Una nuova armata dei Visconti, comandata da Giovanni di Bileggio, cavaliere milanese, guastò in principio dell'estate il Bolognese e gran parte della Romagna; e persuase a ribellarsi alla chiesa Francesco Ordelaffi, cui Barnabò prometteva di rendere la signoria di Forlì[522]. Ma quando le cose del legato parevano quasi disperate, fu salvata Bologna, e rotta l'armata dei Visconti da un raggiro del vecchio Malatesta di Rimini, che come tiranno e come Romagnolo, doveva essere tenuto maestro di perfidia: imperciocchè a tale epoca la malvagia fede degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio[523].
Il vecchio signore di Rimini mandò un suo fidato al generale milanese per proporgli una segreta alleanza. Doveva questo negoziatore dire a Bileggio, che il Malatesti non aveva scordata la guerra fattagli dal legato quando venne in Italia, nè la conquista d'Ancona e di Sinigaglia: che prevedeva altresì che il legato lo spoglierebbe ancora delle altre città tostocchè la guerra di Bologna avesse fine: ch'egli perciò aspettava il propizio istante per iscuotere il giogo; ma che il forte castello d'Arcangelo, che signoreggiava Rimini, e che trovavasi occupato dalle truppe della Chiesa, rendeva la sua ribellione pericolosa. Non pertanto egli aveva saputo, soggiugneva il messo, guadagnare alcuni del castello, e se mille cinquecento cavalli ghibellini si avanzassero verso Rimini per proteggerlo, più non tarderebbe a dichiararsi scopertamente: che suo fratello e suo figlio, che comandavano a Bologna le truppe della Chiesa, le caverebbero fuori sotto pretesto di soccorrere il loro paese: che gli assedianti dovevano approfittare di questo incontro per togliere ai Bolognesi ogni comunicazione colla Toscana, innalzando un ridotto sulla strada di Pianoro. Bologna privata ad un tempo della sua guarnigione, sedotta dai Malatesti, e de' suoi viveri, che più non potrebbero giugnerle dalla Toscana, caderebbe di necessità in mano ai Visconti.
I motivi di Malatesti erano così plausibili, così bene combinato sembrava il suo piano, che Giovanni da Bileggio gli prestò intera fede. Staccò mille cinquecento cavalli per farli avanzare fin presso Rimini, sotto la condotta di Francesco degli Ordelaffi, quello stesso che era stato signore di Forlì, e coll'altra metà dell'armata egli si avanzò sulla strada di Pianoro fino al ponte di san Ruffolo. Colà gettò in mezzo al letto della Savenna i fondamenti di un ridotto, che, se avesse potuto terminarlo, avrebbe infallibilmente chiusa la strada della Toscana.
Galeotto Malatesti, fratello del vecchio signore di Rimini, sortì di Bologna con cinquecento corazzieri e trecento Ungari, facendo le viste di voler tener dietro all'Ordelaffi; ma quando giunse a Faenza, chiamò a sè i corazzieri che vi stavano di guarnigione, e riprese subitamente la strada di Bologna, ed attraversando il territorio imolese, rientrò in Bologna il 19 luglio in sul fare della sera, seco riconducendo varj corpi di truppe, che aveva adunate sulla strada. Suo nipote Malatesti Ungaro, che comandava nella città, fece credere ai cittadini che i soldati che rientravano, erano una guardia avanzata che richiamava entro le mura; ed intanto fece accuratamente guardare le porte, onde veruna spia non potesse avvisare i suoi nemici ch'egli aveva ricevuto così grosso rinforzo.
