In fatti Francesco d'Este cominciò l'assedio di alcune fortezze del Bolognese: Crevalcuore gli si arrese il 20 dicembre, ed alla fine di febbrajo del 1360 Castiglione. Oleggio vedeva chiaramente che tutti i suoi castelli gli verrebbero tolti l'un dopo l'altro, se non otteneva esterni soccorsi. Invano sforzavasi d'interessare i Fiorentini nella sua difesa; questi, sebbene temessero la vicinanza dei Visconti, volevano scrupolosamente osservare il trattato di pace che sussisteva tra di loro. Soltanto il legato lo soccorse quanto bastava perchè non cadesse, ma non per liberarlo; ed intanto gli andava insinuando di cedere alla chiesa una signoria che non poteva omai avere fondata speranza di difendere[505].

Per terminare le conquiste progettate dal cardinale Albornoz, la sola Bologna mancava agli stati della chiesa. Finchè il signore di questa città non aveva altri possedimenti, poteva il legato lusingarsi che tosto o tardi giugnerebbe l'istante di ridurla all'ubbidienza della santa chiesa; ma avrebbe dovuto rinunciare ad ogni speranza, se veniva in mano de' Visconti. Il legato voleva dunque approfittare del pericolo in cui trovavasi l'Oleggio per determinarlo a vendergli la sua sovranità, ma nello stesso tempo aveva bisogno dell'assenso del papa e della corte d'Avignone per fare un'intrapresa che poteva essere pericolosa. Albornoz spedì adunque ad Innocenzo VI per impegnarlo a far valere i diritti della chiesa sopra una città compresa, come quelle di Romagna, nelle donazioni degl'imperatori. Questo doppio negoziato coll'Oleggio e col papa non poteva tenersi segreto, e Barnabò Visconti, che n'ebbe avviso, si sforzò di sventarlo. Egli cercò con ricchi doni di guadagnare i suffragi de' cardinali, di modo che questi, divisi tra l'ambizione e l'avarizia, ora davano ora rivocavano l'assenso loro richiesto da Albornoz. Ma il legato, ch'era d'un carattere intraprendente e intrepido, risguardossi come bastantemente autorizzato da questa stessa irresoluzione[506]. Si affrettò ancora più quand'ebbe sentore che Oleggio trattava in pari tempo con Barnabò, onde alla metà di marzo conchiuse col primo un trattato, in virtù del quale Bologna doveva tornare alla chiesa, ed Oleggio ricevere in compenso la città di Fermo ed il suo territorio col titolo di marchese.

Quando in Bologna si rese pubblico questo trattato la gioja fu universale tra i cittadini, che lusingavansi di ricuperare, almeno in parte, l'antica loro libertà sotto il governo della chiesa. Ma non desideravano soltanto di scuotere il giogo d'Oleggio, essi morivano di voglia di vendicarsi delle precedenti sue crudeltà; e siccome tutti i suoi soldati erano passati al soldo del legato, lo avevano di già costretto a rifugiarsi nella fortezza, e cercavano qualche occasione di averlo in mano. Ma l'accorto tiranno trovò modo di fuggire il 31 marzo nel cuore della notte[507]; e dopo avere cinque anni governata Bologna con eccessiva crudeltà, dopo aver fatto scorrere sul palco il sangue di cinquanta de' più rispettati cittadini, e di moltissime persone non qualificate, dopo avere finalmente spogliata la città di tutte le sue ricchezze, cambiò una signoria, ch'era all'istante di perdere, contro una nuova signoria, ove non aveva da temere verun nemico. Colà trasportò tutti i suoi tesori lasciando al legato ed ai Bolognesi il pensiere di continuare soli una guerra che si era contro di lui cominciata[508]. Oleggio morì in Fermo l'otto ottobre del 1366, e a tale epoca solamente questa città tornò sotto il dominio della chiesa[509].

Il legato affidò il governo di Bologna a suo nipote Velasco Fernandez[510] ed a Niccola Farnese, capitano delle truppe della chiesa. Nello stesso tempo minorò le contribuzioni poste dall'Oleggio[511], e ristabilì in Bologna un governo municipale simile a quello che aveva avuto quand'era repubblica. Furono richiamati i fuorusciti, fra i quali i Pepoli, Bentivoglio e Vizzani, che abbandonarono il campo di Barnabò Visconti per ripatriare. Intanto il legato fece avvisare il signore di Milano, che Bologna era tornata in potere della chiesa, sua legittima sovrana, e gl'intimava perciò di richiamare la sua armata da uno stato con cui era in pace. Ma Barnabò, invece di richiamare il suo generale, gli mandò nuovi rinforzi; e le truppe del Visconti guastarono tutto il territorio bolognese[512], portarono la ruina fin presso alle mura di Faenza, tentarono di sorprendere Forlì, occuparono Budrio ed assediarono Cento, mentre una guerra in mezzo agli Appennini tra due rami della famiglia degli Ubaldini chiudeva la strada di Toscana ai Bolognesi ed al legato, ed impediva loro di comunicare col solo paese da cui potessero sperare soccorsi e vittovaglie[513].

