Pandolfo Malatesti fu ricevuto a Firenze in trionfo allorchè v'andò a deporre il bastone del comando; egli tornò in appresso a Rimini colmo de' presenti della signoria. Per altro i Fiorentini non risguardarono la guerra come affatto terminata per la fuga della compagnia. Quando seppero ch'erasi posta al soldo del marchese di Monferrato, e che ostilmente entrava nel territorio di Barnabò Visconti, spedirono a questi mille cavalieri sotto la loro bandiera per ajutarlo a difendersi contro questa truppa di assassini, di cui ad ogni costo volevano purgare l'Italia[499]. Vero è che non hanno potuto combatterli lungo tempo, imperciocchè il conte Lando, non ismentendo la sua ordinaria infedele condotta, abbandonò il marchese di Monferrato, cui erasi obbligato di servire, ed in ottobre passò con mille cinquecento corazzieri nello stesso campo di Barnabò Visconti, ove militavano i Fiorentini[500]. Poco dopo traviò ancora il resto della compagnia, che sotto gli ordini d'Anichino Bongarten era rimasta ai servigi del marchese. Questa doppia diserzione rendendo preponderante la potenza de' Visconti produsse la sommissione di Pavia, come abbiamo già osservato, e l'ingresso in Italia degl'Inglesi, come ausiliarj del marchese di Monferrato, de' quali parleremo nel susseguente capitolo.

Dopo che la compagnia ebbe abbandonata la Romagna, Francesco degli Ordelaffi continuò per due altri mesi a difendersi in Forlì contro il legato. Ma quando perdette la speranza de' soccorsi della compagnia, fece col mezzo del signore di Bologna tasteggiare Albornoz, ed essendo stato assicurato che verrebbe generosamente trattato, si arrese il 4 luglio del 1359 senza capitolare. Si presentò da penitente in un parlamento che il legato aveva adunato a Faenza; confessò tutti i suoi torti verso la chiesa romana, e si sottomise ad espiarli colle cerimonie che gli furono prescritte, visitando certe chiese di Faenza in un determinato numero di giorni, ed egli continuò questa penitenza fino al 17 luglio. In tale giorno il cardinale Albornoz gli rese la comunione ad Imola, ed in pari tempo annullò tutte le sentenze contro di lui pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Sua moglie Marzia, i suoi figli ed i prigionieri fatti a Cesena, furono posti in libertà, e furono a Francesco accordate per dieci anni le signorie di Forlimpopoli e di Castrocaro[501]. Così terminò la guerra della Romagna, e tutta questa provincia rientrò nell'ubbidienza della chiesa romana[502].

CAPITOLO XLVI.

Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. — Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. — Congiure a Firenze, a Pisa, a Bologna ed a Perugia.

1359 = 1361.

In tutto il tredicesimo secolo e ne' primi anni del quattordicesimo, la città di Bologna contavasi tra le più potenti repubbliche d'Italia. La sua ricchezza, il commercio, la numerosa popolazione ed il fiorente stato della sua università, la facevano rispettare dai suoi vicini, e temere dai suoi nemici. Ma quando nel 1337 Bologna venne in potere della casa de' Pepoli, cadde in uno stato di languore, di debolezza, di miseria, che andò sempre peggiorando nelle susseguenti rivoluzioni. Il dominio de' Visconti era stato più oppressivo di quello de' Pepoli, e la tirannide di Giovanni d'Oleggio ancora più pesante che quella de' Visconti. Eppure Oleggio aveva fama di essere uno de' più accorti politici del suo secolo, ed era risguardato qual uomo che in sè riuniva tutte le qualità proprie a far prosperare un tiranno. Erasi egli proposto di farsi temere dai cittadini ed amare dai soldati, ed aveva perciò sagrificati i primi agli ultimi, i deboli ai potenti. La sua vigilanza non era mai stata sorpresa, sebbene dovesse guardarsi dai Visconti, i più perfidi signori d'Italia, i quali profondevano il danaro per comperar traditori, facendo contro di lui nascere cospirazioni ad ogni istante. Ma Oleggio aveva sventate tutte le loro trame, e mentre aveva puniti coi più atroci supplicj i Bolognesi, suoi sudditi, aveva talvolta perdonato ai soldati complici delle medesime congiure con una generosità cavalleresca. Così mostrossi clemente verso uno dei figliuoli di Castruccio che l'aveva tradito, e questa affettata clemenza gli aveva guadagnato l'amore de' suoi soldati. Rispetto al popolo, poco temeva il suo odio; egli tenevalo disarmato, e confortavasi delle sue maledizioni, poichè lo vedeva ubbidiente.