All'indomani, domenica 20 luglio, il suono della maggior campana chiamò i Bolognesi alle armi. Quattro mila di loro sortirono contro al nemico sotto il comando del podestà e dei due Malatesti, ed occuparono in silenzio le due rive della Savenna, prima che l'armata de' Visconti avesse sentore del loro avvicinamento. Tutt'ad un tratto mostraronsi da ogni banda coi corazzieri e gli Ungari, che Giovanni da Bileggio credeva in fondo alla Romagna, ed avendo per loro il vantaggio del terreno, attaccarono furiosamente i Milanesi chiusi nel letto del fiume. Questi per altro si difesero valorosamente; ma circa cinquecento di loro furono uccisi nel luogo medesimo in cui facevasi il ridotto, più di altri cinquecento perirono nel volere aprirsi un passaggio attraverso ai nemici, mille trecento corazzieri furono fatti prigionieri, tra i quali Giovanni da Bileggio e molti signori degli Ubaldini; in fine quasi non si salvarono altri di quest'armata che trecento corazzieri, che erano stati staccati per iscortare un convoglio di vittovaglie, e che fuggirono a tempo. Il progetto di Malatesti tendeva a sorprendere nello stesso tempo l'altra metà dell'armata ghibellina, che Francesco degli Ordelaffi aveva condotta in Romagna; ma questi, avvisato della rotta de' suoi alleati si riparò sollecitamente a Lucco, ove si pose al sicuro. Quando la notizia di questa disfatta fu recata a Barnabò Visconti, vestì di nero in segno della sua afflizione; ed i suoi cortigiani temevano in modo la rabbia ch'egli ne aveva concepita, che niuno di loro, per più giorni, non osò avvicinarlo[524].
I due fratelli Visconti nel caldo della loro collera contro la chiesa, cercarono di vendicarsi con istraordinarie contribuzioni poste sul clero de' loro stati. Del resto essi dovevano impiegare ogni mezzo per far danaro, perciocchè le spese loro superavano sempre le loro immense entrate. Essi in qualche parte d'Italia guerreggiavano sempre, comperavano ad ogni prezzo i tradimenti de' generali o de' ministri de' loro nemici, e nello stesso tempo, siccome ambivano d'imparentarsi colle reali case d'Europa, pagavano tali alleanze a peso d'oro. Galeazzo Visconti, il più vano dei due fratelli, aveva saputo approfittare dello stato di miseria in cui una lunga guerra aveva ridotto Giovanni, re di Francia, per comperare da lui sua figliuola Isabella di Valois con un regalo di seicento mila fiorini. Egli l'aveva data in isposa in ottobre del 1360 a suo figliuolo Giovan Galeazzo, che allora non aveva che undici anni[525]. I signori di Milano, malgrado tutta la loro potenza, non avevano ancora verun legittimo titolo sopra gli stati che occupavano. Essi d'ordinario venivano in Italia chiamati tiranni; ed in Francia, sebbene fossero di nobile casato, erano sprezzati, come principi nuovi; onde quel re, affinchè sua figlia avesse almeno un titolo, investì il suo genero della piccola contea di Virtù, lontana sei leghe da Scialona nella Sciampagna. In fatti è col titolo di conte di Virtù che Giovanni Galeazzo, primo duca di Milano, fu chiamato per lo spazio di trentaquattro anni.
Questo matrimonio, che fece arrossire i Francesi per la loro reale famiglia, e che non fu meno cagione di mortificazioni ai Visconti per conto dello stesso prezzo che lo dovettero pagare, venne celebrato con una pompa che esaurì le finanze dello stato. Tutta la nobiltà d'Italia fu invitata alle feste date in tale occasione, come pure tutti gli ambasciatori di tutti i principi e di tutte le città. Contaronsi ne' banchetti fin cento signore e mille cavalieri delle più illustri famiglie; tutti i convitati furono magnificamente regalati, e la corte di Milano cercò con un lusso e con una pompa straordinaria di fare scordare alla nuova sposa i reali onori che aveva perduti[526].
