Frattanto l'Italia tutta era partecipe dello sdegno de' Fiorentini contro questa associazione formata per assassinare, la quale da tredici anni rubacchiava le province, tradiva i sovrani e copriva di vergogna la milizia italiana. Questo sentimento fece accorrere in ajuto de' Fiorentini un gran numero di valorosi che cercavano opportunità di combattere contro i Tedeschi. Il conte di Nola di casa Orsini, condusse a Firenze trecento corazzieri mandati dal re di Napoli, e ben tosto gli tennero dietro dodici cavalieri napoletani, che avevano a loro spese formata una compagnia di cinquanta uomini[493].

Dopo essersi trattenuta alcun tempo a Bettona ed a Todi, la grande compagnia scese nel territorio di Siena, ed il 25 di giugno si avanzò fino a Buonconvento e Bagno a Vignone. Il 29 giugno i Fiorentini trassero la loro armata in campagna, e le si diede lo stendardo con grande ceremonia. Il capitan generale, Pandolfo Malatesti, avendo ricevuto lo stendardo reale dalle mani del gonfaloniere di giustizia, lo passò a Nicola de' Tolomei da Siena, che in allora trovavasi ai servigi della repubblica; confidò l'insegna de' figliuoli perduti ad un tedesco, detto Rolando, che da lungo tempo era al soldo de' Fiorentini, mostrando in tal modo, che facendo guerra agli avventurieri tedeschi, la repubblica non lasciava di continuare a por fede in coloro che le si erano mantenuti fedeli. L'armata contava quattromila cavalieri ed altrettanti pedoni, tutta gente scelta e comandata da buoni ufficiali. Pandolfo, munito di pieni poteri, partì senza che gli fossero dati nè consiglieri, nè sopravveglianti, ed andò ad accamparsi sulla Pesa per far testa ai nemici[494].

La compagnia che, sempre minacciando i Fiorentini, tenevasi rispettosamente lontana dal loro territorio, passò dietro Siena ed entrò per le Maremme nello stato di Pisa. L'armata fiorentina mutò allora posizione, e venne ad accamparsi a Montopoli. In appresso la compagnia s'avanzò fino a Pontadera sull'estremo confine pisano, e l'armata fiorentina andandole incontro, trovaronsi due sole miglia distanti l'una dall'altra. Ma i Fiorentini, ch'erano in pace coi Pisani, non volevano violarne il territorio; ed il conte Lando, sebbene il terreno non presentasse maggior vantaggio all'una o all'altra parte, non osò attaccare l'armata di Pandolfo. Dopo essersi tenuto cinque giorni in presenza di que' nemici, che aveva sì lungo tempo minacciati, il 10 luglio trasportò il suo quartiere a san Pietro in Campo nello stato di Lucca, girando in tal modo intorno alle frontiere fiorentine senza porvi mai piede. Pandolfo all'indomani prese posto alla Pieve a Nievole, nella stessa campagna, ma sul territorio fiorentino. Il paese che divideva le due armate era aperto e proprio a dar battaglia[495].

Il 12 luglio si videro giugnere al campo fiorentino alcuni trombetti del conte Lando, che portavano sopra rami di spine un guanto stracciato e sanguinoso. Uno di loro consegnò al generale una lettera colla quale il capitano della compagnia invitava quello che avrebbe cuore di combattere a togliere dal ramo spinoso il guanto tinto di sangue, che i tedeschi mandavano al fiorentini. Pandolfo in presenza di tutta l'armata levò il guanto ridendo, e dichiarò di essere pronto a difendere sul campo di battaglia il nome, la giustizia e l'onore della repubblica fiorentina. Fece bevere i trombetti e loro diede del danaro, poi li fece accompagnare colle trombe fino ai confini. Mentre si stava in attenzione della battaglia, Biordo e Farinata degli Ubertini, ch'erano esiliati come ribelli, giunsero al campo fiorentino con trenta cavalieri e chiesero che si facesse loro l'onore di riceverli tra i difensori della repubblica. Furono accolti con riconoscenza, e Biordo essendo morto non molto dopo, fu pomposamente seppellito a Firenze a spese dello stato.

Il 16 luglio Corrado Lando si mosse alla fine mostrando di volere attaccare l'armata fiorentina; e Pandolfo, avutone avviso, si avanzò dal canto suo per iscontrarlo. Ma quando Lando giunse ad un rialto circondato da torrenti e da rive scoscese, in allora chiamato campo alle mosche, fece alto, ed invece d'attaccare coloro che aveva sfidati, vi si fortificò con fosse e palafitte.

Allora i Fiorentini s'avvicinarono fino a minore distanza d'un miglio dai nemici; ma essi volevano tirarli nel piano non assalirli ne' loro trincieramenti; onde fecero avanzar alcune truppe leggiere per scaramucciare fino ai piedi delle palafitte. D'altra parte la compagnia trovavasi sul territorio pisano già da più di venti giorni oltre il tempo convenuto, e cominciava a sentire mancanza di vittovaglie. Il conte Lando sapeva che i Fiorentini spedivano infanteria sulle montagne per tagliargli la ritirata; onde risolse subitamente di bruciare il suo campo il 23 luglio avanti giorno, e di ritirarsi a precipizio sul Colle alle donne posto nel territorio di Lucca, abbandonando vergognosamente il cominciato attacco, e lasciando ai Fiorentini tutta la gloria della campagna.

Fu con una più sanguinosa prova del loro valore che gli svizzeri, un secolo più tardi, rispinsero una compagnia della stessa natura, e che alla battaglia di san Giacomo, in riva alla Birs insegnarono agli Armagnacchi a rispettare i confini di un popolo libero[496]. Ma sebbene i Fiorentini in quest'occasione dessero piuttosto prova di fermezza che di valor militare, il coraggio con cui fecero testa alla compagnia, tenne luogo per loro d'una vittoria; perciocchè abbattè per sempre l'orgoglio de' mercenarj, mise un termine alle loro ribalderie, e liberò la repubblica da un vergognoso tributo ch'essa era stata forzata a pagar loro. Gli altri stati d'Italia impararono altresì in quest'occasione, che la sicurezza si trova meglio nella resistenza che nella sommissione; perchè gli assassini che non combattono che per la preda, inseguono coloro che fuggono, e s'allontanano da quelli che si apparecchiano alle difese[497]. La compagnia scoraggiata e coperta di vergogna si disperse in gran parte dopo la fuga dal campo alle mosche. Il rimanente, sotto la condotta del conte Lando e di Anichino Bongarten, passò al servigio del marchese di Monferrato[498].