Con non minore destrezza aveva l'Oleggio diretta la sua esterna politica. Quando la cura della sua difesa, rinforzata dall'ambizione, lo aveva consigliato ad usurpare la signoria di Bologna, egli era entrato nella lega de' principi lombardi contro i Visconti, di cui aveva in allora scosso il giogo; aveva presa una parte attiva nella guerra, e col suo zelo pei comuni interessi erasi meritata la stima degli alleati. Nella pace del 1358, fatta tra la lega ed i signori di Milano, Oleggio era stato riconosciuto da questi quale sovrano indipendente, onde aveva cercato di ravvicinarsi ad una famiglia cui apparteneva. Nè solo aveva fedelmente osservati i trattati coi Visconti, ma loro aveva recentemente spediti sei cento corazzieri, di cui si valsero utilmente contro il marchese di Monferrato. D'altra parte aveva l'Oleggio assecondato il legato Egidio Albornoz nella sua spedizione di Romagna, gli aveva somministrati soldati, ed in appresso erasi fatto mediatore del suo trattato coi signori di Faenza e di Forlì. Per ultimo egli aveva resi i più importanti servigi al conte Lando, che, come capo della grande compagnia, non era al certo il più debole de' suoi alleati. Aveva, dopo la rotta di Scalella, strappato questo capitano dalle mani degli Alpigiani, l'aveva fatto guarire dalle sue ferite ed ajutato ad adunare di nuovo la sua truppa. Oleggio era in pace, era alleato con tutti i suoi vicini; ma veruna fede, veruna promessa, veruna riconoscenza lega i tiranni; e quando il signore di Bologna fu improvvisamente attaccato, niuno di coloro ch'egli si era obbligato co' suoi beneficj, si mosse per soccorrerlo.

I Visconti erano riusciti in ottobre a sedurre il conte Lando, e poco dopo Anichino Bongarten, i quali con tutta la compagnia di ventura abbandonarono le insegne del marchese di Monferrato per prendere servigio sotto i signori di Milano. Quasi tutta l'armata del nemico era passata nel loro campo, dove, oltre le proprie truppe, trovavansi mille corazzieri mandati in loro ajuto dai Fiorentini e seicento dal signore di Bologna. Essi non avevano più nulla a temere dai loro nemici, e questo sembrò loro il più propizio istante di schiacciare un alleato con un atto di perfidia. Ridussero i sei cento cavalieri, mandati dall'Oleggio, ad abbandonare il proprio padrone, ed a prestar loro giuramento di fedeltà. Questa diserzione, che in pari tempo indeboliva il signore di Bologna, e rendeva essi medesimi più forti, fu comperata a prezzo d'oro. Tosto che l'ebbero ottenuta, dichiararono la guerra a Giovanni d'Oleggio, ed in dicembre fecero invadere il suo territorio da Francesco d'Este cugino ribelle del signore di Ferrara[503]. L'armata che comandava questo generale era composta di tre mila corazze, di mille cinquecento Ungari, di quattro mila fanti e di mille arcieri. Oleggio chiese invano soccorso a tutti i suoi alleati; il solo legato gli mandò quattrocento cavalli, meno pel suo vantaggio, che per avere opportunità di colorire i progetti ch'egli di già formava sopra Bologna. Questa truppa non bastando per tenere la campagna, Oleggio si afforzò nella sua capitale, e si dispose a sostenere un assedio[504]. Nello stesso tempo ritirò da ogni castello gli uomini di cui credeva non doversi fidare, e chiese ostaggi agli abitanti per obbligarli a difendersi vigorosamente.