La Francia, che in tal modo vendeva il sangue de' suoi principi, era inallora nel più deplorabile stato in cui siasi giammai trovata quella monarchia. Dall'una all'altra estremità il regno era stato ruinato dalle incursioni degl'Inglesi, dalle eccessive imposte levate per difesa dello stato e per pagare la taglia del re, dai tradimenti del malvagio re di Navarra e dalle guerre civili da lui promosse, dalla ribellione de' contadini, conosciuta sotto il nome di Jacquerie; finalmente, per mettere il colmo alla sua oppressione, il regno trovavasi in tale epoca abbandonato al saccheggio delle grandi compagnie, e travagliato dalla peste. Le prime compagnie si erano formate di soldati francesi ed inglesi, quando la pace di Bretigny aveva fatte licenziare le due armate. Molte di quelle compagnie passarono in Provenza, a cagione che questa parte del regno, più lontana dal teatro della guerra, aveva meno sofferto, ed i vassalli di Giovanna di Napoli e quelli del papa potevano ancora pagare grosse contribuzioni. Una compagnia occupò Ponte santo Spirito otto leghe al disopra di Avignone[527], ed un'altra, detta la compagnia bianca o inglese, si avanzò a due sole leghe da Avignone, sotto pretesto di cacciar via la prima, ma in sostanza per ismugnere danaro dai prelati: una terza, composta di soldati che avevano militato nella guerra che si fecero i conti di Fois e d'Armagnacco, giunse dalle frontiere della Spagna[528]. Tutti gli abitanti di Avignone furono costretti di fare la guardia, e tutta la città si riempì di spavento. Il papa pagò cento mila fiorini alla seconda compagnia, che aveva sei mila cavalli, onde persuaderla a passare in Piemonte ai servigi del marchese di Monferrato; ma quando questa compagnia allontanossi in maggio del 1361, rimasero in Provenza le altre due non meno formidabili, una sulla destra, l'altra sulla sinistra riva del Rodano, ed i Provenzali non furono quasi punto sollevati per l'allontanamento di una[529].
Lusingavasi la compagnia inglese di sottrarsi alla peste passando in Italia, ma ella portava seco i semi della pestilenza. Questo terribile flagello manifestossi in Fiandra nel 1360 con i medesimi sintomi che l'avevano annunciato nel 1348. Di là si stese nel vescovado di Liegi, nella bassa Germania, nella Polonia, nell'Ungheria[530]. In sul cominciare della state del 1361 si spiegò la peste anche in Londra, ove si videro morire fino mille duecento persone in un giorno, ed in pari tempo si sparse in tutta la Francia. In Avignone morirono nove cardinali, settanta prelati ed un infinito numero di abitanti. La compagnia inglese portò la peste in Lombardia; più delle altre città soffrirono Milano, Pavia, Como e Venezia; in seguito furono colpite la Romagna e la Marca; e perfino nelle stesse Alpi, e negli Appennini i castelli degli Ubaldini[531].
I fratelli Visconti non opposero armata alla compagnia inglese, che spediva contro di loro il marchese di Monferrato; si limitarono a far guardare le città murate, ed in appresso non pensarono che a preservare sè medesimi dalla peste. Galeazzo si chiuse nel castello di Monza, e Barnabò in quello di Melegnano. Questo principe non volendo ricevere chicchefosse diede ordine ad una scolta, che stava di guardia sull'alto del campanile, di toccare tante volte la campana quanti uomini vedrebbe avvicinarsi al castello. Un giorno Barnabò, senz'esserne avvisato dal suono della campana, vide giugnere alcuni gentiluomini milanesi, che venivano a fargli la loro corte. Diede subito ordine di punire la scolta della sua negligenza col gettarla giù dalla torre; ma coloro ch'erano saliti per ucciderla, la trovarono morta di peste presso la campana. Estremo fu lo spavento di Barnabò a tale notizia; egli fuggì in una casa destinata alla caccia, posta nel centro delle sue più rimote foreste; a due miglia di distanza tutto all'intorno fece piantare pali e forche, ponendo scritture in ogni luogo, che minacciavano di far appiccare senza remissione chiunque avrebbe l'ardire di avanzarsi oltre la linea[532]. Egli rimase in questa solitudine, senza comunicare con alcuno, finchè cessò la peste; e la sua assoluta reclusione accreditò ben tosto le voci della di lui morte, ch'egli non si curò di smentire.