadino, era loro ingiunto di ammonirlo a non accettare impiego sotto pena d'essere accusato. In tal modo le persone sospette si allontanarono dalle cariche senza assoggettarle ad una pena[468]; ma una classe di malcontenti, detti gli ammoniti, venne in alcun modo esclusa dai diritti di cittadinanza. E per tal guisa, mentre la costituzione aveva cercato di rendere tutti i cittadini uguali, le due opposte parti cercavano vicendevolmente di privarsi de' loro diritti, impiegando il divieto contro le antiche famiglie, e l'ammonizione contro le nuove[469].
Questo stesso anno 1358 venne contraddistinto da molti trattati di pace conchiusi quasi nello stesso tempo in tutta l'Europa. L'Inghilterra fece la pace colla Scozia, ed il re Davide Bruce uscì di prigione; il re Giovanni di Francia, prigioniere a Londra, conchiuse pure, con Edoardo III d'Inghilterra, un trattato che poi non fu accettato dal suo regno; Pietro il crudele di Castiglia, fece la pace con Pietro il ceremonioso d'Arragona; la repubblica di Venezia col re d'Ungheria; i Visconti colla lega de' signori della Venezia; il re di Napoli con suo cugino il duca di Durazzo, che gli si era ribellato; finalmente i Perugini coi Sienesi. Le controversie tra Pisa e Firenze non avevano prodotte aperte ostilità, ma i Fiorentini avevano armate quattordici galere provenzali o napolitane colla loro bandiera, e sebbene senza porto e senza marina facevano rispettare la libertà dei mari[470]. I Pisani avevano lasciato d'inquietare il loro commercio, riconosciuta la franchigia del porto di Telamone, e permesso ai loro mercanti di portarvi le proprie merci, e di comperarvi quelle che loro abbisognavano[471].
La sola Romagna non venne compresa in questa quasi universale pace dell'Europa; e la chiesa teneva dietro con calore in questa provincia al suo progetto di spogliare tutti i tiranni dell'usurpato potere, riducendo le città dello stato ecclesiastico nella sua dipendenza. Il 10 ottobre del 1356 Giovanni Manfredi, signore di Faenza, erasi sottomesso al legato Egidio Albornoz; gli aveva aperte le porte della sua capitale e di tutte le fortezze, ritirandosi egli a Bagnacavallo, il solo di tanti suoi feudi che la chiesa gli lasciava[472]; Francesco degli Ordelaffi, signore o capitano di Forlì, era rimasto solo contro tutte le forze del legato, altra risorsa non avendo che il suo coraggio, quello di sua consorte, e l'interessata amicizia dei capi della grande compagnia.
Gli abitanti di Forlì, circondati da nemici così potenti, presentaronsi a Francesco degli Ordelaffi. «Noi abbiamo sempre per la tua casa, gli dissero, lo stesso amore, di cui abbiamo dato prove in altre circostanze. Quando i tuoi antenati trovaronsi al par di te esposti alle umane vicende e furono esiliati dalla loro patria, gli abbiamo ajutati colle nostre ricchezze e col nostro sangue per farli rientrare in casa loro e restituir loro la sovranità. Noi siamo disposti a fare lo stesso per te, tostocchè ci si presenterà favorevole occasione; ma ora ti preghiamo di considerare che, rimasto solo contro il legato della chiesa, non puoi sperare di sostenerti lungo tempo, onde al presente sagrificheremmo inutilmente per salvarti i nostri beni e le nostre persone.» L'Ordelaffi, udite queste parole, si avanzò verso di loro e disse: «Voglio che voi apertamente conosciate le mie intenzioni. Io non tratterò colla Chiesa che a condizione di conservare Forlì, Cesena e tutte le altre terre da me possedute. Sì, ho stabilito di conservarle e difenderle fino alla morte. Sosterrò da prima un assedio in Forlimpopoli, in Cesena, in tutti i miei castelli; quando gli avrò tutti perduti difenderò le mura di Forlì, poi le sue strade, le piazze, il mio palazzo e l'ultima torre del mio palazzo, piuttosto che acconsentire a nulla cedere di quanto mi appartiene»[473].
Ordelaffi affidò la difesa di Cesena a sua moglie Cia, ossia Marzia degli Ubaldini, figliuola di Vanni, signore di Susinana[474]. Delle poche truppe che aveva al suo soldo parte ritenne per sè, parte diede alla consorte, cui assegnò per consigliere un uomo, creduto fedele, Sgarino di Pietra Gudula, ordinandogli di difendersi fino all'ultima estremità. Marzia si chiuse in Cesena in principio del 1357 con sua figlia di già nubile, un figlio e due nipoti ancora fanciulli, le due figlie di Gentile da Mogliano già signore di Fermo, e cinque damigelle. Avea per difendersi duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, e ben tosto fu attaccata da un'armata dieci volte più numerosa della sua. Cesena è divisa in due parti, la città superiore, detta la Murata, è cinta di mura, e la città bassa ancora a quest'epoca era appena suscettibile di difesa. In sul finire d'aprile gli abitanti aprirono quest'ultima ai nemici; ma Marzia ritirossi nella città alta con tutti quelli che non mancavano di coraggio[475]. Ben tosto scoprì che il suo unico consigliere, il confidente di suo marito, manteneva colpevoli intelligenze coi nemici, e gli fece troncar il capo sulle mura. D'allora in poi supplì ella sola a tutte le incumbenze di governatore e di capitano; più non depose la corazza, ed i nemici la videro sempre alla testa de' soldati[476].