Mentre Barnabò Visconti spingeva caldamente la guerra sul territorio di Bologna, agitava co' suoi maneggi la corte d'Avignone, e faceva valere le sue pretese innanzi ad un tribunale ecclesiastico. Il papa aveva, per dodici anni, infeudato Bologna all'arcivescovo Visconti. Su questo fondamento Barnabò domandava il possesso d'un feudo accordato alla sua famiglia. Ma gli si opponeva, ch'egli non aveva mai pagato il tributo convenuto in questa infeudazione, ch'egli aveva riconosciuto due anni prima i diritti dell'Oleggio, e che questi gli aveva tutti ceduti alla chiesa. Barnabò fu alla fine, a stento, condannato da' cardinali, non pochi de' quali erano a lui venduti. Vero è che la corte d'Avignone, dopo avere pronunciata questa sentenza, non pensò ai mezzi di farla eseguire. Invece di levare dal suo tesoro alcuni sussidj da mandarsi al cardinale, sollecitò l'imperatore, i principi di Germania, il re d'Ungheria, i signori di Lombardia, i comuni toscani ad armare a suo favore. Le sue proprie entrate venivano dissipate dai cortigiani, ed il legato non aveva potuto ottenere dalla camera apostolica per le spese della guerra, che centoventi mila fiorini, che furono pagati in tre rate lontane; di modo che quando gli giugnevano questi tardi sussidj, erano di già consumati[514].

Il generale de' Certosini fu l'ambasciatore mandato dal papa ai Fiorentini per ridurli ad abbracciare le sue difese. Cercò invano questo religioso di persuadere alla signoria, che verun trattato obbligava verso un tiranno, un usurpatore o un nemico della chiesa; cercò invano di far sentire ai Fiorentini i pericoli che per l'ingrandimento di Barnabò sovrastavano alla Toscana. La repubblica era determinata di osservare religiosamente gli obblighi che aveva contratti, e la sua politica andava d'accordo colla buona fede; perciocchè era ben facile il prevedere, che la chiesa abbandonerebbe ben tosto chiunque prendesse a difenderla, e lo lascerebbe sostener solo il peso che avrebbe acconsentito di dividere[515].

Durante la state del 1360, i castelli del Bolognese caddero quasi tutti in potere de' Visconti; ed ancora gli abitanti delle città cominciavano a provare le più dure privazioni. Due de' signori di Rimini Galeotto Malatesti, e Malatesti Unghero, eransi incaricati della difesa di Bologna, e comandavano le sortite dei cittadini. Questi, per mantenere la ricuperata libertà, si sottomettevano alla militare disciplina, e riprendevano con piacere le armi. Ma non era che colla spada alla mano, che riuscivano a dividere coi loro nemici i proprj raccolti, ed a far entrare munizioni in città[516].

Tutt'ad un tratto il generale di Barnabò levò il campo il 15 di settembre, ed abbandonò, disordinatamente fuggendo, il territorio ceduto alla chiesa[517]. Egli fuggiva alla vista di un'armata barbara, cui la liberazione di Bologna era stata predicata come oggetto d'una crociata. Albornoz aveva promesso agli Ungari le più ampie indulgenze per chiamarli in Italia; ed in tal modo ne aveva persuasi sette mila a passare in Romagna con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria. Ma questi nuovi crociati usciti dalla più ignorante classe di una nazione da poco ridotta a civiltà, erano uomini senza fede e senza pietà, avidi soltanto di preda, e che, dal momento che giugnevano in un paese pellegrinando, dimenticavano il loro progetto di santificarsi, e si diportavano piuttosto da assassini che da soldati[518].

Gli Ungari, giunti nel Bolognese quando n'era di già uscita l'armata de' Visconti, terminarono il guasto cominciato dai nemici. Saccheggiavano essi i raccolti, e spesso uccidevano i contadini fin presso alle porte della città. All'aspetto di tante crudeltà il legato finse di corrucciarsi col conte Simone della Morta, capo di quest'armata di barbari. Barnabò Visconti, avvisato delle divisioni insorte tra i nemici, licenziò parte delle sue truppe per diminuire in tempo d'inverno le spese del suo stato militare. Il legato l'aveva preveduto, ed in allora si mostrò di subito riconciliato cogli Ungari, accolse tutti i soldati licenziati dal Visconti, e spinse improvvisamente a mezzo novembre tutta la sua armata nel territorio di Parma: Galeotto Malatesti, che la comandava, non incontrò chi gli si opponesse, e fece sul territorio nemico una ricchissima preda[519].

Ma questo piccolo vantaggio non bastava a rimettere in buono stato gli affari del legato. La corte d'Avignone non gli mandava i promessi sussidj, e mancando di danaro era forzato a licenziare le truppe dopo una breve campagna: Barnabò al contrario era ricchissimo onde poteva impiegare nell'impresa di Bologna seicento mila fiorini; e col danaro rimontava subito dopo la disfatta un'armata mercenaria. Albornoz, abbandonato dalla sua corte, le di cui entrate venivano dissipate dalla corruzione e dall'intrigo, ebbe di nuovo ricorso all'assistenza degli stranieri. In primavera del 1361 andò per la seconda volta in Ungaria, ed ottenne dal re Luigi lettere patenti che vietavano a tutti gli Ungari, che militavano in Italia, di portare le armi contro la chiesa[520]. Albornoz non raccolse altro frutto dal suo viaggio, nè furono più felici i suoi deputati presso la signoria di Firenze: quella repubblica fu costante nella presa risoluzione di essere fedele ai suoi trattati con Barnabò; e solamente accordò ai Bolognesi alcune facilitazioni per tirare i loro approvvigionamenti dalla Toscana[521].